Titolo: Protesta contro le machine
Argomento: Miraggi
p-c-37b8d575f03114f73a5662f59e998e21336d2de8-m-jpg.jpg



Non amo correre;

chi corre non sente, né pensa:

chi corre si dispensa,

nucleo vertiginoso, dentro un alone di polvere;

vi soffoca e si accieca.


Amo il passo sonoro dell’uomo

che scande sul cammino

la propria coscienza sicura:

ed amo il progredire giusto, senza paura,

senza jattanza, senza precipitazione.


Fornir la sua giornata

quando precipita il sole

nel rogo aerato delle nuvole ardenti,

terminare la vita coll’ultima parola

sopra il pensiero estremo,

che manca, si adagia, riposa

nell’ombre del silenzio,

determinato e sereno.


Amo sapere dove pongo il piede:

amo far mio, dalli occhi, nella mente

il paesaggio che mi comprende:

scoprir i nuovi colori e novissime note:

chinarmi sulle siepi per odorarne i fiori:

pungermi al biancospino,

oh, lentamente, ho, lietamente,

odorar similmente la gioja e il dolore.


Odio le Machine di frenesia:

le uso, le comando, le opprimo

di me con disprezzo, cavalle d’acciajo,

strumenti imperfetti, perché corre il Mondo

ed io lo voglio sopravanzare.

Ma ruggenti, stridenti, rombando.

Automobile, Aeroplano,

il mio Pensiero è più rapido

v’irrita, vi sfida, vi ha vinto

rosso e d’oro, condore sovrano.

Su, in gara, avvicinatelo!

Vertigine! vi divorate col divorare la via.

Su, per le Stelle a conquista,

su per il mare di luce,

che vi abbaglia e discioglie

eterno e sempre uguale!

Su Machine, a travolger l’Infinito,

che si allarga da voi in ampii elissi:

su, per gli Astri alli eclissi del Sole!

Il mio Pensiero v’impone

fossato e bastione:

là, dove giunse attento e solitario pedone,

là, non irrompono Machine.


Quale superbia, quale delirio,

rivolgersi nel vento del vento più veloci:

scansare l’ostacolo, abbatterlo,

infrangerlo ed oltre fuggire

sui frantumi ed il sangue,

vittime palpitanti in olocausto,

rotaie rosse di vita segnare nella polvere!

Quali illusioni sfolgorar di tra i tuoni

officinali ed addomesticati

bestie colli occhi di vetro e di fiamma,

l’anima imprigionata in una ruota

di bronzo e d’ottone al timone.

Ma l’uomo che tu porti non rimuta:

né peggior, né migliore,

carreggia nelle lande, convola sulle nubi

la sua povera gioja, l’infimo suo dolore.


E che? Rinnovi tu il Mondo?

Migliorate costume e ragione

cotidiane ecatombi

di giovani Eroi sitibondi

d’alto, di spazio, di luce

e d’orgogliosa profondità?

Fresca parola sommessa

su tumulo di popolo incorona

una nuova e redente Umanità:

incruenta proclama la guerra,

laureata protende la pace,

musicale dichiara vittoria

col peana la gloria

affranca la promessa colla rivoluzione,

dischiude l’alba candida della fraternità,

amministra col sogno il bisogno della felicità.


Amo saper l’istoria del Mondo

e conversar con le Cose,

accompagnarmi, con loro, in viaggio:

la pianta, la rama, la frasca, la foglia,

il ciottolo, il greppo selvaggio che impende,

il fumo del comignolo a mezzo la costa,

il campàno nel prato,

la sonagliera ch’ansima per l’erta,

l’eco di una campana in agonia,

il ciuffo d’erba magra e polverosa,

la sassifraga gialla e solatia,

il licheno e la muffa sui muri sgretolati,

l’orma di chi passò innanzi a me

per sua varia ventura di passione:

il mondo, tutto il mondo,

senza distinzione, va sussurrandomi i suoi perché.


Un anello prezioso perduto,

una lagrima invano versata,

un saluto scordato che attende risposta,

un bacio lasciato cader nella polvere

smarrito dalle labbra e dal cuore,

il vagir di chi nasce, il grido di chi muore:

tutto il mondo confida sé stesso

al ritmo del mio passo:

risuscitan fantasimi rimorsi,

piaceri, maledizioni,

ironie e canzoni.

Velocità che abolisce li istanti,

volante demenza che oppone al respiro!


Tele sbiadite, imbrumate, e fuggenti, città, campagna, ville

planimetria schizzata a volo d’aquila

la faccia della Patria si esprime:

il battito è frequente, brividi dell’altezza,

ghiaccio a serper le vene,

l’aquila squilla alle orecchie

i trilli nevrastenici della rarefazione;

ombra, la Vita, ombra diserta e sola!

e l’omiciattolo grave, col suo povero giubilo,

col suo triste patema, allo sbaraglio vola!


Machina, su,

Machina, urrah!

va, col cuore di fiamma,

va, col metallo delle vene fumighe,

gonfie di sibili e di vapori!

Va, colle leve ed i volanti,

le calamite turgide ed amanti!

Va, coll’elica in refolo al vortice,

trifida e vorticata mannaja d’acciajo,

a fender l’aria, a inebriarsi di raggi!

Rulla ed abacina il mozzo alle ruote,

all’asse fervido, rese invisibili:

corre, precipita, soffia, già non è più!

Tendi alla brezza ed alla procella

vele di gabbia, ali d’aironi:

le scotte fischiano, vibra la carne dell’uomo e l’ordigno;

fili di ferro, vimini, stocchi,

verghe, code retrattili, guide;

zirla, dimenati, romba, vagella,

allargati in cielo smentisci ed annulla

il Paraclito argenteo e fattucchiero;

trapassa montagne,

schermisci i confini,

semina dinamite dalla navicella,

anarchico, anomalo Aeroplano;

sparviero Aerostato artiglia

sulla cima del mondo la tua volontà.


Anabasi grigia il ritorno stanco e sconsolato;

tristezza calar dalle nuvole

per ritornar colli Uomini!


Calmo vi beffa, sedentario, il Pensiero;

ha già saputo quanto voi scopriste;

lasciò estuare l’Imaginazione

dalla prolifica matrice aperta;

vi partorì abnorme creazione.

Ha pur sorpassate le angoscie,

tutte le prove e tutti i dubii.

Che vuoi tu in faccia a lui

piccolo Mostro metallico?

Egli ti ha fatto imperfetto dal nulla!

Ma il Pensiero che ti ebbe nascente

oh, perfettissimo e geniale,

imperatore non mai soggiogato!


— Machina, soffri? – No!

Inettissimo vivere, chi non soffre non vive.

— Comunicando del Mondo li Uomini,

torna ad intinger la bocca siziente,

avida e fortunata, alla secreta

polla dell’acqua frigida e rupestre.

Nomade eterno e pedestre

— e se ne india – il Poeta,

Egli è foriero e non si oblia;

la sua santa menzogna riveste

dell’eterna armonia,

rivendicato dall’Immortalità.



[La Ragione, 27 agosto 1910]