#author Arthur Arnould
#title Stato e Rivoluzione
#topics Brulotti
#pubdate 2011-10-18
#lang it
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Ecco un titolo celebre: Stato e Rivoluzione. Tutti sanno che “appartiene” a Lenin, il quale l’ha dato ad uno dei suoi libri più importanti, quello in cui espone la teoria del marxismo nel rapporto con lo Stato. Lenin scrisse quel libro nel 1917, basandosi sulle tesi di Marx ed Engels per esprimere la volontà marxista di spezzare la macchina statale allo scopo di provocarne il deperimento. Il modello proclamato è quello della Comune di Parigi. La Comune è un modello tanto più perfetto in quanto è ridotta al silenzio, ovvero all’idea che ciascuno se ne fa. La si racconta, la si interpreta, la si prende a riferimento, è diventata storia e mito; ma qual è il suo pensiero diretto e vivo (perlomeno il pensiero diretto e vivo di buona parte della Comune, quella libertaria)? Non v’è dubbio che sia ignorato. La prova: un comunardo lo ha raccolto in un libro dalla scrittura accessibile a tutti, e questo libro è sconosciuto. Cosa singolare, ecco il suo titolo: Stato e Rivoluzione.
Questo Stato e Rivoluzione è stato scritto da Arthur Arnould ed è apparso nel 1877, ossia quarant’anni prima del libro di Lenin. Questo Stato e Rivoluzione è antistatale, e lo è a partire da una esperienza reale. Questo Stato e Rivoluzione sostiene la libera unione di collettività autonome e federate contro ogni centralismo autoritario.
Era necessario che l’interpretazione marxista gettasse nell’oblio il libro di Arnould? È probabile, ma lo Stato marxista fino ad ora non ha fatto deperire che la propria ideologia. Nel suo Stato e Rivoluzione, Arthur Arnould parla della società senza Stato voluta dai comunardi, e ne parla da comunardo, ovvero da individuo che non ha subito alcuna influenza marxista. Sia per Arnould che per Lenin, si tratta di “spezzare” l’apparato dello Stato. Ma Arnould l’ha fatto assieme ai suoi compagni, prima di essere sconfitto dalla repressione, mentre Lenin ha conquistato l’apparato senza minimamente pensare di danneggiarlo. Arnould parla a nome di una pratica; Lenin, a partire dalla pratica di un altro, elabora una teoria che rappresenta la verità marxista, ma che, non contenta di non essere mai stata realizzata, non ha cessato di essere tradita dai suoi stessi sostenitori.
Quello che segue è un testo composto da alcuni stralci dell’opera, apparsi su due giornali anarchici all’inizio del Novecento.
Oggi non vi sono più questioni di nazionalità propriamente dette.
C’è la grande lotta della Rivoluzione contro lo Stato, dell’avvenire contro il passato, dell’uguaglianza contro il privilegio, del diritto contro la forza.
Questa lotta esiste — aperta o latente presso tutti i popoli civili, qualunque sia la latitudine geografica, qualunque sia la forma politica del governo: Impero, Monarchia, Repubblica, Potere personale o Parlamentarismo…
Ciò che arresta e sterilizza l’azione rivoluzionaria in Francia — è identico a ciò che l’arrestava ieri l’altro in Italia, che la faceva abortire ieri in Spagna, che la ritarda e domani la renderà impotente in Germania; è la teoria dello Stato — sia esso lo Stato Repubblicano o Monarchico, operaio o borghese.
Stato e Rivoluzione sono due forze contraddittorie, incompatibili. Si tratta di uscire dalla evoluzione politica i cui termini mettono capo al dispotismo in alto, alla schiavitù in basso, per entrare sul terreno della evoluzione sociale che ci darà la giustizia nell’eguaglianza e nella libertà!
Ma per entrare in questo terreno della realizzazione anarchica, bisogna prima di tutto, ripetiamolo, rovesciare le barriere che ce ne interdicono l’accesso — vale a dire abolire lo Stato e tutto l’organismo politico di cui esso è l’incarnazione suprema.
