Macchianera

Capita – sovente, talvolta, di rado – che fiumi di inchiostro o nastri di celluloide scorrano sotto i nostri occhi. Una reazione possibile è quella di abbandonarsi a quelle parole ed immagini, lasciarsi trasportare dalla loro corrente magnetica ovunque essa porti. Un'altra ipotesi è di entrarvi dentro ma senza lasciarsi risucchiare dal vortice. Perché il pensiero ha bisogno di ispirazioni, non di intimidazioni.

Ossimori e ovvietà

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Ossimori e ovvietà

Contro l'anarchismo di Stato
Agustín Guillamón 
(con testi di Helmut Rüdigher e Michel Olivier)
All'Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017
 
L'ossimoro è una figura retorica che consiste nell’unione sintattica di due termini o espressioni inconciliabili o in antitesi tra loro, formulata in modo che si riferiscano a una medesima entità. L’effetto ottenuto è di paradossale stupore. Colpisce l'immaginazione, ma non va preso troppo sul serio; non ha senso confondere una metafora con una realtà di fatto.
Questo libro, come si evince dall'esplicito titolo, si scaglia contro un vero e proprio ossimoro. Va da sé che, sebbene la partecipazione di alcuni esponenti della principale organizzazione anarchica spagnola al governo repubblicano durante la rivoluzione del 1936 giustifichi pienamente la creazione e l'uso di un ossimoro quale «anarchismo di Stato», resta inteso che si tratta per l'appunto di una contraddizione in termini.

La Macchina in noi

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La Macchina in noi

George Orwell
Noi
Evgenij Ivanovič Zamjatin
Voland, Roma 2013
 
Molti anni dopo averne sentito parlare, ho finalmente avuto tra le mani una copia di Noi di Zamjatin, una curiosità letteraria in quest'epoca di roghi di libri. Consultando Twenty-Five Years of Soviet Russian Literature di Gleb Struve, ho scoperto la sua storia: 

Zamjatin, morto a Parigi nel 1937, era un romanziere e critico russo che ha pubblicato un certo numero di opere sia prima che dopo la rivoluzione. Noi è stato scritto intorno al 1923 e, sebbene non si riferisca alla Russia, e non abbia nemmeno alcun legame diretto con la politica contemporanea — si tratta di un romanzo di fantasia ambientato nel ventiseiesimo secolo dopo Cristo — la sua pubblicazione è stata vietata perché ritenuto ideologicamente indesiderabile. Una copia del manoscritto ha potuto uscire dal paese e il libro è apparso tradotto in inglese, francese e ceco, mai in russo. La traduzione inglese è stata pubblicata negli Stati Uniti e non sono mai riuscito a procurarmene una copia; ma siccome il libro è disponibile nella sua versione francese, alla fine sono stato in grado di farmelo prestare.

Formaldeide

Macchianera

Formaldeide

'77, e poi...
Oreste Scalzone
Mimesis, 2017
 
«Per ricordare la mia coccarda
mi sono dipinto il naso di rosso
e ho del prezzemolo nel naso
per la croce di guerra
Sono un vecchio combattente
guardate come sono bello»
Benjamin Péret
 
È la disgrazia degli anniversari. Incitano i reduci a salire sulla ribalta. Chi ha vissuto certe esperienze del passato ed è ancora vivo nei suoi desideri usa la memoria come arsenale per il presente ed il futuro. Non ha tempo né interesse per le pacche sulle (proprie) spalle, per le (auto)congratulazioni. I contratti con le case editrici, soprattutto se commerciali, lo ripugnano. Lo si vuole chiamare per questo un sopravvissuto solitario e sperduto? E sia. Ma ad ogni modo non va confuso con il reduce medagliettato, ovvero con chi è morto da tempo ed usa la memoria come strumento di imbalsamazione. 

Finale scontato

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Finale scontato

Il nostro male viene da più lontano
Alain Badiou
Einaudi, 2016

Ci sono libri che, prima di iniziare a leggerli, sai già dove andranno a parare, e quale sia lo scopo del loro autore. Questo libretto del filosofo francese è uno di quei casi. Non si tratta in realtà di un libro vero e proprio, bensì della trascrizione di un seminario tenuto in un teatro francese il 23 novembre 2015; a dieci, giorni, quindi, dai massacri parigini per mano degli islamisti. Ed è proprio questo lo spunto del seminario: analizzare l'ondata di violenza che ha appena scosso le coscienze francesi e mondiali, e cercare di comprenderne le radici profonde.

