Titolo: La tecnica uccide l’etica
Autore: Jacques Ellul
Argomento: Brulotti
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La disaffezione del pubblico nei confronti dei valori è considerevole. Fanno ormai parte di un materiale desueto, che sussiste a titolo di apparenza e a cui più nessuno accorda credito: la propria condotta non si regola più su essi.


Oggi tutto è diventato mezzo, non esiste più un fine. Non sappiamo più verso cosa camminiamo. Abbiamo dimenticato i nostri scopi collettivi, disponiamo di enormi mezzi e mettiamo in opera enormi macchine per non arrivare da nessuna parte. Il fine è stato cancellato al cospetto dei mezzi.


La preoccupazione maggiore dell’immensa maggioranza degli uomini del nostro tempo è cercare in tutte le cose il metodo in assoluto più efficace.

È ormai superata l’epoca del principio «il fine giustifica i mezzi»: oggi il mezzo si giustifica da sé. Più esattamente, a giustificarlo è la sua efficacia. Viene dichiarato «bene» ciò che funziona, «male» ciò che fallisce. Costituendo la tecnica l’ambito dei mezzi, è verso di essa che l’uomo volge a poco a poco ogni suo sguardo. Così il fenomeno tecnico sfugge poco alla volta a un vero e proprio controllo: nessun giudizio può essergli indirizzato contro. Quand’anche l’uomo giungesse a deplorare questo o quell’effetto di tale o tal altro mezzo, il mezzo stesso non sarà mai messo in discussione.


Per quanto inverosimile possa sembrare, l’uomo del nostro tempo, indifferente ai valori, li ricollega ai fatti. Essi costituiscono i suoi unici autentici punti di riferimento.

Il fatto, qualsiasi esso sia, è diventato il criterio della verità. L’esempio più impressionante è quello della bomba atomica. L’uomo avrebbe potuto non usarla ma lo ha fatto lo stesso. La questione del suo utilizzo o meno non è nemmeno stata posta. In compenso, si pongono un mucchio di questioni che sono del tutto secondarie: chi utilizzerà quell’arma? Come organizzarne il controllo?... In nessun momento ci si chiede se sia bene o male farlo. Tutt’al più si presenta tutto ciò come un «male necessario». Il fatto ci appare davvero come al di là del bene e del male.


La gioiosa liberazione dalla tutela dei valori conduce alla sottomissione verso una necessità ben più imperiosa (ma molto meno avvertita) perché non lascia più scelta.


Nel XX secolo l’uomo si è ritrovato dominato dai regimi dittatoriali (stalinismo, nazismo...). Oggi è il liberalismo economico ad attanagliarlo. Ma la sua influenza viene percepita in maniera molto meno dolorosa, qualora lo sia, perché viene interiorizzata. In definitiva, è una medesima venerazione del fatto che sta operando dietro queste ideologie in apparenza così differenti. Il solo vero totalitarismo da temere è il conformismo, altrimenti detto perdita del sentimento interiore davanti alla materialità dei fatti.


Se l’uomo si sottomette alla necessità è perché in fondo attende che gli venga dettato il suo comportamento. Non soffre della progressiva esclusione della sua autentica decisione. E se non aspira affatto alla libertà, come si compiace solitamente di affermare, è perché essa lo espone alla responsabilità.


Ciò che l’uomo chiama «libertà» non è che un pretesto che si dà per seguire le sue inclinazioni naturali. Fondamento di ogni nostra società, questa libertà-pretesto è quella del liberalismo politico, che ha permesso alla borghesia di giustificare il suo dominio sulla classe operaia, e quella del liberalismo economico, che autorizza il più forte a schiacciare gli altri. Ora, se l’uomo prova tanto il bisogno di giustificarsi è proprio perché il mondo che costruisce non è giusto. Ed è per questo che, quando fa riferimento ai valori, è a causa di una «falsa coscienza». Più i valori sono invocati, meno sono reali.


La partecipazione di massa degli individui alla politica è un fenomeno nuovo. Pensare tutto in termini politici, rimettere tutto nelle mani di uno Stato onnipresente e onnipotente, concepire la società diretta solo dallo Stato, appellarsi ad esso in ogni circostanza, rimettere continuamente i problemi dell’individuo alla collettività... La politicizzazione dell’uomo moderno si esprime in credenze e assume un andamento passionale che gli conferisce un aspetto mitologico.


Per via della riduzione dei valori a fatti, l’uomo politico è considerevolmente indebolito: le sue capacità di decisione sono limitate giacché non può più, agli occhi dell’opinione come ai suoi, servirsi dei valori contro i fatti.


Dal momento che la politica viene condizionata dai fatti, la legge dell’efficacia riduce in modo considerevole le scelte politiche: viene severamente e immediatamente scartato tutto ciò che non risponde a questo criterio di efficacia. Poiché la tecnica mira a «cercare il mezzo più efficace in tutte le cose», il potere dell’uomo politico viene sostituito da quello del tecnico. Certo, egli non perde affatto il suo prestigio (diventa persino un mito, uno spettacolo a pieno titolo) ma il suo potere. Ed è proprio in questo che risiede l’illusione.


