Hisashi Tôhara
Un anno fa, Hiroshima

Il testo che segue è rimasto sepolto in un cassetto per oltre mezzo secolo. Nel 1945 Hisashi Tôhara era uno studente di 18 anni e viveva ad Hiroshima. Fu uno dei pochi sopravvissuti all’esplosione atomica. Alcuni anni dopo incontrò una ragazza di nome Mieko e la sposò. Nel corso del loro matrimonio, durato 42 anni, Hisashi Tôhara evocò più volte la sua gioventù alla moglie, ma non volle mai raccontarle cosa accadde quel terribile 6 agosto. E lei, per rispetto del dolore vissuto dal marito, mai glielo chiese. Tre anni dopo la morte di Hisashi Tôhara, mentre metteva ordine fra le vecchie carte del marito, Mieko Tôhara scoprì alcuni fogli rovinati dal tempo, scritti su carta di pessima qualità, rilegati con un fragile filo. Erano datati 1946. Dopo averli letti d’un fiato, Mieko Tôhara si disse che dovevano essere assolutamente letti da altre persone, e che suo marito aveva scritto e conservato quel testo nella speranza che un giorno sarebbe stato reso pubblico.
Solo un anno fa, Hiroshima è stata colpita dalla più spaventosa, dalla più drammatica disgrazia mai sperimentata dall’umanità.
Era il 6 agosto 1945, il ventesimo anno dell’era Shôwa.
È trascorso un anno. Nel corso di quest’anno, è incredibile come il mondo abbia potuto cambiare e dibattersi.
Con questa bomba atomica, il grande Giappone ha barcollato sulle sue fondamenta prima di crollare. Un paese di prima grandezza nel mondo è stato messo sotto gli stivali dell’ottava armata degli Stati Uniti. Il sostegno che fino ad allora, fiduciosi, ritenevamo costituisse una solida base, era così fragile da sgretolarsi in un colpo solo. Il Giappone, il paese dei nostri antenati di cui siamo così orgogliosi, il Giappone di cui non esiste al mondo un altro paese comparabile, ha perso la sua battaglia.
Questo ci ha lasciato per un attimo stupefatti, senza sapere cosa fare. Ed ora dobbiamo imparare a vivere in un miserabile paese sconfitto.
L’atteggiamento della popolazione al rientro dei soldati dell’esercito imperiale, convinti di essere rimasti fedeli fino alla fine al nostro paese, senza eguali nel mondo per la disciplina e l’addestramento, è stato di un abominio pari alla confusione circostante. Atti criminali hanno cominciato a minacciare seriamente la popolazione.
Quale stupore, quando ho scoperto che «l’anima di Yamato» non era che una vana illusione.
Il pensiero cittadino ha perso il suo centro di gravità, la morale è crollata. E la disgrazia non si limitava a questo.
I cattivi raccolti dell’ultimo anno, a causa dei danni provocati dalle tempeste, hanno fatto sprofondare ancor più la società nelle tenebre. La comparsa e la diffusione del mercato nero e della ricettazione che minacciano la vita economica della popolazione, favoriscono l’emergere di arricchiti dalla sconfitta. L’egoismo domina e la compassione è diventata più esile di un foglio di carta. Questa qualità giapponese è scomparsa. Ognuno ha troppo da fare per sopravvivere.
Attualmente il Giappone è occupato dagli Stati Uniti e dai soldati di diversi altri paesi. Il potere politico reale dipende dal quartier generale di Mac Arthur. Il Giappone non ha ancora riguadagnato la propria sovranità di paese indipendente. Un disonore nazionale. E non è l’unica umiliazione. Riguardo la morale e la disciplina individuali, dobbiamo imparare un sacco di cose dagli ufficiali dell’esercito di occupazione. Il popolo giapponese, mostratosi troppo arrogante, comincia a dubitare dei propri valori, ed è diventato più servile del dovuto. Si è atrofizzato, fisicamente e moralmente. Nonostante tutti invochino la ricostruzione, non si vede nulla di concreto al di fuori di ristoranti e teatri. Si spera per quest’anno un raccolto abbondante di riso, cosa che forse tranquillizzerebbe gli animi. Anche se la luce non si riesce ancora a vedere. Le sofferenze continuano ad aumentare. Ma voglio conservare la fiducia nel futuro. Qualsiasi cosa accada, non voglio perdere la speranza.
Adesso, nell’evocare quel giorno della bomba atomica, sono assalito da una violenta emozione. Proverò a descrivere ciò che è successo sulla base dei miei ricordi.
Quel giorno, 6 agosto, cadeva il primo lunedì del mese. Il giorno in cui era stata tagliata l’elettricità all’acciaieria Nihonseikô; il luogo in cui noi, studenti del primo anno, essendo mobilitati per il servizio civile, uscivamo dal centro con un progetto per la giornata. I molti che vivevano in città o nei dintorni andavano a trovare le loro famiglie, mentre altri che vivevano troppo lontano uscivano dalla città con l’idea di rilassarsi, magari andando al cinema.
Il rientro era avvenuto poco prima, l’1 agosto, e le nostre famiglie non ci mancavano troppo, ma eravamo così orgogliosi di essere al liceo che, anche se eravamo un po’ scombussolati da quella nuova vita, riuscivamo già ad imitare le grida selvagge degli studenti del secondo anno ed eravamo partiti pieni di slancio, desiderosi di condividere al più presto la nostra gioia coi nostri cari.
Quel giorno ho attraversato il cancello dell’edificio con due miei amici del collegio, Yoshida e Ise. Le sette del mattino in estate non è troppo presto. I più mattinieri erano già usciti da tempo, il nostro gruppo era piuttosto in ritardo. L’ardente sole estivo batteva intenso sull’asfalto e il cielo di un azzurro uniforme era tutto una distesa. Dato che i treni si fermavano a Hiroshima, prendemmo il tram nella piazza della stazione. Mentre salivo con Ise su quello diretto a Koi, ho visto Yoshida mettersi in un’altra fila per salire su quello che stava arrivando. Penso che ci avesse perso di vista. Lungo la strada mi separai anche da Ise per cambiare a Tokaichi, e quando arrivai a Yokogawa erano circa le otto e un quarto. La vendita dei biglietti non era ancora incominciata, e allo sportello si era formata una fila abbastanza lunga.
