#author Jacques Sénelier – Albertine Sarrazin #title Passaggio di stelle #topics Miraggi #pubdate 2016-03-02 #lang it #cover p-d-ea5f3e48bf1d3e284e0954b8a2d90a625e7fcba9-m-jpg.jpg
Nata nel 1937 da genitori sconosciuti e adottata due anni più tardi da una coppia con cui entra ben presto in conflitto, Albertine Damien diventerà legalmente Anne-Marie Renoux nel 1941. Alunna eccellente ma ribelle, la ragazzina vagabonda, campa di espedienti, viene rinchiusa in riformatorio, evade, va a Parigi dove nel 1953 conduce per un breve periodo una vita di eccessi assieme all’amica del cuore Emilienne. Le due ragazze vengono arrestate per una rapina e Anne-Marie Renoux è condannata a 7 anni di carcere. Riesce ad evadere di nuovo, si ferisce e viene raccolta da un piccolo ladro, Julien Sarrazin, di cui si innamora e che sposa. Per alcuni anni i due entrano ed escono dal carcere. Da sempre appassionata di scrittura, fra il 1965 e il 1966 pubblica sotto il nome di Albertine Sarrazin tre romanzi autobiografici che le daranno grande fama. Salutata come la Jean Genet femminile, Albertine Sarrazin non potrà però godere di questo successo. Morirà nel 1967 nel corso di una operazione chirurgica, vittima di negligenza medica. Ma all’avventura vissuta nel 1953 delle due adolescenti scappate dal riformatorio non si era interessata solo la cronaca nera. Nella circostanza della loro condanna in tribunale, il poeta surrealista Jacques Sénelier ne scrisse l’apologia in un articolo apparso sulla rivista Le Surréalisme, même. È il testo che qui presentiamo, seguito da alcune poesie scritte in quei giorni in carcere dalla futura Albertine Sarrazin.
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*** Passaggio di stelle
Due adolescenti hanno vissuto per sei settimane dell’anno 1953 una avventura eccezionale che non si può circoscrivere nei limiti ristretti di un volgare fatto di cronaca nera. Per procurarsi delle risorse, Anne-Marie R. (sedici anni) ed Emilienne G. (diciassette anni) il 18 dicembre 1953 aggrediscono ferendola la proprietaria di un negozio di abbigliamento (1). Poiché per fastidiosa circostanza la cassa è vuota, come bottino porteranno via solo un tailleur e un mantello. Saranno arrestate tre giorni dopo nel corso di una retata a Pigalle. Avendo trascorso due anni nella prigione di Fresnes, le due ragazze sono appena comparse, il 22 novembre, davanti alla Corte di Assise per minori, che presiede a porte chiuse. Anne-Marie ed Emilienne sono condannate rispettivamente a sette e cinque anni di reclusione. Anne-Marie ed Emilienne si incontrano in una «casa di rieducazione sorvegliata», l’istituto del Buon-Pastore, a Marsiglia, il 21 novembre 1952. Presto unite da intima amicizia, decidono di evadere per vivere libere insieme. Anne-Marie dice all’amica: «Qualsiasi cosa accada, ci ritroveremo il 1 novembre 1953, a mezzanotte, davanti all’Obelisco de la Concorde». Anne-Marie, che sta preparando la prima fase della maturità (2), riesce ad evadere la sera dell’esame orale e arriva a Parigi il 31 luglio 1953. Dovendo sopravvivere, conosce presto i quartieri che le faranno perdere e guadagnare la vita. Nel quaderno verde che funge da diario, scrive: «Non saprei descrivere molto bene come ho passato la mia prima settimana, tutta sola nella città. Certo, sono andata a letto con un po’ di tipi e ho avuto non poche avventure, ma quella non ero io. È la lotta per la vita, la messa a profitto dell’idiozia e della bestiale sensualità degli uomini. Almeno in questo, Parigi non è diversa da altri luoghi. Non ho voluto seguire nessuno perché non ne avevo l’interesse. Volevo stare sola, per farmi una impressione del tutto personale e spontanea di ciò che vedevo» (3). Alla data e all’ora previste, Emilienne si trova ai piedi dell’Obelisco. È scappata dalla casa di rieducazione sorvegliata di Han-sur-Seille (Meurthe-et-Moselle), dove era stata trasferita. In un elegante albergo della rue Lauriston, Emilienne e Anne-Marie si registrano sotto falso nome. Lo scenario della loro vita disordinata ed esaltante sarà adesso costituito dagli alberghi sordidi del boulevard Sébastopol, dai corridoi bianchi di Saint-Lazare, dalle «gabbie» dei commissariati dove finiscono le ragazze nelle sere delle retate, e da cui possono uscire senza problemi grazie ai documenti falsi che le invecchiano. Le due compagne, che sembrano essere scaturite piene di ardore dalla mente di Sade, sprofondano nell’avvilimento, con rabbia disperata. La loro turpitudine assumerà una forma intellettuale e raffinata (4), mentre frequentano gallerie d’arte e biblioteche, e leggono le opere di Baudelaire e Rimbaud. Nessuna intenzione di installarsi — come succede alla maggior parte degli oziosi — nella sicurezza miserabile di una volgarità in cui abbandonarsi alle costrizioni mostruose e asfissianti della «vita pratica». Al contrario, di fronte alla passività generale e all’addomesticamento che regna nella quasi totalità della gioventù, Anne-Marie e Emilienne sfuggono alla «vertigine». Lungi dal cercare una evasione nel vizio che sarebbe solo un nuovo asservimento, desiderano solo essere libere, perdutamente. Questa libertà estrema e naturale, questa irriverenza verso tutte le opinioni e gli usi convenzionali si manifestano nelle due adolescenti in una inclinazione per la farsa, per lo scherzo cosiddetto «di cattivo gusto» e per la mistificazione spinta fino all’oltraggio. Il quaderno verde di Anne-Marie descrive con humour acerbo le circostanze delle loro distrazioni. Le loro esperienze, le loro ribellioni, i loro disgusti, il loro assoggettamento da ragazze di piacere vi sono minuziosamente annotati. Attraverso la sovversione senza misura che esplode zampillando crepitanti scintille, quel «segno di vita» esemplare sembra l’eco ripetuta e ovattata del più tenebroso e illuminante naufrago di tutti i secoli, Lautréamont: «Ho fatto un patto con la prostituzione al fine di seminare il disordine nelle famiglie». Di notte, Anne-Marie e Emilienne sono alle Ternes, a Pigalle, alla Madeleine. Di giorno, fanno lunghe passeggiate ai bordi della Senna, nei giardinetti, sulle piazze pubbliche, trasfigurando la banalità quotidiana in meraviglioso: «Martedì 3 novembre: sui lungosenna, simulacro di annegamento che fa accorrere due salvatori improvvisati, giovani studenti. Progettiamo di scavalcare il muro del Père-Lachaise per depredare i cadaveri. Sapore di omicidio nei Portici della rue de Rivoli» (magari davanti alle boutique?). «5 novembre: approfittiamo dei nostri fondi per lanciare un appello telefonico a Marsiglia. Vogliamo solo procurare degli incubi a Madre X... di Santa-Teresa d’Avila. A Clichy, simuliamo l’arrivo della polizia presso i barboni dormiglioni in una buca del metrò». Nel corso della ricostruzione dell’aggressione, le due «indesiderabili» manterranno lo stesso atteggiamento magnifico di orgoglio e cinismo. Al giudice istruttore, Anne-Marie dichiara imperturbabile: «Non ho ancora avuto il tempo di avere dei rimorsi, ma se un giorno ne avessi non mancherò di farvelo sapere». Nell’ultima pagina del quaderno, una constatazione: «Ricapitolando, abbiamo conosciuto tutto ciò che si può chiamare vivere: emozioni forti, piaceri, caso, denaro, miseria, pene, noia. Qui, tutto il pittoresco — la bellezza della nostra doppia vita, quell’aspra lotta per il pane che sta in basso, ai nostri occhi e ancor più a quelli del mondo — perverso e poco comprensivo. Noi siamo due ed è questa la felicità. La felicità si limita a noi due. Trentatré anni in due e la libertà fondamentale tanto desiderata». Gli educatori specializzati in adolescenza delinquenziale e nei suoi problemi avranno un bel «dedicarsi a questo caso interessante», sappiamo tutti che la morale a venire giace in potenza nella depravazione dei costumi e che il primo auspicio del Surrealismo, lungi dall’essere esaudito, diventa ogni giorno più divorante: bisogna demoralizzare. Con la sfida lanciata agli immensi inganni di una società fatta di «materia plastica», la presente testimonianza basta a se stessa. In un momento spettrale come questo, in cui le ultime foglie morte finiscono di cadere, e gli individui raggomitolati come lumache si abbandonano già al sonno invernale, c’è forse da ricordare ancora una volta che la realtà del nostro mondo in decomposizione può essere ritrovata solo ricreandola senza sosta a nostra misura? In queste due figure di donne «perdute», nella loro scia di luce nera, si condensa per noi l’immagine folgorante delle autentiche aspirazioni del nostro tempo.

(1) France-Dimanche n. 383 del 27 novembre 1953; Le Parisien Libéré, 19 e 22 dicembre 1953, 22 e 23 novembre 1955; France-Soir, 23 e 25 dicembre 1953. (2) Dove, per colmo dell’ironia, sarà promossa qualche giorno prima del processo con la menzione «Buono». (3) Più tardi Anne-Marie spiegherà l’attrazione che esercitava su di lei «l’ambiente»: «il solo ad essere sincero e vero, quindi giusto; adoro gli uomini che vi si incontrano, tigri affascinanti, e le donne assetate di sangue e di alcool». (4) Anne-Marie scrive poesie erotiche.
