Pëtr Kropotkin
Prepariamoci alla rivoluzione
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In una rivoluzione, demolire non è che una parte del compito che spetta al rivoluzionario. Bisogna ricostruire, e la ricostruzione si farà o secondo le formule del passato apprese nei libri, e che si cercherà di imporre al popolo; o secondo il genio popolare che, spontaneamente, in ogni piccolo villaggio e in ogni centro urbano, si metterà all’opera per costruire la società socialista. Ma per fare ciò, occorre che il popolo possieda un ideale; bisogna soprattutto che vi siano degli uomini d’iniziativa in mezzo ad esso.
Ora, è precisamente l’iniziativa del lavoratore e del contadino che tutti i partiti — il partito socialista autoritario compreso — hanno sempre soffocato, scientemente o no, con la disciplina di partito. I comitati, il centro ordinatore, gli organi locali non avevano che da obbedire, al fine di non mettere in pericolo l’unità dell’organizzazione. Tutto un insegnamento, tutta una storia, tutta una scienza incomprensibile furono elaborate a questo scopo.
Ebbene! coloro che lavoreranno a demolire codesta tattica anacronistica, coloro che sapranno risvegliare lo spirito d’iniziativa negli individui e nei gruppi, coloro che arriveranno a creare nei loro rapporti reciproci un’azione e una vita basate su codesti principi, coloro che comprenderanno essere la varietà, il conflitto stesso, la vita, e che l’uniformità è la morte, lavoreranno non per i secoli a venire, ma per la rivoluzione prossima.
Noi non abbiamo da temere «i pericoli e gli scarti della libertà», solo coloro che non fanno nulla non commettono errori. Quelli che sanno semplicemente obbedire ne commettono egualmente, ed anche più di quelli che cercano da se stessi la loro strada, tentando di agire nella direzione che il loro spirito e la loro educazione sociale suggeriscono. Mal comprese e sopratutto male applicate, le idee di libertà dell’individuo in un ambiente — in cui la nozione di solidarietà non è sufficientemente accentuata dalle istituzioni — possono certamente produrre atti che ripugnano ai sentimenti sociali della umanità. Ammettiamo che ciò accada, è forse una ragione per rigettare il principio di libertà? È una ragione per accettare il ragionamento dei signori che ristabiliscono la censura onde impedire «gli scarti» di una stampa affrancata, e ghigliottinare i partiti avanzati e mantenere l’uniformità e la disciplina — ciò che, in fin dei conti, come si è visto nel 1793, è il miglior mezzo per assicurare il trionfo della reazione?
La sola cosa che vi ha da fare quando si vedono prodursi degli atti antisociali in nome della libertà dell’individuo, è di ripudiare il principio del «ciascuno per sé e lo Stato per tutti», e d’avere il coraggio di dire apertamente ciò che si pensa di codesti atti. Questo può, senza dubbio, condurre il conflitto; ma il conflitto è la vita medesima. E dal conflitto sorgerà un apprezzamento di questi atti molto più giusto di tutti quelli che avrebbero potuto prodursi sotto la sola influenza delle idee acquisite.
Quando il livello morale di una società abbassa al punto in cui è oggi, attendiamoci che la rivolta contro la società prenda qualche volta forme che ci faranno fremere; ma non condanniamo a priori la rivolta. Certo, le teste portate in giro in cima delle picche ci ripugnano; ma le forche dell’antico regime, e le gabbie di ferro delle quali Victor Hugo ci ha parlato non sono esse state la causa dei cortei sanguinosi? Speriamo che il massacro dei 35 mila parigini nel 1871 e il bombardamento di Thiers siano passati sulla nazione francese senza lasciarvi un fondo troppo grande di ferocia; speriamo che la vergogna degli alti borghesi, messa a nudo da molti processi recenti, non abbia ancor roso il cuore della nazione.