Non deve essere stato facile affrontare la questione a caldo, provando a dare una visione differente da quella scatenata dalla canea mediatica di quei giorni, ricordando che massacri del genere l'Occidente li compie, ogni giorno, in vari angoli del mondo. Badiou spiega quindi che gli attentati di Parigi, che hanno colpito degli occidentali, tendono a sollecitare un riconoscimento identitario che, a sua volta, porta a stringersi attorno allo Stato e questa «idea trasforma la giustizia in vendetta» tanto che «la polizia […] uccide gli assassini appena li trova».

Sopprimere, non rinnovare

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Sopprimere, non rinnovare

Manifesto per la soppressione dei partiti politici
Simone Weil (con una prefazione di André Breton)
Castelvecchi Editore, Roma, 2012
 
 
Scritte nel 1943, l'anno della morte di Simone Weil, queste note rimasero nel cassetto assieme a molti altri suoi scritti inediti per essere pubblicate in Francia solo nel 1950. Ebbene, alla lettura di queste sue inequivocabili parole sulla necessità di sopprimere tutti i partiti politici — pensiero che in fondo si potrebbe considerare il suo «testamento politico» — si rimane sorpresi, quasi sbalorditi. Il significato della parola è talmente manipolabile da rendere pressochè inutile ogni espressione? Come è possibile che molti rinnovatori della politica si siano appropriati di questo testo, facendo della sua autrice una pioniera del cittadinismo? 

Non se lo meritava, proprio no.

Derive

Macchianera

Derive

Sebben che siamo donne. Storie di rivoluzionarie
Paola Staccioli
DeriveApprodi, Roma, 2015

 

Un titolo che incuriosisce, quello di questo libro che racconta la vita, ma soprattutto la morte, di alcune sovversive e rivoluzionarie. Tra esse vi è, unica anarchica, Soledad Rosas, condannata, come molti sanno, alla fine degli anni ’90 per sabotaggi contro l’alta velocità in Val Susa; le altre donne di cui tratta il libro sono brigatiste o combattenti nella lotta armata negli anni '70 e '80. Solo una – oltre Soledad – degli anni '90/2000. L’unica testimonianza di una donna ancora in vita è quella di Silvia Baraldini, che ha scontato alcuni decenni di detenzione negli Stati Uniti tra gli anni '70/80/90 sempre per motivi legati alla lotta politica radicale. Il filo che lega queste donne, oltre al loro genere, è quello di essere delle rivoluzionarie e di essere accomunate da una morte drammatica, in qualche caso avvenuta per suicidio.

Capolavoro precursore

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Capolavoro precursore

Luigi Galleani

I giorni dell'esilio
Ernest Coeurderoy
Edizioni Anarchismo, Trieste, 2013

 

Ma quando chiudete i volumi di Giorni dell'esilio, voi avete un bel dirvi che son vecchie di mezzo secolo le concezioni rivoluzionarie, che è aberrazione disperata la rivoluzione per il male ad opera dei cosacchi, del Coeurderoy, che sono furori, romantici e retorici i giambi del Dejacque, voi rimanete, vostro malgrado, vibranti sotto quell'urto a chiedervi se siano davvero migliori, perché ci parlano un linguaggio più semplice, le elucubrazioni e le messianiche profezie dei filosofi molto positivi e dei voti cortigiani dell'età nostra.

Imprevisti riflessi

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Imprevisti riflessi

La Settimana Rossa
Luigi Lotti
Le Monnier, Firenze, 1965

 

C'è chi sostiene che esiste un modo semplice e sicuro per riconoscere una vera rivoluzione: è quella che non viene celebrata con un anniversario. Ma se la Settimana Rossa — scoppiata esattamente un secolo fa, il 7 giugno 1914 — non è stata una rivoluzione, essa «fu certo la più importante e grandiosa agitazione che mai si fosse svolta nell'Italia unita». La citazione è tratta dal libro considerato il più approfondito sull'argomento, quello di Luigi Lotti, da molti anni andato fuori catalogo e mai più ristampato da un mercato che segue ben altri interessi e mode. Chi lo volesse leggere sarà costretto a frequentare le biblioteche, oltre a protrarre la propria attenzione fin oltre le 250 pagine. I masticatori di opuscoli possono quindi risparmiarsi la fatica.
La Settimana Rossa, quindi. Un esempio notevole di come nasca, si sviluppi e muoia un moto insurrezionale. Una perfetta illustrazione di come le aspirazioni rivoluzionarie si disintegrino non appena decidono di fare i conti con la realtà. Una radicale dimostrazione di come l'imprevisto incida assai più della strategia.

Sabotaggio, bene comune?

