#author Alexandre O’Neill #title Un addio portoghese #topics Miraggi #pubdate 2014-07-29 #lang it #cover u-a-a4b2f61b76f3584b05096715ad38c9b78cebdb1d-m-jpg.jpg
Alexandre O’Neill (1924-1986) appartiene a quella generazione di portoghesi che in tutta la loro vita hanno conosciuto solo le dubbie gioie del regime fascista salazarista. Non sopporta di vivere in questo «regno», in questo «tempo sporco» dove la paura è «ordinaria», e dove gli uomini vengono trasformati in «ratti». Avendo rinunciato ai suoi studi alla Scuola Navale per dedicarsi alla letteratura, decide di esprimere la sua rivolta non attraverso l’estetica neo-realista, ma lanciandosi nelle braccia della più sfrenata immaginazione. È uno dei fondatori in Portogallo del movimento surrealista, di cui introduce i valori più sovversivi all’interno di quella asfissiante società. Autore di una poesia al tempo stesso lucida e allucinata, il linguaggio di O’Neill si contraddistingue per il suo sarcasmo, l’irriverenza e l’humour nero.
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Nei tuoi occhi altamente pericolosi vigoreggia ancora il più rigoroso amore la luce di spalle pure e l’ombra di un’angoscia ormai purificata
No tu non potevi restare attaccata con me alla ruota su cui imputridisco imputridiamo a questa zampa insanguinata che vacilla quasi medita e avanza muggendo nel tunnel di un vecchio dolore
Non potevi restare su questa sedia dove passo il giorno burocratico il giorno-dopo-giorno della miseria che sale agli occhi arriva alle mani ai sorrisi all’amore mal sillabato alla stupidità alla disperazione senza bocca alla paura sull’attenti all’allegria sonnambula alla virgola maniaca del modo funzionario di vivere
Non potevi restare in questo letto con me in transito mortale fino al giorno sordido canino poliziesco fino al giorno che non nasce dalla promessa purissima dell’alba ma dalla miseria di una notte generata da un giorno uguale
Non potevi restare attaccata con me al piccolo dolore che ciascuno di noi si porta dolcemente per mano questo piccolo dolore alla portoghese così mansueto quasi vegetale
No tu non meriti questa città non meriti questa ruota di nausea in cui giriamo fino all’idiozia questa piccola morte e il suo minuzioso e sporco rituale questa nostra ragione assurda di essere
No tu sei della città avventuriera della città dove l’amore trova le sue strade e il cimitero ardente della sua morte tu sei della città dove vivi per un filo di puro caso dove muori o vivi non di asfissia ma per le mani di un’avventura di un commercio puro senza la moneta falsa del bene e del male
In questa curva così tenera e lancinante che sarà che già è la tua scomparsa ti dico addio e come un adolescente inciampo di tenerezza per te.
[Nel Regno di Danimarca, 1958]