Attesi un momento dicendomi che in quelle condizioni probabilmente non avrei trovato posto a sedere, quando osservai alcune persone che avevano superato lo sportello e stavano aspettando, non avendo potuto salire sul treno precedente. Tra queste notai il berretto bianco di uno studente delle scuole superiori. Era Ochiai. Stare lì ad aspettare mi annoiava. Avevo voglia di raggiungerlo per parlare con lui, allora ebbi un’idea. Dovevo solo attraversare la stazione. Avrei superato l’accesso ai marciapiedi e da lì sarei passato su quello della linea di Kabe. Era possibile perché avevo la mia tessera di abbonamento. Così, dopo esserci seduti uno accanto all’altro sul treno che stava arrivando proprio in quel momento, trascorremmo il tempo rimanente prima di cominciare a parlare della nuova vita che conducevamo da qualche giorno in quell’edificio, della nostra sorpresa, della nostra gioia, delle nostre speranze ed impressioni, e poi del nostro profondo stupore e dell’emozione provati durante la cerimonia in cui avevamo apposto la nostra firma e prestato giuramento.
La partenza era imminente quando si alzò il sipario su quel sanguinoso dramma, inaudito nella storia dell’umanità. Hiroshima, città maledetta!
In un attimo, tutto si illuminò fino ad accecarmi. Mentre un sordo brontolio montava dalla terra, sentii la mia nuca bruciare con un dolore intenso. Inconsciamente mi sporsi in avanti rimanendo seduto. La luce non smetteva di scorrere. Innumerevoli particelle di luce.
Mi assalivano da tutti i lati. Particelle di luce abbaglianti, dorate con riflessi rossi. Particelle microscopiche, più fini della polvere di fuoco. A decine di migliaia, a centinaia di milioni, si univano in un’immensa ondata che non cessava di scorrere. Un diluvio di luce che inondava la terra e attraversava impetuosamente il vetro dietro di me. Non vedevo più nulla. Il cielo e la terra affondavano in uno scintillio rosso, giallo e dorato, dove si distinguevano miriadi di particelle ancora più brillanti. Forse per due o tre secondi? Ma mi è sembrato che durasse molto più a lungo. E anche poco più di un istante. Cos’era stato? Un incidente? pensai, e subito dopo la luce scomparve di colpo, come evaporata, mentre tutto veniva invaso da fumo nero. Dopo una tale esplosione di luce, quell’improvvisa oscurità! Tenebre che non permettevano di vedere a un passo. Grida di donne. I passeggeri si precipitarono verso le porte. Io mi sono lanciato sul marciapiede dove il fumo mi impediva di vedere. All’improvviso l’angoscia mi strinse il cuore. «Ah, è vero, ero con Ochiai!» ricordai e, improvvisamente sollevato, gridai con tutte le mie forze «Ochiai!». Un po’ più in là lo sentii rispondere «Oh, hey!» «Dove sei?» «Qua!». Mi misi a correre seguendo la sua voce. Fuori di me correvo follemente, quando attraversando le banchine i miei sandali di paglia volarono via, non so dove. Passando sotto un grande pilastro caduto di traverso, sbattei la testa e anche il mio berretto volò via, risucchiato dai turbini di fumo. Ma già non avevo più la disponibilità d’animo per preoccuparmi di quelle cose. Urlavo disperatamente «Ochiai! Ochiai!» correndo a gambe levate. Mentre il fumo si disperdeva, ci ritrovammo entrambi, Ochiai ed io, sulla via del tram. Le case circostanti erano appiattite e man mano che il fumo si disperdeva si poteva vedere lontano. Le fiamme cominciarono a levarsi dalle macerie. Mi sentivo come in un paese straniero. No, all’inferno, più esattamente. Non riuscivo a capacitarmi che fosse reale. Rimanemmo per un momento sconvolti, senza poter credere ai nostri occhi. Poi ci rendemmo conto che non potevamo restare lì. «Ma cos’è successo?». «Questa volta è la fine!» ci dicevamo, senza sapere se si fosse trattato di una bomba esplosiva o incendiaria. I danni attorno a noi facevano pensare che dovesse essere molto grande. In ogni caso, si trattava di un bombardamento nemico. Anche se non si era sentito nessun rombo nel cielo. Del resto, l’allarme era appena stato dato. Ad ogni modo, rimanendo lì saremmo stati colti dall’incendio che stava per arrivare. Rabbrividii al ricordo che durante il grande bombardamento di Tokyo del 10 marzo, diverse decine di migliaia di persone catturate dalle fiamme bruciarono vive. Era un bombardamento isolato. Il resto della città era stato di certo risparmiato. Yoshida abitava in città. Anche Ochifuji. Potevo farmi curare la bruciatura al collo. A quel pensiero improvviso, pensai di essermi salvato e mi misi a correre lungo i binari del tram. Il mio collo mi spronava. Lungo la strada lo spruzzai diverse volte con l’acqua dei serbatoi di recupero. Alla fine, non potendone più, immersi tutta la testa. Non pensavo che ciò avrebbe avuto un qualche effetto, ma avevo la sensazione che potesse farmi bene.