Macchianera

Sabotaggio, bene comune?

NoTav, terrorismo e contro-insurrezione
maggio 2014
 
Il compressore
maggio 2014
 
 

Viene considerata sabotaggio una «azione di disturbo o di danneggiamento intesa a ostacolare il normale svolgimento di un lavoro produttivo, il regolare funzionamento dei servizi bellici del nemico, l'efficienza e la sicurezza dei servizi e dei trasporti pubblici». Ridotto alla sua essenza, il sabotaggio è quindi una pratica di lotta, uno strumento che è possibile mettere al servizio di qualsiasi fine. Un'arma potente che, come tutte le armi, può essere usata da chiunque. Lo zoccolo (sabot) lanciato negli ingranaggi spiega una meravigliosa origine del nome, ma purtroppo non riesce anche ad indicare le motivazioni del gesto. Una fabbrica può essere sabotata dagli operai in sciopero o dai tirapiedi assoldati da un industriale rivale, un mezzo militare può essere sabotato da soldati di un esercito nemico o da disertori, un cantiere può essere sabotato da chi contesta l'opera in costruzione o da chi è interessato agli appalti. Se in ambito reazionario il sabotaggio può essere impiegato anche da difensori dell'ordine stabilito, in ambito rivoluzionario può essere praticato tanto dagli amici di un nuovo Stato che dai nemici di qualsiasi Stato. Che significa tutto ciò? Che ogni considerazione sulla natura di un sabotaggio – lasciando nelle latrine la sua condanna a priori, e negli asili la sua apologia incondizionata – non può evitare di affrontare sia le motivazioni che spingono al ricorso di questo strumento di lotta, sia il contesto in cui esso si manifesta. In altre parole, dimmi come, quando e perché sostieni il sabotaggio e saprò chi sei.

Gradualismo catastrofico

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Gradualismo catastrofico

George Orwell

Lo Yogi e il commissario
Arthur Koestler
Liberal Libri, Firenze, 2002

 

C'è una teoria che non è stata ancora formulata con accuratezza e nemmeno ha finora avuto un suo nome, ma che è molto largamente accettata ed è messa avanti ogni qualvolta occorra giustificare qualche azione che urta contro il senso di decenza del medio essere umano. Si potrebbe chiamarla, finché non si trovi qualche nome migliore, la teoria del Gradualismo Catastrofico. Secondo questa teoria, nulla viene mai ottenuto senza sangue, menzogne, tirannia ed ingiustizia – ma d'altra parte non ci si possono aspettare mutamenti considerevoli nemmeno dal più grande sommovimento. La storia procede necessariamente attraverso calamità, ma ciascuna età sarà cattiva quanto quella cui succede, o poco meglio. Non si deve protestare contro le epurazioni, le deportazioni, le polizie segrete e così via, perché questo è il prezzo che occorre pagare per il progresso; ma d'altra parte la «natura umana» farà sempre sì che il progresso sia lento o magari impercettibile. Se tu obietti alle dittature sei un reazionario, ma se ti aspetti che le dittature producano dei buoni risultati sei un sentimentale.

La linea gialla

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La linea gialla

Carnefici e spettatori. La nostra indifferenza verso la crudeltà
Alessandro Dal Lago
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2012

 

Non oltrepassare la linea gialla.
È un po’ questa la sensazione che si ricava alla fine della lettura del libro, sensazione peraltro già avvertita con altri lavori dello stesso Dal Lago o altri studiosi di scienze sociali.
Si tratta di uno studio che, partendo dal recente conflitto libico, si propone di mostrare come, nel corso dei secoli, la crudeltà (della guerra, della tortura, della segregazione, ecc.) sia stata lentamente, ma inesorabilmente, messa a margine; dapprima esibita, si è deciso poi di nasconderla. Ciò non significa che la crudeltà, e tutto ciò che contribuisce a generarla, sia scomparsa dall’orizzonte sociale, ma più semplicemente che, allo stato della odierna organizzazione sociale e dei “valori” di cui si fa portatrice, è più conveniente occultarla, per non suscitare reazioni e sdegno nella cosiddetta opinione pubblica, e per consentire ad essa una capacità auto-assolutoria che, diversamente, sarebbe difficile ottenere.