Sì, speriamolo! Ma se le nostre speranze sono frustrate, volteremo noi le spalle al popolo in rivolta perché la ferocia dei potenti del giorno avrà lasciato le sue tracce nello spirito popolare? perché il fango dei governi avrà seminato tutt’intorno le sue chiazze?
È evidente che una rivoluzione così profonda producentesi negli spiriti, non può rinchiudersi nel dominio delle idee senza tradursi nel dominio dei fatti. Come viene bene affermato da un giovane filosofo troppo presto strappato alla vita, Jean-Marie Guyau, in uno dei più bei libri pubblicati negli ultimi cinquant’anni, non vi è un abisso fra il pensiero e l’azione, almeno per coloro che non sono abituati alla sofistica moderna. Il concepimento è già un principio dell’azione. Così le nuove idee hanno provocato una moltitudine di atti di rivolta, in tutti i paesi, sotto tutti gli aspetti possibili: prima di tutto la rivolta individuale contro il Capitale e lo Stato, poi la rivolta collettiva — lo sciopero e l’insurrezione operaia; entrambe atte a preparare, nelle menti come nei fatti, la rivolta in massa, la rivoluzione. In questo il socialismo e l’anarchismo non hanno fatto che seguire l’evoluzione, sempre seguita dall’idea-forza all’avvicinarsi delle grandi sollevazioni popolari.
È per questo che sarebbe errato il voler attribuire all’Anarchia il monopolio degli atti di rivolta. E infatti, quando passiamo in esame gli atti di rivolta degli ultimi quarant’anni, li vediamo provenire da tutti i partiti. In tutta l’Europa vediamo una moltitudine di sollevazioni di masse operaie e contadine. Lo sciopero che era prima «una guerra di braccia incrociate», diventa oggi molto facilmente una rivolta, e prende spesso — negli Stati Uniti, nel Belgio, in Andalusia, in Italia, ecc. — le proporzioni di una vasta insurrezione. A dozzine si contano nei due mondi le sollevazioni degli scioperanti, diventate rivolte. D’altra parte, l’atto di rivolta individuale prende tutti i caratteri possibili, e tutti gli elementi avanzati vi partecipano. Vediamo passare davanti a noi la giovane ribelle, semplicemente socialista, Vera Zasulič, che spara contro un satrapo di Alessandro II; il social-democratico Hoedl ed il repubblicano Nobiling che sparano contro l’imperatore di Germania; l’operaio Otero che attenta al re di Spagna; ed il mazziniano Passannante che va per colpire il re d’Italia. Vediamo le uccisioni agrarie in Irlanda e le esplosioni a Londra, organizzate da nazionalisti irlandesi che hanno il socialismo e l’anarchia in orrore. Vediamo tutta una generazione di gioventù russa — socialisti, costituzionalisti, giacobini — dichiarare la guerra a oltranza ad Alessandro II, e pagare questa rivolta contro il regime assoluto salendo il patibolo e marciando all’esilio. Numerosi attentati si producono fra i minatori belgi, inglesi e americani. E non è che verso la fine di questa lunga serie che vediamo sorgere gli anarchici coi loro atti di rivolta in Spagna, in Francia, in Italia — gli Artal ed i Morral, i Vaillant e gli Henry, i Lega e i Bresci, ecc.
