#author Gian Pietro Lucini #title Protesta contro le machine #topics Miraggi #pubdate 2013-02-03 #lang it #cover p-c-37b8d575f03114f73a5662f59e998e21336d2de8-m-jpg.jpg

Non amo correre; chi corre non sente, né pensa: chi corre si dispensa, nucleo vertiginoso, dentro un alone di polvere; vi soffoca e si accieca.
Amo il passo sonoro dell’uomo che scande sul cammino la propria coscienza sicura: ed amo il progredire giusto, senza paura, senza jattanza, senza precipitazione.
Fornir la sua giornata quando precipita il sole nel rogo aerato delle nuvole ardenti, terminare la vita coll’ultima parola sopra il pensiero estremo, che manca, si adagia, riposa nell’ombre del silenzio, determinato e sereno.
Amo sapere dove pongo il piede: amo far mio, dalli occhi, nella mente il paesaggio che mi comprende: scoprir i nuovi colori e novissime note: chinarmi sulle siepi per odorarne i fiori: pungermi al biancospino, oh, lentamente, ho, lietamente, odorar similmente la gioja e il dolore.
Odio le Machine di frenesia: le uso, le comando, le opprimo di me con disprezzo, cavalle d’acciajo, strumenti imperfetti, perché corre il Mondo ed io lo voglio sopravanzare. Ma ruggenti, stridenti, rombando. Automobile, Aeroplano, il mio Pensiero è più rapido v’irrita, vi sfida, vi ha vinto rosso e d’oro, condore sovrano. Su, in gara, avvicinatelo! Vertigine! vi divorate col divorare la via. Su, per le Stelle a conquista, su per il mare di luce, che vi abbaglia e discioglie eterno e sempre uguale! Su Machine, a travolger l’Infinito, che si allarga da voi in ampii elissi: su, per gli Astri alli eclissi del Sole! Il mio Pensiero v’impone fossato e bastione: là, dove giunse attento e solitario pedone, là, non irrompono Machine.
Quale superbia, quale delirio, rivolgersi nel vento del vento più veloci: scansare l’ostacolo, abbatterlo, infrangerlo ed oltre fuggire sui frantumi ed il sangue, vittime palpitanti in olocausto, rotaie rosse di vita segnare nella polvere! Quali illusioni sfolgorar di tra i tuoni officinali ed addomesticati bestie colli occhi di vetro e di fiamma, l’anima imprigionata in una ruota di bronzo e d’ottone al timone. Ma l’uomo che tu porti non rimuta: né peggior, né migliore, carreggia nelle lande, convola sulle nubi la sua povera gioja, l’infimo suo dolore.
E che? Rinnovi tu il Mondo? Migliorate costume e ragione cotidiane ecatombi di giovani Eroi sitibondi d’alto, di spazio, di luce e d’orgogliosa profondità? Fresca parola sommessa su tumulo di popolo incorona una nuova e redente Umanità: incruenta proclama la guerra, laureata protende la pace, musicale dichiara vittoria col peana la gloria affranca la promessa colla rivoluzione, dischiude l’alba candida della fraternità, amministra col sogno il bisogno della felicità.
Amo saper l’istoria del Mondo e conversar con le Cose, accompagnarmi, con loro, in viaggio: la pianta, la rama, la frasca, la foglia, il ciottolo, il greppo selvaggio che impende, il fumo del comignolo a mezzo la costa, il campàno nel prato, la sonagliera ch’ansima per l’erta, l’eco di una campana in agonia, il ciuffo d’erba magra e polverosa, la sassifraga gialla e solatia, il licheno e la muffa sui muri sgretolati, l’orma di chi passò innanzi a me per sua varia ventura di passione: il mondo, tutto il mondo, senza distinzione, va sussurrandomi i suoi perché.
Un anello prezioso perduto, una lagrima invano versata, un saluto scordato che attende risposta, un bacio lasciato cader nella polvere smarrito dalle labbra e dal cuore, il vagir di chi nasce, il grido di chi muore: tutto il mondo confida sé stesso al ritmo del mio passo: risuscitan fantasimi rimorsi, piaceri, maledizioni, ironie e canzoni. Velocità che abolisce li istanti, volante demenza che oppone al respiro!
Tele sbiadite, imbrumate, e fuggenti, città, campagna, ville planimetria schizzata a volo d’aquila la faccia della Patria si esprime: il battito è frequente, brividi dell’altezza, ghiaccio a serper le vene, l’aquila squilla alle orecchie i trilli nevrastenici della rarefazione; ombra, la Vita, ombra diserta e sola! e l’omiciattolo grave, col suo povero giubilo, col suo triste patema, allo sbaraglio vola!
Machina, su, Machina, urrah! va, col cuore di fiamma, va, col metallo delle vene fumighe, gonfie di sibili e di vapori! Va, colle leve ed i volanti, le calamite turgide ed amanti! Va, coll’elica in refolo al vortice, trifida e vorticata mannaja d’acciajo, a fender l’aria, a inebriarsi di raggi! Rulla ed abacina il mozzo alle ruote, all’asse fervido, rese invisibili: corre, precipita, soffia, già non è più! Tendi alla brezza ed alla procella vele di gabbia, ali d’aironi: le scotte fischiano, vibra la carne dell’uomo e l’ordigno; fili di ferro, vimini, stocchi, verghe, code retrattili, guide; zirla, dimenati, romba, vagella, allargati in cielo smentisci ed annulla il Paraclito argenteo e fattucchiero; trapassa montagne, schermisci i confini, semina dinamite dalla navicella, anarchico, anomalo Aeroplano; sparviero Aerostato artiglia sulla cima del mondo la tua volontà.
Anabasi grigia il ritorno stanco e sconsolato; tristezza calar dalle nuvole per ritornar colli Uomini!
Calmo vi beffa, sedentario, il Pensiero; ha già saputo quanto voi scopriste; lasciò estuare l’Imaginazione dalla prolifica matrice aperta; vi partorì abnorme creazione. Ha pur sorpassate le angoscie, tutte le prove e tutti i dubii. Che vuoi tu in faccia a lui piccolo Mostro metallico? Egli ti ha fatto imperfetto dal nulla! Ma il Pensiero che ti ebbe nascente oh, perfettissimo e geniale, imperatore non mai soggiogato!
— Machina, soffri? – No! Inettissimo vivere, chi non soffre non vive. — Comunicando del Mondo li Uomini, torna ad intinger la bocca siziente, avida e fortunata, alla secreta polla dell’acqua frigida e rupestre. Nomade eterno e pedestre — e se ne india – il Poeta, Egli è foriero e non si oblia; la sua santa menzogna riveste dell’eterna armonia, rivendicato dall’Immortalità.

[La Ragione, 27 agosto 1910]