Quando si rammenta il detto di Luigi XIV: lo Stato sono io, tutti i nostri liberali scattano d’indignazione. Quando lo Stato moderno dice: la Francia, o l’Italia, sono io — ed agisce di conseguenza — quale differenza ci vedete?
Ha ragione, voi gli avete dato tutto, egli è il più forte — egli può tutto — egli è tutto!
Mi risponderete voi: io sono il popolo sovrano, io! — Tutte queste persone che mi governano, cioè mi razionano la mia parte di libertà, d’esistenza, d’aria respirabile, che ritagliano e limano nei miei diritti, che legiferano pro e contro tutto, particolarmente contro di me, non detengono il loro potere che dalla mia volontà!
— Hanno essi meno il potere?
— Sono io che li nomino!
— Siete voi meno governati?
— Ho la mia scheda, io li cambio!
— Cambia e migliora per questo la vostra condizione?
L’errore è di credere che cambiando l’investitura del Potere se ne cambi la natura.
Il re Bomba, parlando dei suoi soldati, diceva: Vestiteli di verde, vestiteli di rosso, essi scappano sempre davanti il nemico. È lo stesso del Potere. Che esso si eserciti in nome del diritto divino e ereditario, o in nome della sovranità popolare e del diritto elettivo, sarà sempre il Potere, e voi sarete sempre la cosa inerte che si amministra, che si dirige, che si governa.
Ch’esso porti in fronte l’olio santo della provvidenza, o la polvere delle barricate o la scheda — lo Stato, rappresentato da un uomo o da un’Assemblea, non ha egli sempre le stesse prerogative, la stessa onnipotenza? Dal momento che avete detto sì, con più o meno libertà morale o materiale, non appartenete voi a questo Potere che viene da voi, e che non è più vostro?
Se si dicesse a un condannato a morte: «Se il boia non sarà più nominato dall’amministrazione, lo eleggerai tu stesso, e prima di darti la morte dichiarerà che è in virtù della tua propria sovranità ch’egli ti taglia il collo», credete voi che la sorte del ghigliottinato ne sarebbe essenzialmente cambiata?
Ebbene, questa teoria è quella della sovranità delegata, quella di tutta la vecchia generazione rivoluzionaria e dei giovani neofiti che aspirano al Potere.
Niente illusione: mai lo Stato, qualunque nome esso prenda, sarà veramente democratico, né manco liberale — vale a dire, sottomesso alla volontà della nazione.
Come volete che colui che comanda... obbedisca?
Mai egli sarà né la libertà, né l’uguaglianza, poiché egli è l’Autorità, per conseguenza il privilegio, vale a dire il contrario della libertà e dell’uguaglianza.
Tutto il sistema dittatoriale, autoritario, governativo — tre sinonimi — riposa su questa idea insensata, che il popolo può essere rappresentato da altri anziché da se stesso.
Nessuno può rappresentare il popolo, perché nessuno meglio di lui può conoscere i suoi bisogni, le sue volontà.
Si rappresentano degli interessi definiti, circoscritti, limitati — non si rappresenta un’astrazione.
Si rappresenta un comune, si rappresenta un gruppo economico, si rappresenta una corporazione — non si rappresenta il popolo.
Lo Stato non vi rappresenta dunque. Non rappresenta che se stesso. Ora voi e lui fate due, e due non faranno mai uno.
Che direste voi d’un uomo che, avendo una spina nel piede, pensasse di cambiare calzatura nella speranza di guarire?
La spina è lo Stato — i governi sono le calzature che si cambiano, — ecco tutto.
Proudhon, parlando della classe dirigente, dice nella sua Correspondance: «È una casta ignorante, immorale, avida, senza principi, sempre pronta a far man bassa sulla ricchezza pubblica, ed a sfruttare il povero avvantaggiandosi non meno bene dell’imperatore, della Repubblica, della Chiesa e del re». Così si è visto Thiers avvantaggiarsi della presidenza della repubblica versagliese e si vedono i suoi uomini avvantaggiarsi non meno bene della Repubblica monarchico-clericale che essi contano reggere con i decreti dell’Impero.
Essi hanno un bel fare però, il popolo comincia a comprendere anch’esso d’onde viene il male e a spiegarsi perché tutte le sue vittorie di un giorno sono le disfatte di vent’anni.