Nelle strade, la gente correva in tutte le direzioni. Donne e bambini piangevano e gemevano. Avevano orribili ustioni al volto, erano irriconoscibili. Una ragazza dell’ultimo anno delle elementari portava un bambino piccolo sulla schiena e ne teneva un altro per mano. «Papà! Mamma!» gridavano piangendo, scappando nella direzione opposta alla nostra – ne ho conservato il ricordo. I tre bambini erano orribilmente bruciati, il sangue scorreva sui loro volti. Una donna correva a piedi nudi, scarmigliata, col tessuto della veste annerito e il petto scoperto. Immagini insostenibili che in tempi normali sarebbe stato impossibile guardare direttamente. Era l’inferno. Ma il mio cuore era troppo intontito per provare tristezza o pietà davanti a quello spettacolo.
All’improvviso, da una casa crollata sulla sinistra, uscì una donna che urlava: «Giovanotto, giovanotto!» «Mia figlia è sotto le macerie. Mi aiuti, per favore!». Pur volendo sbrigarmi, non potevo comunque ignorarla, così la seguii. Una bambina si dibatteva per terra, con la testa sotto un pilastro. Era incastrata e non riusciva a rialzarsi. «Mamma! Mamma!» piangeva disperatamente. «Ti tireremo fuori subito, eh. Aspetta un attimo, d’accordo?» diceva sua madre, molto più calma e solida di quanto si potesse pensare.
Afferrai con le mani il pilastro per cercare di sollevarlo, ma i calcinacci ammassati sopra non lo facevano muovere di un centimetro. Mi sentivo nervoso e impaziente. Pensavo che nel frattempo eravamo circondati dal fuoco e che non avremmo potuto scappare! Ciò mi invogliava a lasciare tutto lì e fuggire. Il ricordo spaventoso del terremoto e del bombardamento di Tokyo, durante i quali le persone senza riparo morirono in modo atroce, si accompagnava ora ad una sensazione reale che mi stringeva il cuore. O meglio, paralizzava le mie capacità di riflettere. Ma vedendo quella infelice figura di bambina, non potevo lasciare tutto e scappare. All’improvviso, Ochiai gridò accanto a me: «Andiamo! Veloce! Se tardiamo verremo raggiunti dal fuoco!». Lo vidi guardarmi con irritazione, pronto a fuggire. Distinsi pure un barlume d’odio nei suoi occhi, perché mi stavo attardando.
Davanti ai suoi terribili occhi, venni preso da un’improvvisa rabbia contro di lui. Diamine! Sporco egoista! Bravo! Io non me ne vado prima di aver salvato la bambina! pensai, e all’improvviso mi sentii più deciso. Forse era solo l’energia della disperazione. Mi sforzai di riprendere il controllo sul mio caos interiore. Calma! Calma! Sii all’altezza! Non sei uno studente liceale? mi ripetevo cercando attorno a me qualcosa che potesse fare da leva. Non trovai nulla. Ma notai l’altro pezzo del pilastro spezzato. Lo afferrai presto per farlo scivolare tra il terreno e il resto del pilastro che ostacolava la testa della bambina. Con il peso di tutte quelle macerie ammucchiate sopra, mi domandavo come facesse la testa della bambina a non essere stata schiacciata.
Una notte, avevo sognato di lasciar cadere una grossa pietra sulla testa della mia sorellina. Il suo cranio, morbido come il piombo, era rimasto sfondato. Ricordandomi quel sogno, mi sentii percorrere dagli stessi brividi di allora. Spinsi con tutte le mie forze sulla leva, ma non si mosse nulla. Nel frattempo la madre tirava per le gambe della figlia, e non so per quale miracolo riuscì a farla uscire da lì.
Ne fui sollevato, ma immediatamente mi ritornò in mente il terrore degli incendi. Non bisognava tardare. La madre parlava, ma io non la sentito. Con Ochiai corremmo a perdifiato fino al ponte Yokogawa. Lì, il tram che era deragliato era rimasto in piedi. Schegge di vetri infranti erano sparse ovunque. Correrci sopra a piedi scalzi era doloroso. Eppure si dice che quando si è fuori di sé non si sente il dolore... Attorno a noi, gli edifici crollati come dopo un terremoto scomparivano nel fumo che oscurava l’orizzonte. In mezzo a quell’ombra crepuscolare, qua e là si alzavano rossastre fiamme infernali. La città era annientata. Era una realtà inimmaginabile. Ma era la realtà.
«Risaliremo quel ramo del fiume», disse Ochiai.
Scorreva lungo Kawauchi. Risalendo la corrente eravamo sicuri di arrivare al molo di Yaguchi. Le fattorie dove erano state evacuate le nostre madri non erano lontane da lì. Risalire il fiume era certamente la cosa migliore da fare.
Dalla base del ponte scendemmo sull’argine per entrare in acqua. C’era bassa marea, il livello non era troppo alto. Con i nostri vestiti e le nostre ghette tentammo di risalire la corrente ma ben presto eravamo esausti.
Impossibile risalire a nuoto. In mancanza di meglio, decidemmo di costeggiare la riva.
Ci incamminammo sulla sponda per attraversare il ponte e dirigerci verso la stazione di Yokogawa. La strada costeggiava il braccio del fiume. Era necessario lasciare la città in fretta prima che il fuoco invadesse la strada. Ero nervoso. Ma dentro di me ripetevo «Sei uno studente liceale! Sei un liceale!». L’immagine di uno studente liceale si confondeva allora nella mia mente con quella di un giovane eroico dal carattere temprato. Il liceale era un ragazzo coraggioso che si stagliava dalla folla. E mi odiavo perché ero uno studente delle superiori in fuga. Ma avevo paura. Non volevo morire. A una decina di chilometri di distanza c’era la mia cara casa con mia madre e mia sorella minore. Era vicina. Non mi chiedevo nemmeno se la mia famiglia fosse in pericolo. Volevo solo tornare a casa, da mia madre che mi mancava. Non era lontana, ma l’impazienza al pensiero di non riuscire a raggiungerla mi rodeva di una strana angoscia mista a solitudine. La strada lungo il fiume era ingombra di calcinacci, piloni fracassati, lamiere contorte, tegole spaccate, e correre a piedi nudi sopra saltando tra le macerie era piuttosto doloroso.