Idee vecchie

Macchianera

Idee vecchie

Un'idea esagerata di libertà
Giampiero N. Berti
Elèuthera, Milano 1994

  

Diciamo subito che non si capisce per quale motivo siano solo i pensieri dei pensatori a costituire la teoria anarchica e non anche le azioni degli anarchici, di tutti gli anarchici. Non si capisce cioè come, per un'ipotesi teorica che presuppone l'azzeramento di ogni distinzione di metodo, valga la regola generale che il pensatore pensa e l'uomo d'azione agisce, ognuno nella sua sfera e che queste sfere possano incontrarsi solo nel rapporto di causa (l'idea) e di effetto (l'azione). Tutto questo è infantile. Andando alla ricerca dei modi in cui quel pensamento si è realizzato, non si può non incontrare contributi che si sono realizzati nella parola scritta, accanto a contributi che si sono realizzati nell'azione. Partire dal presupposto che solo la teoria deve essere tenuta presente, cioè la teoria che si coagula nei libri, è non solo parziale ma filosoficamente autoritario in quanto presuppone un predominio della teoria sull'azione, una luce che la ragione dominante dovrebbe fare riflettere sull'azione dominata.

I. S. 1958-69

Macchianera

Internazionale Situazionista 1958-69

Internazionale Situazionista 1958-69
Nautilus, Torino 1994

 

La pubblicazione di questo libro rappresenta un evento. Per la prima volta, tutti i numeri della rivista dei situazionisti sono presentati in una traduzione integrale e, dicono, perfetta. Basta con gli "specialisti" alla Mirella Bandini e con i censori opportunisti. La verità innanzitutto. Finalmente, cosa ha veramente detto l'IS è sotto gli occhi di tutti.

Solo che, una volta riconosciuto il valore di un simile sforzo, bisognerà pur entrare nel merito e chiedersi cosa diavolo fare dell'Internazionale Situazionista. Intendiamoci, non che l'IS non abbia affermato cose interessanti. II fatto è che una critica radicale, per quanto penetrante e fondata possa essere, non costituisce di per sé una teoria rivoluzionaria, meno che mai un progetto di tal fatta. E non ci sarebbe nulla di male in tutto ciò, se non fosse che i situazionisti e i loro cultori hanno talmente promesso e garantito di aver "superato" tutto e tutti, di aver forgiato loro, e soltanto loro, le chiavi che apriranno le porte della rivoluzione – sempre lamentandosi dell'ignoranza che li circondava – che la lettura di questa antologia lascia quasi stupefatti.

T.A.Z.

Macchianera

T.A.Z. Zone temporaneamente autonome

T.A.Z. Zone temporaneamente autonome Hakim Bey Shake Edizioni, Milano 1993

La scrittura cyberpunk è altamente pirotecnica perché ha lo scopo di annichilire il lettore, di sommergerlo con immagini incredibili in modo da non permettergli di cogliere il significato di ciò che sta leggendo. Assordati da questo «muro del suono», non ci si sofferma sul significato di ciò che si legge, ma si rimane esterrefatti. Di fronte a questa massa indistinta di nomi, riferimenti, dati, sigle che si susseguono freneticamente, il lettore rimane stordito. Ciò che gli resta non è una idea su cui poter formulare un giudizio, ma una sensazione strana e indefinibile che può solo subire. Non riuscendo ad interpretare ciò che legge, sovente ammaliato dalla confidenza che il cyberpunk mostra di avere con la cultura in generale e con le nuove tecnologie in particolare, giunge alla conclusione di trovarsi di fronte a qualcosa di enorme, di molto intelligente, evidentemente troppo intelligente per lui dal momento che non riesce a capirlo, laddove in realtà non c'è nulla da capire.

La rapina in tasca

Macchianera

La rapina in tasca

La rapina in banca. Storia. Teoria. Pratica
Klaus Schönberger
DeriveApprodi, Roma 2003

 

Come dice un diffuso adagio, «Chi sa fa, chi non sa insegna». In questa briciola di saggezza è già contenuta la ragione per cui i professori sono sempre stati oggetto di scherno e disprezzo. Al di là dei pregi o difetti dei singoli, questa genìa è composta irrimediabilmente da cretini incapaci di comprendere la differenza che intercorre fra un’esperienza di vita ed una materia di studio. Uno di loro, tale Klaus Schönberger, ha da poco pubblicato in Italia un libro intitolato La rapina in banca. Storia. Teoria. Pratica, per conto di una casa editrice di sinistri recuperatori, DeriveApprodi.
Come avrete già intuito, Schonberger non è un rapinatore, bensì un cattedratico. Per la precisione un «docente di cultural studies», come ci tiene a specificare. Ciò significa che i soldi che ha nelle proprie tasche non provengono dalla critica pratica alla proprietà privata, ma da una certa pratica di genuflessione e dalla partecipazione all’Accademia di Stato.

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