Jacques Sénelier, 20 novembre 1955 [Le Surréalisme, même, n. 1, ottobre 1956]

*** Poesie
Là l’orgasmo del jazz è come un’agonia L’alcool brucia Più del sole in cielo Cielo di bar nella pioggia Grido di jazz spasmo Orgasmo Stanche e assenti in passato Amica mia amica mia Tiravamo tardi di locale in locale Tu ed io La sola parola composta
Che ci ha fatto questa vita Mentre ce ne sono state tante altre Per amarci Non è da sette anni è da migliaia di anni L’amicizia dura quanto questa agonia Del jazz Fra gli ottoni e l’oro intrecciati Dove lucente risplende Il palladio Del sax del bacio Amica mia amore mio Dove trasciniamo la vita Fra coloro che non hanno capito Perché credono nella morte E nella sua vanità
Se ho ferito se ho ucciso Perdonatemi Un bambino si crea in nove mesi Un’anima pure
Ma non un’anima a quattro piedi L’intuizione del divenire Si annoda a questo fumo Nel bicchiere vuoto dei nostri sguardi Da noi sole amati
(Fresnes, 1955)
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Sogno del 7 aprile
Gli uomini mi hanno condannata A rimanere lontana da loro Nella calma mi hanno rinchiusa Da sola Con la vergine Col cero E il gancio Meno potente che simbolico Con cui la mia porta viene chiusa La religiosa Mi ha bucato la mano con quel gancio Simbolicamente Io sogno verso colui Dal quale mi hanno allontanata Per lui ho rovesciato i cassetti Del ricordo Dell’avvenire Del ritornare L’uomo è tornato Ha considerato infantile la mia rivolta E anche lui si è voltato Sono salita per le scale insanguinate Ancora nuda sotto la veste nera Mia madre per la prima volta sorrideva E la ragazza levatasi mi raccontava la sua storia
Ormai ero Caduta sulla terra Rifiutata in cielo Si è tirata fuori tutta la mia corrispondenza d’infanzia Tutto quel magico Tutta quell’amicizia Tutto quel profanato Ho fatto male ai bambini Con quella corrispondenza d’infanzia E mi sono rinchiusa Né l’amore Né l’amante Né l’amico Vengono a liberarmi La metà di me che si aggira attorno ai muri Mi prende per mano E supera il burrone E si arrampica lungo le frontiere d’Europa Allora sette spari fanno esplodere il sogno
(Fresnes, 1955)
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«Un certo Blaise Pascal, ecc., ecc.» (Prévert, Le Parigi stupide)
Questa sera andrò a dormire Nell’eterno Il buon sonno di quelli che hanno infine capito Che non c’è riposo se il tempo non si ferma Sono fuggita da ogni pensiero E tuttavia sono Non posso diventare il bel meccanismo Promesso dal mio corpo e dalle mie mani e dalle mie azioni
E piango di terrore davanti al giorno che viene L’animale Dorme felice finché non ha imparato Che il sole è ghiaccio L’amicizia quel grido Che si lancia a se stessi Che il diritto e il rovescio sono due La stessa cosa umana Dormire Dormirò senza fine fra la terra amata Calda terra dove il cuore si crea altro E non lo sa Io che da così tanto tempo ho perduto Il ricordo dell’acqua Fredda e viva Essere un corpo scaraventato di roccia in roccia E per ritrovarsi nelle notti in cui ci si amava Dormire infine senza brutti sogni Senza risvegli monotoni e senza rumore e senza urla Ho troppo detestato Ho troppo voluto e vorrei Strapparmi il cervello Gettarlo in un angolo Essendo stato il povero strumento Come il vecchio attrezzo all’ombra abbandonato Come il bambino crudele non ancora nato A riposare vado Nelle viscere delle potenti tenebre Fondermi in altre notti benedette Essere notte Non essere più nulla Due date di pietra In mille cimiteri
(Fresnes, 1954-55)
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Sono mesi che ascolto Le notti e i minuti cadere E i camion dileguarsi A gran velocità sulla strada E brontolare la felice dormiente E i vermi divorare la prigione Primavere estati autunni inverni Per me non hanno alcuna ninnananna Perché sono inutile e bella In questo letto dove non si è che uno Stanca della mia pelle senza profumo Che fa sbiadire questa ombra crudele La notte stride e accartoccia cose Attraverso il vetro che ho rotto Dove precipita l’aria del passato Vorticando in mille pose È il lenzuolo fresco il disegno vezzoso Che lambisce i muri della camera mortuaria È la voce materna una sera in cui si gridava febbricitanti Il grande gioco fra amante e amante È stato peggiore di quello Eppure è lui a restare Perché io sono nuda e senza carezze Ma voglio dormire Questo annulla I precedenti Ah evadere Nei papaveri Non contare più I passi di cella in cella
(Fresnes, 1954-55)
[Albertine Sarrazin, Romans, lettres et poèmes, 1969]