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Aprite la prigione, o carceriera!

È tanto tempo che non vedo il cielo…


Voglio sognar che splenda primavera

Fresca ed aulente nel gemmato velo.


E date, al sogno, palpito di sole!…

Tanto… il pensier, non muterà giammai:

L’ardita vetta, spasimante, vuole

Pur se tenaci aventino i rovai.


Pur se implacata addensi la tempesta

E l’onda ancor minacci di salire,

Tra i foschi lampi insormontato resta:

«Per questa idea o vincere o morire».


Aprite, dunque! Ch’io riveda ancora,

Sopra uno sfondo di bizzarre rose,

Che il sol, fremente, col suo abbraccio indora

«L’orrido bello» che al mio cor s’impose.


I verdi clivi ed i Morroni foschi,

Le bianche vette ed i sentier montani,

I castagneti e i nereggianti boschi,

L’avido fiume e l’ombra de gli ontani…


Le minaccianti rupi e le profonde

Gole scoscese fra silvestri incanti,

Le zampillanti, al sol, querule onde,

Turchesi ed oro, ad atomi al verde,


E le case disperse in mezzo al verde,

O appollaiate su le rupi oscure,

Dove risuona e lento, alfin, perde

Il canto che vien su da le pianure.


Aprite, dunque! È per cantare «amore»

Che oggi m’afferra limpida armonia;


Mi fulge, attorno, un sogno di splendore

E ne voglio raggiar tutta la via.


E risentirmi tra il falciato fieno,

Tra il forte muschio e l’aspro odor dei campi,

De l’estro ardente, mentre il cor n’è pieno,

Cogliere voglio i suoi fugaci lampi.


E farne, palpitante, una canzone,

Che sotto i cieli di turchese tinti,

Passi e ripassi, spola di passione

E i tristi umani risollevi avvinti.


Carceri di Milano

[1/12/1920]