Da una casa crollata alla mia sinistra arrivarono le grida di un uomo. «Aiuto! Aiuto!». Doveva essere rimasto incastrato sotto qualcosa. Bisognava tirarlo fuori da lì il prima possibile, altrimenti sarebbe morto bruciato vivo! Ma già non avevo abbastanza cuore per farlo. A dispetto della mia cattiva coscienza, non feci il gesto di fermarmi. Ancora oggi, a questo ricordo, sono tormentato da un profondo senso di colpa. Provo disgusto per me stesso all’idea che quella reazione dia un’immagine falsa di me.
Non eravamo andati molto lontano che già vedemmo l’incendio che era girato arrivarci di fronte. Alla nostra sinistra il fuoco si avvicinava ineluttabilmente. Alla nostra destra c’era la parete rocciosa che scendeva verso l’argine. Non volevamo tornare indietro. Se fossimo ritornati sui nostri passi, dove avremmo potuto rifugiarci?
Ma alla fine, cos’è che ci aveva attaccati con quella violenza? Dov’era il centro dell’esplosione? Fino a dove si estendevano i danni? Lo ignoravamo completamente. Dopo quella «pika» [ndt bomba] non avevamo udito nessun rombo di aereo, neanche un’esplosione. All’inizio pensavo che una bomba esplosiva o incendiaria sganciata da un aereo nemico che volava ad alta quota fosse caduta per caso sulla stazione di Yokogawa... Ma dappertutto, a perdita d’occhio, non c’erano che rovine. Attacco aereo, catastrofe naturale, si trattava sicuramente di un evento d’una portata inaudita, fino ad allora sconosciuto.
Se avessimo esitato, circondati dal fuoco saremmo bruciati vivi. Doveva essere terribilmente doloroso morire per il fuoco. Il terrore mi gettò in confusione e mi guardavo attorno ripetendomi «Calma! Calma!». Forse la situazione non era ancora completamente disperata. Avremmo potuto, passando di sotto, sfuggire al fronte del fuoco che incombeva su di noi. Era necessario lasciare la città il prima possibile per sfuggire alle fiamme. Raccogliendo il nostro coraggio per superare il fuoco, avremmo forse potuto ritrovarci al sicuro prima di quanto pensassimo. Ma alla nostra destra, un po’ più a monte e non lontano dalla riva, scorsi un’imbarcazione traballante abbastanza grande. S’intravedevano sopra le sagome di persone che l’avevano raggiunta a nuoto per sfuggire all’incendio. Subito il mio cuore si aggrappò con tutte le sue forze ad una nuova idea. «Aspettiamo su quella barca finché le fiamme diminuiscano di intensità. Quando l’incendio si sarà placato, torneremo a piedi costeggiando il fiume». Non mi veniva nient’altro in mente. Chi affoga si aggrappa perfino ad un filo di paglia...
Proprio come il proverbio, mi aggrappai disperatamente all’idea di quel barcone sgangherato che poteva affondare da un momento all’altro. Non avevo perso completamente la testa. Al contrario, agivo con un giudizio molto più razionale del mio abituale comportamento quotidiano. Ma non potevo sfuggire all’anormale agitazione dei miei sentimenti. Ecco perché il mio giudizio era completamente parziale. Tutto si riduceva a un attaccamento istintivo alla vita. Forse anche la ragione che mi spingeva, sull’orlo della disperazione, a ripetermi «Calma! Calma!» alla fine non era nient’altro che un istinto di sopravvivenza, per sfuggire alla morte. Ochiai ed io ci immergemmo nel fiume per nuotare fino al barcone. Il parapetto era alto, non fu facile issarsi. Le persone a bordo erano più numerose di quanto pensassi. Una ventina? La maggior parte orribilmente ustionate o ferite. Con le nostre leggere bruciature, provammo la strana voglia di scusarci con loro. C’erano molte donne e bambini piccoli, ma in quei momenti più si è numerosi, più ci si sente forti. Alla fine ci siamo un po’ calmati. Sebbene naturalmente l’ansia all’idea di quello che stava per accaderci, lungi dallo sparire, non faceva che aumentare. Ed eravamo anche alquanto stanchi. Guardando verso la riva da cui ci eravamo appena tuffati, scorgemmo cinque o sei figure sul bordo dell’acqua che scendevano dalla strada più in alto. Quelle persone erano forse uscite dalle macerie della loro casa? Non avevano palesemente più forze perché stavano accovacciate senza muoversi. Aah, poverini, venite da noi, altrimenti morirete bruciati sotto i tizzoni ardenti! Ora che mi ero calmato, sentivo crescere dentro di me per la prima volta un po’ di compassione umana. Le fiamme sulle rive progredivano a vista d’occhio e gli incendi che avevano attecchito qui e là erano diventati un mare di fuoco. Sotto quelle fiamme, diverse centinaia, migliaia di persone stavano davvero per morire? Immaginando le sofferenze di quell’inferno, fui assalito da un dolore lancinante che mi stringeva il cuore. Terrorizzato da quello spaventoso destino che ci minacciava, ero grato al desiderio che provavo di sopravvivere. Il cielo era oscurato dal fumo. Il sole fluttuava in mezzo al cielo, palla di fuoco rosso scuro opaco, come quando attraverso un pezzo di vetro annerito si osserva un’eclissi. Era lugubre. Spostando lo sguardo a valle, nell’oscurità crepuscolare, vidi le fiamme color rosso vivo invadere l’intero mio campo visivo. A giudicare dall’altezza del sole, doveva essere passato da poco mezzogiorno, ma era buio come se fosse caduta la notte. Impossibile credere che quella scena appartenesse al mondo. Tutto, dal volto insanguinato della donna scarmigliata distesa sul ponte stretto, alla pelle viola, bruciata e tumefatta, dell’uomo rannicchiato a poppa, era una visione infernale. Il fuoco s’intensificava sempre più.
