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La mattina dello scorso 30 maggio le linee ferroviarie dalla compagnia JR Kitakyushu, nel sud del Giappone, sono state paralizzate. Ventisei i treni sospesi, dodicimila le persone costrette per un giorno a rinunciare alla programmata quotidianità. Ma cosa fosse successo, non era dato sapere. Dopo oltre un mese di indagini e accertamenti i tecnici della compagnia hanno infine svelato la causa di quanto accaduto, definendolo «un evento raro». Non si è trattato dell’azione diretta di qualcuno, no. Nessun benintenzionato movimento di massa ha bloccato le linee ferroviarie, ha invaso le stazioni, ha occupato i binari, ha resistito alle cariche della polizia. E nemmeno un qualche singolo malintenzionato ha scavalcato recinzioni, ha evitato la videosorveglianza, ha scardinato porte, ha incendiato strutture. Per un giorno l’Alta Velocità di una vasta regione del Giappone è stata fermata da… da… da…

Una lumaca, sinonimo di esasperante lentezza. Un invertebrato di un paio di centimetri si è infilato in una delle apparecchiature elettriche che costeggiano i binari e, strisciando con la sua bava umida su un cavo, ha preso fuoco. Quanta fiamma potrà mai provocare una lumaca che arde? Sufficiente a quanto pare per mandare in tilt il sistema di trasporti di un paese ipermoderno celebre per la sua efficienza.

La curiosa notizia ha fatto il giro del mondo, facendo tirare fuori dagli archivi analoghi precedenti. Si è così venuti a sapere che ogni anno negli Stati Uniti sono numerosi i blackout provocati dagli scoiattoli, mentre sette anni fa in Alabama fu un serpente a lasciare a piedi quasi settemila persone. Ovviamente la compagnia giapponese potrebbe aver attribuito la responsabilità di quanto avvenuto ad un innocente animale solo per non pubblicizzare la colpevolezza di un qualche essere umano (incompetente o ribelle). Altrettanto ovviamente, la versione ufficiale nipponica dei fatti fa comunque riflettere: se una lumaca è ritenuta in grado di fermare l’Alta Velocità strisciando su un cavo, allora…

E se la lumaca è il simbolo della lentezza, l’orso è il simbolo della forza, del coraggio, della determinazione. Per i nativi americani questo animale-totem indica l’agire di una forza soprannaturale. Stupide credenze da selvaggi? Bisognerebbe chiederlo al Corpo forestale del Trentino, impegnato in questi giorni in una battuta di caccia. Un orso, M49 per i civilitici burocrati, ha irritato le autorità con la sua fame e la sua curiosità. Non solo sbranando troppi altri animali, ma pure tentando di introdursi in qualche malga, esclusivo regno dell’essere umano. Nei primi giorni di luglio la Provincia di Trento ha quindi emesso nei suoi confronti un’ordinanza di cattura, resa tanto più facile dal radiocollare a suo tempo applicato sull’animale. Condannato in contumacia all’ergastolo, l’orso è stato catturato alcuni giorni fa in val Rendena e rinchiuso nel Centro Casteller, a sud di Trento. Imprigionato lì dentro, in questo «parco ecologico» circondato da una doppia recinzione di fili elettrificati a 7.000 volt e da una barriera metallica alta 4 metri, la fiera a quattro zampe non incuteva più timore ai remissivi bipedi.

Ebbene, nel giro di poche ore è riuscito a scappare. Come ci sia riuscito è un mistero per tutti i suoi guardiani, i quali per altro al momento del suo ingresso in carce… ops, nel parco, gli avevano fatto la cortesia di togliergli il radiocollare. Così ora l’animale non solo è libero, ma pure illocalizzabile. Ovviamente la Provincia di Trento potrebbe essersi inventata questa incredibile fuga di un animale vivo per non rendere pubblica la sua (già avvenuta) uccisione al momento della cattura. Incompetenza per incompetenza, meglio quella che non è sporca di sangue. Altrettanto ovviamente la versione ufficiale italiota dei fatti fa comunque riflettere: se un orso è ritenuto in grado di conquistarsi la sua libertà in poche ore evadendo dalla prigione a cielo aperto ritenuta più sicura, allora…

… allora, come diceva un poeta portoghese, «l’uomo non sa di più degli altri animali; ne sa di meno. Loro sanno quel che devono sapere. Noi, no».


[21/7/19]