Titolo: Tra parassiti e avvoltoi
Argomento: Brulotti
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Da 8 a 500 in pochi giorni. Sono i numeri dei manifestanti che nei pressi di Melendugno, in Salento, si sono messi in mezzo per bloccare i lavori in un cantiere del Tap. La questione era nota da tempo, ed è bastata la determinazione dei pochi per accendere quella dei molti. Senza dover elemosinare consensi preliminari, senza ricorrere a patetici travestimenti da piacioni. Salita alla ribalta delle cronache, la vitalità della lotta contro il Tap sta ovviamente attirando l’attenzione dei soliti parassiti della politica, incravattati parlamentari o trasandati militanti che siano. Stanno calando come mandrie sul Salento, spingendosi l’un l’altro con la sella in mano. Ce n’è per tutti i disgusti.

C’è l’ex presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, il quale da un lato incensa la difesa degli ulivi della sua terra e dall’altro assicura che «non c’è stata una preclusione ideologica nei confronti della discussione sul mercato del gas nello scacchiere geo-politico del Mediterraneo». Bisogna essere concreti, pratici, più realisti del re: non si tratta di preclusioni ideologiche, si tratta di interessi economici e politici! Il gasdotto va fatto, altro che! E va fatto in Puglia, certo! Ma non in quel punto, semplice. «Quello che davvero è incredibile è che a fronte degli 865 km di costa pugliese sia stato scelto per l’approdo del gasdotto Tap il territorio di Melendugno (Lecce): un concentrato singolare di bellezza e soprattutto un giacimento straordinario di ricchezza naturalistica ed archeologica». I governanti nei palazzi di Roma sono zucconi, non capiscono che simili progetti non possono né infierire su chi si ritrova già con i veleni fino al collo (anche grazie a Vendola, per altro), né colpire chi potrebbe venire sfruttato per bene attraverso l’industria del turismo. Si fossero informati, almeno, avessero chiesto... tutto sarebbe stato più semplice: «prima c’era l’obbligo dell’intesa tra Roma e la periferia, ora Palazzo Chigi consulta la periferia e poi fa come gli pare». Si tratta di una arroganza davvero disdicevole, perché fa a meno di ricorrere alle figure dei Grandi Mediatori i quali si vedono così messi in disparte, arretrati dietro le quinte del palcoscenico, senza uno straccio di ruolo e di prebenda di una certa importanza. Povero Vendola...

Dopo il vecchio politico che consiglia mugugnando, il giovane politico che scalpita sbraitando. Alessandro Di Battista, maggiordomo del Grillo, è convinto che lo Stato di cui egli è rappresentante e difensore non abbia nulla a che vedere con il Tap, la cui intera responsabilità va attribuita al «potere finanziario che impone opere inutili come il Tap sulle spalle dei cittadini». È la solita favola che da anni ci viene raccontata, quella di un potere politico talvolta birichino ma tutto sommato bonario che viene adescato e traviato da un potere finanziario malvagio. I due si sono incontrati per puro caso, non si conoscono, non hanno alcun legame, sia chiaro! Se siamo tutti nei guai è perché il primo è tanto ingenuo, mentre il secondo è tanto subdolo. Ah, se solo il potere politico venisse affidato alle persone giuste! Allora sì che... che... che... Anche il maggiordomo, come l’ex presidente della regione, sa bene dove batte il suo cuore: «noi vogliamo uno Stato sovrano dal punto energetico». Ecco qual è il problema: perché devastare il territorio per sfruttare le risorse energetiche di altri paesi, quando si può devastare il territorio per sfruttare quelle del proprio paese? Che le fabbriche continuino a funzionare, che le merci continuino a circolare, che questo miserabile mondo continui a girare, ma che lo faccia usando energia made in Italy. Smessi i panni del giustizialista che si eccita al tintinnare delle manette, Di Battista ha tirato fuori la pelliccia da leone e da scaltro stratega non lesina esortazioni e suggerimenti tattici a chi lotta: «andate al presidio e non dovrete sbagliare niente, non dite nemmeno le parolacce... mettetevi una cravatta se necessario». Manifestanti, fate i bravi ragazzi e andate a bloccare i cancelletti del cantiere!