All’improvviso investì le case che costeggiavano il fiume, subito distrutte dalle fiamme. Gli incendi provocavano dei vortici che attizzavano ulteriormente il fuoco. Piloni e travi venivano spazzati via come foglie dagli alberi prima di ricadere sull’acqua in un fiotto di vapore. I lapilli cadevano ininterrottamente sul barcone e sulla superficie dell’acqua. Di tanto in tanto arrivava un pezzo di legno in fiamme. Nel brontolio sordo del fuoco, cadeva in acqua con un sibilo acuto. Durante il grande bombardamento di Tokyo, si diceva che il Sumida trasportasse cadaveri. Le fiamme correvano sulla superficie dell’acqua ed anche quelli che si erano immersi nel fiume morirono bruciati vivi. Avevo anche sentito parlare della tragedia accaduta nel Hifukushô durante il grande terremoto di Tokyo, l’1 settembre 1923. Ricordando questi racconti, provai una nuova paura. Mentre il fuoco aumentava a vista d’occhio sulla riva che avevamo appena lasciato, sul lato opposto le fiamme erano diminuite parecchio. Probabilmente tutto ciò che poteva bruciare aveva finito di consumarsi interamente. Il fumo nero impediva di vedere oltre, ma l’incendio cominciava a placarsi almeno sulla sponda del fiume. Sull’altra riva saremmo stati al sicuro, ma esitavo, non avendo troppa fiducia nella mia abilità di nuotatore, quindi restammo su quel barcone scassato.
Il pericolo non era stato ancora scongiurato. La pioggia di scintille provenienti dalla riva più vicina cadeva ancora. L’imbarcazione poteva prendere fuoco da un momento all’altro. Non lontano da noi c’era un gruppo di tre donne. Una madre di una certa età e le sue due giovani figlie. Fortunatamente nessuno di loro aveva il minimo graffio. Poco prima avevano spalmato del balsamo sulle nostre ustioni. Le due sorelle ci dicevano a turno: «Giovanotto, fuggiamo insieme!». Non sapevamo come conservare la nostra vita, come avremmo potuto preoccuparci di quella degli altri? Se fossi stato più calmo, se fossi stato più forte, sarei forse stato capace di aiutarle. Ma in fondo ero debole. Pensavo solo a me stesso. Anche se in tempi normali mi vantavo, bastava rimuovere la scorza e dentro non ero altro che un essere debole e miserabile. La debolezza è brutta. In certe circostanze, le azioni di un essere forte sono così belle! E in un momento simile, quanto era brutto il mio atteggiamento egoista! Ogni volta che mi torna in mente il ricordo, sento una tristezza piena di indignazione verso me stesso.
Ben presto fu la fine per la nostra imbarcazione. All’improvviso l’acqua invase la poppa. Il barcone si inclinò bruscamente. Qualcosa che fino a quel momento aveva retto a fatica dovette cedere in un sol colpo. Era già un relitto che stava marcendo. Se fosse affondato, era finita. Fummo scagliati in acqua. Cominciai a nuotare verso l’altra sponda, dove il fuoco cominciava a scemare. Ero incapace di dirigermi verso quella più vicina, dove il fuoco crepitava ancora. Ma mi mancava la fiducia in me stesso per nuotare fino a laggiù. Alle tre donne che ci accompagnavano avevo solo detto: «Andando sull’altra riva, saremo salvi!». Non mi aspettavo che potessero nuotare fino a là, specialmente la madre. Ma anche se avessi voluto salvarle, cosa avrei potuto fare? Ero già abbastanza occupato con me stesso. Era la mia debolezza, era la mia bruttezza. A metà strada ero già esausto. Il mio corpo indebolito dopo un’operazione d’ernia non si era ancora ripreso del tutto. Inoltre la stanchezza – fisica e psicologica – era considerevole fin da quella mattina. Ed anche se ero in tenuta estiva, con vestito leggero e ghette, il mio corpo era molto pesante in acqua. Voltandomi, vidi che la barca era stata inghiottita. Distinsi due o tre teste nere fuori dall’acqua. Che ne era stato delle tre donne? L’immagine della madre distesa sul ponte mi attraversò la mente prima di scomparire.
«Aiuto, aiuto!» sentii gridare.
Un uomo solo aveva nuotato fin quasi il centro del fiume. Ad ogni bracciata il suo petto emergeva sulla superficie dell’acqua. Come poteva comportarsi così, quando aveva così tanta energia!
Mi fece arrabbiare. Come poteva pensare che qualcuno sarebbe andato ad aiutarlo? Era totalmente inutile! Tanta stupidità mi irritava ancora di più. Cominciavo poco alla volta a sentirmi disperato. Una disperazione da cui nessuno avrebbe potuto salvarmi. Le mie braccia si muovevano sempre meno e le mie gambe erano pesanti come il piombo. La riva era ancora molto distante. Mi dissi che non muovendomi più avrei potuto almeno galleggiare, così smisi di muovere braccia e gambe. Ma presto il mio corpo affondò come una pietra. Adesso, con l’alta marea, il livello dell’acqua era al massimo. I miei piedi non smettevano di toccare il fondo ed avevo l’impressione di affondare irrimediabilmente. Con un sussulto mi dibattevo riuscendo a tenere la testa fuori dall’acqua. Mi vedevo morire. Dopo essere sfuggito al fuoco, morire ora così sarebbe stato penoso! Non volevo morire. Più che la morte in sé, sono le sofferenze prima della morte che l’uomo teme di più, mi dicevo con una sensazione molto concreta. Annegare era sicuramente molto doloroso. Nei libri era scritto che spesso si vedevano sfilare gli spettrali ricordi del passato o dei parenti. Ma io non vidi nulla di tutto ciò. Vedevo solo il cielo nero, l’acqua nera e le fiamme rosse come demoni. Il mio attaccamento alla vita probabilmente mi impedì di abbandonare ogni speranza. Mi sforzai di evocare la presenza di mia madre e delle mie sorelle. All’improvviso, guardando di lato, vidi di fronte a me una delle ragazze del battello che, aggrappata ad una tavola, nuotava nella stessa direzione. Era la più giovane. Quando si affoga ci si aggrappa anche ad un filo di paglia... Dimenticando ogni vergogna, mi avvicinai a lei. «Scusa, potresti aiutarmi?» le chiesi ansimando e, allungando la mano con tutta la mia forza, afferrai il bordo della tavola. Senza nemmeno pensare che aggrappandomi ad un pezzo di legno così piccolo, rischiavo di fare annegare anche lei. Ma, e quella fu una sorpresa, lei aveva due tavole. Me ne diede una. La feci scivolare sotto la pancia e per la prima volta pensai: «Sono salvo!». Era una tavola piccola e poco spessa, lunga appena un metro, ma non avevo più bisogno di agitare di continuo braccia e gambe per non affondare. Il destino mi aveva giocato un brutto scherzo: mi aveva fatto soccorrere dalla ragazza che avevo abbandonato poco prima. E inoltre, più che provarne vergogna, ero felice di essere salvo. Ero spaventato dalla forza ignobile che mi faceva aggrappare alla vita.