Se vi è «società dello spettacolo» è a causa di, grazie a, in vista de… la tecnicizzazione.


È vano inveire contro il capitalismo. Non è quello a creare questo mondo ma la macchina. È la tecnica che oggi forma la materia del pensiero economico.

La tecnica è potenza, fatta di strumenti di potenza e produce di conseguenza fenomeni e strutture di potenza, il che significa del dominio.


Alcuni dichiarano che «la tecnica» non esiste e che loro conoscono solo dei tecnici. Ciò è frutto di un realismo superficiale e di una mancanza di approccio globale. Solo la Tecnica in quanto concetto permette di comprendere i tecnici. Se si rimane a livello dell’evidenza percepibile, il fenomeno tecnico resta totalmente incomprensibile.


La tecnica è la ricerca dei mezzi in assoluto più efficaci. Ovunque vi sia applicazione di nuovi mezzi in funzione del criterio di efficacia, esiste la tecnica. Questa non è perciò definita né dagli strumenti impiegati né da tale o tal altro ambito d’azione.


Si dice spesso che «la tecnica non è né buona né cattiva» e che «tutto dipende di fatto dall’uso che se ne fa: con un coltello si può sbucciare una mela o uccidere il proprio vicino». Questo argomento è assurdo perché la tecnica porta ormai i suoi effetti in se stessa, indipendentemente dagli usi. Credere che tutto dipenda dall’uso che se ne fa, significa pensare che la tecnica sia neutra e non considerare che è autonoma. Ora, essa non è neutra perché contiene in se stessa un certo numero di conseguenze positive o negative. Non si tratta quindi di una mera questione di intenzioni perché la totalità dell’uomo viene qui coinvolta.


Lo sviluppo della tecnica non è né buono, né cattivo, né neutro perché è composto da un complesso miscuglio di elementi positivi e negativi. È impossibile dissociare questi fattori in modo da ottenere una tecnica puramente buona; avere dei risultati esclusivamente buoni non dipende dall’utilizzo che facciamo del nostro strumento. Perché in questo stesso utilizzo noi veniamo a nostra volta modificati. Nell’insieme del fenomeno tecnico noi non restiamo intatti, siamo non solo orientati indirettamente da questo stessa attrezzatura, ma adattati in vista di un migliore utilizzo della tecnica grazie ai mezzi psicologici di adattamento. Così cessiamo di essere indipendenti: non siamo un soggetto in mezzo ad oggetti in base ai quali potremmo liberamente decidere il nostro comportamento: siamo strettamente coinvolti da quell’universo tecnico, condizionati da esso. Non possiamo più porre da un lato l’uomo, dall’altro la strumentazione. Siamo costretti a considerare come un tutto «l’uomo nell’universo tecnico».


Poiché la tecnica non è più, come lo è stata per millenni, un semplice insieme di mezzi ma un vero e proprio ambiente circostante, e poiché questo ambiente lo condiziona, lo voglia o no, proprio come un tempo la natura, l’uomo deve oggi smettere di credere che farà un buon uso della tecnica semplicemente perché si considera un essere spirituale e autonomo. Deve comprendere il fatto che la civiltà nel suo insieme è tecnica e che su di lui esercita un insieme di determinazioni.


La tecnica diventa «sistema» dal momento che le tecniche cessano di sommarsi, come è sempre stato, per intrecciarsi. In questo stadio la sua autonomia diventa totale. Essa diviene una mediazione fra l’uomo e il suo ambiente naturale. Non vi sono più altri rapporti fra l’uomo e la natura, tutto questo insieme di legami complessi e fragili che l’uomo aveva intessuto con pazienza – poetico, magico, mitico, simbolico – scompare: la mediazione tecnica diventa totale. Di colpo nessuno può fare contro di essa delle scelte etiche, perché tutti vengono incorporati nel sistema tecnico.


Il sistema tecnico è caratterizzato da una crescita prodigiosa dell’irresponsabilità poiché la tecnica aumenta il potere del tecnico, la sua potenza, ma non il suo senso dell’etica. Ed è a questo accrescimento di potenza, e ad esso solo, che si riconduce sempre la sedicente libertà dovuta alla tecnica.


I tecnici hanno sempre più la pretesa di formulare dei problemi della società come problemi esatti e in termini che ne permettano una soluzione. Il crescente mito della soluzione espelle progressivamente dalle nostre coscienze il senso del relativo, cioè dell’umiltà, della vera politica.


Strumenti che un tempo erano riservati a ricchi e potenti sono ora accessibili a tutti. Questa democratizzazione del comfort ci appare naturale. Ma se ci si ricorda che il fondamento della tecnica è l’efficacia, la prestazione, la potenza... si comprende perché il corollario di questa democratizzazione del comfort è la democratizzazione del male: un numero sempre più grande di noi acquista strumenti in grado di nuocere a un numero sempre più grande di altre persone.


Ho mostrato incessantemente che la tecnica è autonoma, non ho mai detto che non potesse essere controllata. Ma finché resta un puro strumento di potenza e di crescita, essa è inattaccabile.


Credere che si modificherà qualcosa attraverso la via istituzionale è illusorio.