Non solo i politici di fama, pure quelli affamati si interessano alla lotta contro il Tap. C’è l’immondo Luca Casarini il quale, nella sua eterna caccia a una riserva elettorale in grado finalmente di mandarlo lassù, va in estasi davanti a quanto vede configurarsi in Salento: «mi sembra una lotta straordinaria: ci sono i sindaci, ci sono tanti giovani...». Casarini, quando vede una fascia tricolore, si sente a suo agio, è come se fosse a casa. Per lui i movimenti devono possedere «caratteristiche costituenti», per essere efficace l’opposizione deve riuscire a creare una condizione precisa: «l’intreccio tra istituzioni locali e movimenti». Questo intreccio «è un elemento di forza perché quando i poliziotti devono caricare uno con la fascia tricolore oppure quando hanno davanti delle famiglie che probabilmente sono venute perché c’è il loro sindaco, è una cosa diversa che caricare un ragazzo». Dunque, i sovversivi che vogliono combattere i progetti dello Stato devono ingraziarsi i piccoli rappresentanti dello Stato al fine di evitare la repressione scatenata dai grandi rappresentanti dello Stato. Bizzarro suggerimento su cui vale la pena soffermarsi un attimo. Già l’idea di usare sindaci e famiglie come scudo protettivo anti-manganello la dice lunga sul conto di chi coltiva simili nobili propositi. Ma che dire della lungimiranza di chi affida i propri desideri di trasformazione sociale alla radicalità dei piccoli rappresentanti dello Stato, perennemente stretti fra ordini dall’alto e spinte dal basso? Può un sindaco, ovvero un funzionario dello Stato, andare risolutamente contro lo Stato stesso? Per Casarini non si tratta di fare a meno dell’autorità, ma di modificarla: «Cambia anche il concetto di autorità: i sindaci che sono qui sono le istituzioni perché le istituzioni sono il luogo in cui i conflitti si trasformano in progetti, mentre la legge impone». E chi fa la legge: il potere finanziario brutto e cattivo? Oppure proprio quelle istituzioni da cui si continua a pretendere rispetto, ad aspettare soccorso, anziché iniziare a metterle in discussione e trattarle con l’ostilità che meritano?

A proposito di sindaci, la voce di alcuni di loro è scesa dalla montagna settentrionale perennemente ribelle per arrivare sulle spiagge del mare meridionale solitamente frivolo (la coscienza non si misura, l’altitudine sì). I sindaci della Valle di Susa si lagnano del fatto che «troppo spesso gli Amministratori locali e i cittadini non vengono ascoltati e coinvolti nelle decisioni che li riguardano», motivo per cui non possono «che rinnovare i nostri appelli per un paese migliore, che guardi alle opere utili e necessarie, piccole e concrete». Ovviamente gli Amministratori locali amministrano per conto del governo centrale, sono ai suoi ordini e dipendono dai suoi finanziamenti. Se ogni tanto può capitare che difendano i cittadini contro le prepotenze del governo, resta il fatto che il loro compito è servire e rappresentare lo Stato. Ecco, allora, a chi lanciano i loro appelli? Chi dovrebbe decidere dell’utilità, della necessità, della limitatezza e della concretezza delle opere da intraprendere? Sono quasi imbarazzanti questi sindaci della Valle di Susa, i quali esprimono «comprensione e un ideale abbraccio ai nostri colleghi del Sud che difendono la loro terra e cercano di ridurre la distanza tra la gente e le Istituzioni». Il loro pensiero va solo ai colleghi, di cui capiscono bene le ambasce. Non è facile stare in equilibrio quando si tengono i piedi in due staffe. Non è facile da un lato difendere la protesta della gente e dall’altro difendere la legittimità delle istituzioni.

No, non è facile. E da parte nostra faremo il possibile perché diventi sempre più difficile. Tutti questi parassiti della rivolta – siano essi aderenti a partiti «di lotta e di governo», o amministratori che vogliono tenere vicino la gente e le istituzioni, o militanti dalla conflittualità alternata – stanno calando in Salento per allenare i manifestanti alla «ginnastica d’obbedienza», quella secondo cui esistono poteri buoni. Ma non troveranno solo coglioni e minchioni. Le istituzioni e i loro rappresentanti, piccoli o grandi che siano, non sono una possibile soluzione: sono il problema. Non vanno cercate, blandite e persuase. Vanno allontanate, criticate e combattute.


[4/4/17]