Il fiume era costeggiato da un imponente muro di pietra e c’erano dei gradini. Arrivato in alto, mi ritrovai dietro il santuario di Gokoku e l’ospedale militare. In cima al muro si estendeva un terreno incolto, oltre il quale una diga bassa fiancheggiava il fiume. Pensai che là saremmo stati al sicuro. E le mie forze all’improvviso mi lasciarono. Il terreno abbandonato largo circa dieci metri tra il muro e la diga proseguiva fino a valle. Mi diressi a monte in mezzo ai cespugli che ancora fumavano qua e là.
La ragazza mi seguiva chiedendomi «Portami con te!». Doveva sentirsi abbandonata perché parlava singhiozzando. «Va tutto bene adesso, vieni». Avevo più disponibilità d’animo ed ero tranquillo. Poco più avanti vedevamo muoversi medici, infermieri e soldati malati o feriti. I soldati rimasti all’interno dell’edificio erano morti bruciati sotto le macerie. Gli altri erano sopravvissuti perché si trovavano per caso all’esterno ed erano stati protetti da qualcosa. Avevano avuto fortuna. Su quel terreno desolato avevano raccolto viveri, attrezzature mediche, medicine, letti e vestiti. Un barile di prugne candite e un sacco di farina stavano bruciando. I soldati prendevano l’acqua dal fiume per versarla sopra. Il fuoco del barile si spense subito, ma la farina era incandescente e, nonostante venisse innaffiata, continuava a consumarsi. Ochiai arrivò a nuoto. Una o altre due persone salirono sulla riva arrampicandosi. Ci confortammo l’un l’altro, rallegrandoci.
Che ne era stato delle numerose persone sull’imbarcazione? La ragazza arrivata qui iniziava probabilmente a rilassarsi. D’un tratto scoppiò in singhiozzi urlando: «Mamma! Mamma!». Aveva all’incirca la mia età. Sua madre e sua sorella maggiore erano state probabilmente trascinate via dalla corrente. Un altro ragazzo era riuscito ad arrivare a nuoto dal barcone. Ci disse che era uno studente del primo anno al liceo tecnico dipartimentale. Aveva una terribile ferita sopra l’occhio sinistro. Un pilastro gli era caduto addosso. Sua sorella maggiore era rimasta sepolta sotto le macerie della loro casa. Sua madre doveva essere stata portata via quando la barca era affondata. Ci raccontò tutto questo senza la minima emozione sul viso. La ferita del suo cuore era troppo profonda, era inebetito e sembrava non credere di essere in salvo.
All’improvviso iniziò a cadere una brutta pioggia. Andammo nel rifugio antiaereo situato lungo la diga. Eravamo fradici fino alle ossa, era molto spiacevole, quindi prendemmo in prestito dei vestiti dall’ospedale per cambiarci. La pioggia durò poco, come un acquazzone. Gli incendi dovevano essersi placati notevolmente perché il fumo si stava diradando poco alla volta. La sera si avvicinava. L’infermiera mi spalmò sul collo una pomata per le ustioni. Siccome l’avevo immerso più volte nell’acqua stagnante, mi bruciava dolorosamente. Il medico militare aveva deciso di istituire un centro di soccorso su quel terreno incolto. Ci chiese di dare una mano a costruire dei ripari con letti disposti verticalmente ai quali agganciammo dei teli da tenda. Poi, con del bambù e della tela, costruimmo delle barelle destinate a raccogliere i feriti caduti un po’ dovunque. Fin dal mattino non avevamo fatto altro che fuggire in tutte le direzioni, quindi la nostra stanchezza fisica e psicologica era notevole. Le schegge di vetro conficcate nei miei piedi mi dilaniavano ad ogni passo. E i feriti in agonia erano terribilmente pesanti. Dopo averne trasportato due o tre, eravamo a pezzi. Il centro di raccolta si riempiva di feriti. I volti gonfi e violacei erano irriconoscibili. I capelli bruciacchiati e attorcigliati, le labbra piene di bolle, al punto che la distinzione tra uomo e donna diventava impossibile. Erano immagini di cui abitualmente non avremmo potuto sopportare la vista. Ancora una volta mi resi conto della fortuna avuta dal mio corpo.
Erano state raccolte tra le venti e le trenta persone. L’infermiera lavorava con sollecitudine. Una donna robusta sulla trentina. Era la capo-infermiera. Due o tre soldati erano rientrati, illesi. Erano accompagnati da una ragazza. Che si precipitò verso di lei gridando «Signora capo-infermiera!» prima di scoppiare in un pianto dirotto. Lei la confortò e cercò di farle coraggio.