E durante questo periodo i massacri in grosso e al dettaglio, organizzati dai governi, seguitano a prodursi. Agli applausi della borghesia europea, l’Assemblea di Versailles fa massacrare 35 mila operai parigini — la maggior parte dei prigionieri della Comune vinta. I «briganti di Pinkerton» — soldatesca privata al servizio dei capitalisti americani — massacrano secondo le regole dell’arte i lavoratori in sciopero. I preti incitano un uomo, un debole di spirito, a tirare su Louise Michel, che — da vera anarchica — lo salva dalle grinfie dei giudici grazie ad una generosa difesa. Al di fuori dell’Europa, si massacrano gli Indiani del Canada e si strangola Riel, si sterminano i Matabeli, si bombarda Alessandria, senza parlare delle carneficine alle quali si dà il nome di guerra, a Madagascar nell’Oriente Estremo, al Marocco, eccetera. Ed infine, si distribuiscono ogni anno centinaia, migliaia d’anni di prigione ai lavoratori ribelli dei due mondi, e si dannano alla più nera delle miserie le loro donne ed i loro figli — sono così condannati a pagare i sedicenti crimini dei loro padri. Si trasportano codesti ribelli in Siberia, alle isole di Tremiti, di Lipari, di Pantelleria, a Biribi, a Numea ed alla Guyana, e in questi luoghi d’esilio si fucilano ancora i condannati per il minimo atto d’insubordinazione...
Quale libro terribile sarebbe quello che darebbe il bilancio delle sofferenze sopportate dalla classe operaia e dai suoi amici, durante gli ultimi cinquant’anni! Quale folla di dettagli spaventosi, ignoti al grosso pubblico, che a descriverli farebbero fremere il cuore dei più induriti ai dolori umani! Quali eccessi di furore provocherebbe ogni pagina di un tale martirologio dei precursori moderni della grande rivoluzione sociale! — Ebbene questo libro l’abbiamo vissuto, ciascuno di noi ne ha percorso, almeno, delle pagine intere di sangue e di nera miseria!
E davanti a queste miserie, a queste esecuzioni, a queste Guyane, Siberie, Tremiti, Numea, si ha ancora il triste coraggio di venire a rimproverare al lavoratore ribelle la sua mancanza di rispetto per la vita umana?
Ma tutto l’insieme della nostra vita attuale raggiunge il rispetto per la vita umana! Il giudice che ordina di uccidere, ed il suo luogotenente, il carnefice, che garrota in pieno sole a Madrid o ghigliottina all’alba a Parigi o in Russia, provocando le risa sguaiate dei degradati sociali; il generale che massacra a Bacleh o a Fez, o il corrispondente di giornale che si accinge a coprire di gloria gli assassini; il padrone che avvelena i suoi operai con la biacca, perché — risponde egli — «costerebbe assai più caro il sostituirvi il bianco di zinco»; il sedicente geografo inglese che uccide una vecchia perché non risvegli un villaggio nemico coi suoi pianti, e il geografo germanico che fa impiccare come infedele la giovane nera che aveva preso per concubina; il consiglio di guerra che si accontenta di quindici giorni d’arresto per il guardaciurma di Biribi convinto d’assassinio... tutto, tutto, nella società attuale insegua il disprezzo assoluto della vita umana — di questa carne tanto deprezzata sul mercato! Ed essi che garrotano, che assassinano, che uccidono la merce umana deprezzata, essi, che hanno fatto una religione della massima: per la salvezza pubblica bisogna garrotare, fucilare, uccidere — si lamentano perché poco si rispetta la vita umana!
No, fino a quando la società reclamerà la legge del taglione, finché la religione e la legge, la caserma e la corte di giustizia, la prigione ed il bagno industriale, la stampa e la scuola continueranno ad insegnare il disprezzo supremo della vita dell’individuo, non chiedete ai ribelli il rispetto di questa società! Sarebbe esigere da essi una dolcezza ed una magnanimità di un grado infinitamente superiore a quello di tutta la società.
Se volete, come noi, che la libertà intera dell’individuo, e per conseguenza la sua vita, sia rispettata, siete forzatamente condotti a ripudiare il governo dell’uomo sull’uomo, qualunque sia la forma che prende; siete costretti di accettare i principi dell’Anarchia, per tanto tempo maledetti e beffeggiati e perseguitati nella persona dei suoi adepti. Dovete cercare, con noi, le forme sociali che possono in meglio realizzare questo ideale, e mettere fine a tutte le violenze che vi ripugnano.