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Pare incomprensibile come, dopo tanti anni di lotte sterili o quasi, dopo tante amare disillusioni, dopo tanti disegni falliti e piani travolti e sistemi e metodi sorti colla pretesa dell’infallibilità, e andati a rifascio al primo cozzo col più fragile ostacolo, tante lezioni umilianti inflitteci dalle forze nemiche più scaltre e agguerrite di noi, pare strano dico che vi siano ancora individui i quali, in buona fede o in mala fede non importa, non avendo da quegli insegnamenti saputo trarre conclusioni corrette, persistono nel credere che la questione sociale possa trovare la sua soluzione inevitabile, ma lenta, piana e pacifica, attraverso la legislazione nei parlamenti nazionali, con la riforma progressiva del sistema attuale. Ed altri, più ciechi ancora alle esperienze di un passato recente, restringono la questione sociale nella breve cerchia di un problema strettamente economico, additandone il solo ed unico rimedio a piani equivoci di lotta più equivoca ancora e che per essi sono anche le basi della ricostruzione della società nuova.

Non è nelle mie intenzioni di formulare un piano nuovo di assestamento sociale, né di criticare quelli già esposti ché non è logico cavillare su quello che faremo dopo la vittoria, mentre ancora attacchiamo battaglia, ma di esaminare la posizione dagli anarchici assunta e mantenuta malgrado le persecuzioni poliziesche, le repressioni statali, le accuse, le calunnie, le insinuazioni prodigalmente scagliateci da avversari avventati, che disdegnano i nostri sforzi di minoranza isolata, e non hanno tanto di buonsenso da comprendere che se i loro partiti si son fatti strada fra la massa è appunto per le rosee ma bugiarde promesse di cui son larghi nei loro programmi.

Bugiarde promesse perché non furono e non saranno mai appagate; perché il rattoppo delle istituzioni borghesi anziché favorire il miglioramento delle classi povere, consacra la loro soggezione, ribadisce la loro schiavitù, perpetua la loro miseria.
Come anarchici e come rivoluzionari, non sappiamo concepire altra soluzione della questione sociale che non sia lo sbaraglio delle istituzioni, di tutte le istituzioni presenti per sostuitirvi la libera cooperazione di individui non più schiavi del pregiudizio, della tradizione, della paura, liberi da ogni pastoia e da ogni tutela.

Perché fino a quando l’ultimo dei preconcetti dominanti oggidì — retaggio fatale d’un passato di servitù e d’abiezione — non sarà travolto dalla furia demolitrice della rivoluzione, e la liberazione completa integrale di ogni individuo non sarà raggiunta, noi passeremo da una forma di servaggio all’altra, dall’uno all’altro padrone, dall’uno all’altro governo, allontanando sempre più la società dei liberi e degli eguali, il trionfo dell’anarchia.
Di qui la necessità di portar la lotta in un più vasto campo d’azione, di volgere i nostri sguardi verso più alta vetta; di qui la giustificazione del nostro atteggiamento, della nostra condotta.

Nessuno dei tanti problemi che travagliano e preoccupano l’umanità deve passare inosservato all’anarchico, che deve preoccuparsi di tutte le manifestazioni della vita sociale moderna, di tutte le mosse e le manovre del nemico, traendone gli insegnamenti, i moniti, lo sprone, ad irrobustire la sua individualità, ad affilare le armi, ad affrettare il passo ed intensificare la battaglia pel raggiungimento delle sue aspirazioni.

Qualunque società, la presente compresa, è un organismo dotato di mobilità, che si agita, si contorce, si evolve continuamente producendo cose, fatti ed uomini sempre nuovi, che si presentano al rivoluzionario sotto aspetti ed atteggiamenti variabilissimi a seconda dell’ambiente di cui sono il prodotto.

È evidente che le questioni che alimentarono l’attività e determinarono i movimenti dei primi pionieri dell’anarchia, non sono le stesse a cui si ispira oggi la nostra critica, pur restandone immutato il principio generale, lo scopo finale. Per cui non tener conto di questi mutamenti e di questi fatti nuovi sarebbe senza dubbio pernicioso.

La rivoluzione dovendo essere completa, radicale, è nostro compito adoprarci affinché abbia ad essere tale, e non lo sarà quando ci racchiudiamo nei limiti troppo ristretti d’una premessa molto spesso erronea o di una branca soltanto delle attività sociali.

Se noi limitiamo la nostra attività al campo economico, a mo’ di esempio, nella credenza che le masse non si muovono che sotto lo stimolo dell’interesse economico puro e semplice, noi lasceremo scappare tante fortuite occasioni che si presentano nel corso della storia e che mettono allo scoperto il campo nemico.

L’uomo non vive di solo pane, e le folle che noi vogliamo riscattare al giogo borghese hanno pure ideologie, sentimenti, affettività loro propri, che costituiscono il movente di certe loro azioni.

Ideologie e sentimenti che le rendono cieche alle nostre visioni di un avvenire meno ingrato, diffidenti alle nostre previsioni, ostili insomma a noi che ne auspichiamo il riscatto, e proclive all’evirazione da parte delle classi dominanti.

Ed ecco la necessità di sradicare dall’animo delle masse tutti quei preconcetti che essendo di natura svariatissima ed abbracciando tutti i rami della vita, impongono all’anarchico, al rivoluzionario, una critica seria, animata, persistente a quanto di illogico v’ha nelle presenti istituzioni; la battaglia aspra ed aperta in tutti i campi, in quello economico come in quello politico e nel morale.

Ciò che noi faremo sventando tutte le manovre della coalizione borghese statale e religiosa, minando con la nostra attività tutte le colonne della decrepita società attuale.

Se oggi noi ci occupiamo principalmente della guerra, è perché vediam in essa il fattore più potente, più importante, più vasto di questo turbolento periodo storico. Salvo domani ad impiegare maggiori energie alla lotta economica quando essa riechegga maggior contributo dall’opera nostra, e ad ogni altro problema la cui soluzione è necessaria ed indispensabile al raggiungimento del nostro fine.

Più che la propaganda teorica delle premesse scientifiche e della filosofia dell’ideale anarchico, più che la descrizione pittoresca della società futura, il richiamo continuo ed incessante ai cocenti fatti della vita quotidiana, ai drammi che si svolgono sotto i nostri occhi, indurrà le masse a svegliarsi dal loro torpore, e ad attaccar battaglia contro il secolar nemico.



[Cronaca Sovversiva, anno XIV, n. 32, 5/8/1916]