L’ospedale dall’altra parte della diga era crollato ed era completamente bruciato, solo un grosso comignolo svettava intatto. Tra le macerie vidi due cadaveri completamente anneriti. Bruciati al punto da non avere più una forma umana: erano rotolati per terra come grosse radici carbonizzate. Da quel mattino il mio cuore aveva avuto il tempo di abituarsi a queste tragiche figure umane. Ma alla vista di quei cadaveri, il mio petto si strinse dolorosamente per la paura e la compassione. Presto fu notte. Le macerie bruciavano ancora un po’ dappertutto, e nel cielo scuro le fiamme ardevano in maniera spaventosa. Mangiammo riso e miso immagazzinati nel rifugio antiaereo. Non avendo toccato cibo dalla mattina, quel pasto mi sembrò terribilmente buono.
Dopo le prime cure ai feriti, quelli che stavano bene si radunarono per raccontare la terribile esperienza vissuta.
Nessuno conosceva la causa di quel disastro. «Durante la notte, aerei nemici hanno cosparso Hiroshima di benzina. La benzina si è mescolata all’aria, sono tornati al mattino per appiccare il fuoco. Le persone sono ferite in questo modo terribile perché tutto è esploso di colpo» spiegavano alcuni, come se avessero assistito alla scena. E noi ascoltavamo quelle spiegazioni fantasiose come se fossero verosimili. Le devastazioni erano davvero considerevoli. Nessuno aveva idea fin dove arrivassero. Ascoltando tutte quelle storie cominciai a preoccuparmi seriamente per la mia famiglia. Il villaggio dove si era rifugiata distava una decina di chilometri. Fino ad allora non avevo minimamente pensato che potesse essere stato distrutto. Ma l’animo umano tende a drammatizzare. Ora che avevo iniziato a preoccuparmi, immaginavo il peggio. Pe fortuna il fuoco si era calmato. Ochiai ed io parlammo col medico militare della nostra intenzione di tornare a casa. Ma per il momento, là dove ci trovavamo, il capo era lui. Subito ci gridò contro: «Vedete i problemi che abbiamo per la mancanza di braccia e voi due, giovani in buona salute, volete lasciarci per andare a casa!». In effetti, da quel punto di vista non aveva tutti i torti. Ma c’era qualcosa di antipatico nell’atteggiamento di quel dottore. Anche i soldati nei pressi ne fecero le spese.
A partire da quel momento restammo in silenzio. Eravamo tutti nervosi. Nel cielo notturno volava un B-29 solitario. «Non ne sganceranno altre, che diamine!» si preoccupava qualcuno. Che idiota! Qualsiasi imbecille poteva capire che non sarebbero state sganciate altre bombe su quelle rovine! pensai, ritenendolo ridicolo. Diversi quartieri della città bruciavano ancora qua e là. Proiettando lapilli che illuminavano il cielo.
Con gli occhi fissi sulle fiamme, vedevo ogni genere di immagini fantastiche. Che si staccavano e scomparivano in modo sconclusionato, quasi a dimenticare tutto ciò c’era prima e dopo. La paura accumulata fin dal mattino e l’attività incessante ci avevano sfiniti anima e corpo. Chissà com’erano preoccupate le nostre madri. E forse anche a casa nostra c’erano danni. In campagna, in caso di incendio, è facile trovare rifugio. Se non si è feriti... I miei pensieri non finivano di girare in tondo.
Dovevamo assolutamente metterci in marcia fin dal mattino presto.
Avvolti in una coperta eravamo coricati per terra. Fu la mia prima notte sotto le stelle. Ho pensato che era fattibile perché eravamo in estate. Il cielo come al solito era meravigliosamente stellato.
Quando aprii gli occhi la mattina dopo il mio corpo non stava bene. Anche se era normale essere doloranti, coi piedi crivellati di schegge di vetro, soprattutto quello destro, che facevano male e davano fastidio. Potevo camminare molto lentamente, zoppicando e trascinando una gamba. Non avevo per niente appetito. Ero prostrato come se avessi la febbre alta. Il dottore disse che non voleva lasciarci andare finché non arrivavano rinforzi. Il dolore ai piedi aumentava. Camminare mi diventava sempre più difficile. Continuando così, presto non avrei più potuto muovermi, e questo mi preoccupava. Restavo immobile senza fare nulla ed il dottore, pieno di rabbia, gridava: «Guardate questi giovani! Ragazzi senza volontà!».
Sentivo il suo sguardo pieno di animosità su di me ma avevo deciso di ignorarlo. Quel mattino arrivarono alcuni feriti che era impossibile ospitare sotto le tende di fortuna e che furono fatte distendere all’esterno. Infermieri e soldati prestarono loro delle cure. Li aiutavamo, ma avevo l’impressione che se mi fossi mosso troppo non sarei stato in grado di muovermi più tardi, e temendo di dover rinunciare a tornare a casa, ho finito per sedermi e non muovermi più.
Nel frattempo arrivarono una decina di soldati in buona salute, che salutarono il medico militare. Probabilmente giungevano come rinforzi dall’ospedale di Mitaki. Non avevamo quindi altro da fare qui. Quello che pensavamo allora, Ochiai, il ragazzo del liceo tecnico ed io, è che saremmo partiti attraversando il ponte di Misasa. Eravamo convinti che il dottore ci avrebbe detto altre cose spiacevoli, motivo per cui gli facemmo compagnia in silenzio.
Sul ponte, un uomo era morto piegato sul parapetto. Il colore della pelle della sua schiena nuda, rivolta verso di noi, era marrone.
Tutto ciò che poteva bruciare in città era bruciato, e non si vedevano più fiamme da nessuna parte, ma ancora molto fumo. Dietro le macerie delle case bruciate, la vista era sgombra e le montagne in lontananza sembravano proprie vicine. Sotto i raggi ardenti dello spietato sole di agosto raccolsi per strada un bambù verde che mi servì da bastone e mi trascinai pesantemente. I miei piedi sollevavano una polvere biancastra. Avevo la sensazione di camminare senza andare avanti. Le persone che incrociavamo si rivolgevano a noi come a vecchi conoscenti prima di proseguire il cammino. «Che cosa terribile! Dobbiamo essere coraggiosi fino alla vittoria!» ci esortavano persino alcuni passando.
Lungo la strada incontrammo Kawashima, l’insegnante della nostra compagnia. Ci raccontò con aria cupa che aveva perduto suo figlio, anche lui al primo anno. Al momento del bombardamento, pure lui si trovava non molto lontano dal punto di partenza della linea del tram ed era sfuggito per un pelo.
La linea di Kabe funzionava tra Nagatsuka e Kabe. Salimmo sul treno a Nagatsuka e scendemmo presso il ponte di Furuichi, dove Ochiai e io ci separammo.
Furuichi non aveva subìto grossi danni, solo i vetri delle case erano infranti. A casa mia non c’erano problemi! Erano tutti sani e salvi! pensai con gioia. Avevo appena attraversato il ponte di Kanda, che al confine della città consente di accedere a Kawauchi quando, non potendo più andare avanti, mi accovacciai vicino a un edificio dove si radunavano diversi gruppi di difesa passiva. Appoggiato al pilone del ponte, venni improvvisamente assalito da un irrefrenabile desiderio di dormire e non potei fare a meno di chiudere gli occhi. Mi sentivo come se stessi sprofondando rapidamente nel sonno. Pensavo che non avrei dovuto addormentarmi, ma non riuscivo a tenere gli occhi aperti. All’idea che se mi fossi lasciato andare non sarei mai riuscito a tornare a casa, cercai di raccogliere le ultime forze per alzarmi e rimettermi in cammino quando udii una voce femminile. «Non sei il giovane Tôhara?». Era la figlia dei Tsuneda, i contadini presso cui eravamo rifugiati. Chiese ad un uomo che stava passando in bicicletta di portarmi a casa. L’uomo abitava a Kawauchi.
Quando arrivai a casa, mia sorella minore, sorpresa, uscì di corsa. Venne fuori che mia madre, preoccupata per me, era andata in cerca di notizie con mia zia dagli Ochiai a Yasu. Chiesi a mia sorella di stendermi un giaciglio e sprofondai subito nel sonno.
Avendo l’impressione che qualcuno mi stesse chiamando, aprii all’improvviso gli occhi e vidi mia madre piangere al mio capezzale. Quando era arrivata a casa degli Ochiai, il mio amico non era ancora tornato. Anche sua madre era preoccupata. La mia era andata da Yudo, un altro studente del liceo di Hiroshima, che era a casa con una bruciatura sul volto, ma stava bene. Credendomi morto, era tornata in lacrime, mi disse. Scoprendomi vivo, le sue lacrime di tristezza si erano subito trasformate in lacrime di gioia. La sentivo in lontananza mentre mi raccontava tutto questo. Poi fui colpito dalla febbre alta, che mi costrinse a stare a letto per un periodo di tempo. La mia ustione in suppurazione non riusciva a cicatrizzarsi.
Ero ancora allettato quando la Russia entrò in guerra. Provai un’indignazione senza limiti. Rimasi di umore tragico per tutto il giorno. Il 15 agosto, stavo mangiando crocchette di riso preparate da mia madre quando venne trasmessa la dichiarazione imperiale.
Nella registrazione la voce dell’imperatore era disturbata da rumori, di modo che non si afferravano molto bene le sue parole. Senza capire bene cosa stesse succedendo, mia madre e mia zia piangevano. Subito dopo un presentatore ripeté la dichiarazione e capii che era la sconfitta. Sul momento non parlò di sconfitta, ma di accettazione della dichiarazione di Potsdam. «Perché Sua maestà non chiede al suo popolo di combattere fino alla morte?» esclamò mia madre piccata. «Se abbiamo perso, tanto meglio, i B... non verranno più!» sentimmo gridare papà Tsuneda al piano di sotto. La sua voce esprimeva autentico sollievo. La brutalità della sua schiettezza mi fece arrabbiare, ma anch’io non potei fare a meno di provare un vero sollievo.
Una bomba simile a quella di Hiroshima venne sganciata anche su Nagasaki. Si venne a sapere che si trattava di bombe atomiche. Sono ancora stupito dalla potenza sprigionata da questa energia. Le strade di Hiroshima sono state quasi tutte ridotte in cenere. Sono morte quasi centomila persone. E la potenza distruttiva della bomba atomica non si è limitata alla sua esplosione. C’è stata un’epidemia di una strana malattia chiamata sindrome da bomba atomica. Una sindrome accompagnata da vari sintomi.
All’inizio le persone morivano dopo aver vomitato o evacuato coaguli di sangue nero. Poi hanno iniziato a perdere tutti i capelli, gli comparivano macchie violacee sulla pelle, poco alla volta s’indebolivano e alla fine morivano. È così che scomparvero molte persone uscite miracolosamente indenni dall’esplosione. La figlia maggiore dei Tsuneda morì in questo modo qualche tempo dopo, sebbene fosse tornata a casa senza nessuna ferita apparente. Coloro che perdevano i capelli venivano abbandonati anche dai medici. Ho vissuto tirandomi i capelli ogni mattina per convincermi che ancora non era la mia ora.
Molto tempo dopo è stata pubblicata sui giornali la fotografia del pennacchio di fumo a forma di fungo, così particolare delle esplosioni atomiche. E l’America ha continuato le sue esplosioni sperimentali sui fondali marini dell’atollo di Bikini.
Un anno dopo, Hiroshima è sul punto di rinascere, sebbene sia stato detto a torto che nessun essere vivente avrebbe potuto abitarvi per settantacinque anni. Ancora oggi, gli abitanti indicano la bomba atomica col nomignolo affettuoso di Pikadon.
[Genshi bakudan kaiko]