Miraggi

Il deserto emozionale che stiamo attraversando gioca brutti scherzi. Provoca miraggi, allucinazioni in cui ciò che è pura immaginazione viene percepita come realtà. Ma questo stato morboso non è, al tempo stesso, una forma esasperata di lucidità? Non è proprio il miraggio a spingerci a resistere, ad andare avanti fino ad uscire dal deserto? La narrativa, la poesia, possono istigare ad avvistamenti di terre rigogliose, altrettanti inviti ad evadere dai campi della sopravvivenza.

Budapest 1956

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Budapest 1956

Georges Henein

Uno sconosciuto ha dato risata alle polveri
La vita non è più intrecciata come un quaderno di rughe
Un turbamento mattutino scioglie la chioma del vissuto

 

Gli uomini posano le loro mani a caso
Ora su un seno ora su una foresta in fiamme
Avanzano nella nudità di un mondo che si compie

Poema petrolifero

Miraggi

Poema petrolifero

Geo Bogza

Vi parlerò degli uomini del petrolio
e del loro animo più nero
e più infiammabile del petrolio.

 

Vi parlerò di me,
perché nessuno più di me può essere un uomo del petrolio
e il mio animo nero e infiammabile
mi fa parlare a voi altri con tutta la brutalità possibile.

 

Così bisogna parlare del petrolio: con brutalità.

Fuori da questo mondo

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Fuori da questo mondo

Charles Baudelaire
 
Questa vita è un ospedale in cui ogni malato è posseduto dal desiderio di cambiare letto. Questo vorrebbe soffrire di fronte alla stufa, quello crede che guarirebbe accanto alla finestra.
A me sembra che starei sempre bene là dove non sono, e di questa questione di trasloco discuto di continuo con l’anima mia.
«Dimmi, anima mia, povera anima infreddolita, cosa ne diresti di andare ad abitare a Lisbona? Là deve fare caldo e tu ringagliardiresti come una lucertola. Quella città è sulla riva dell'acqua; si dice che sia costruita in marmo, e che la popolazione abbia un tale odio per i vegetali da sradicare tutti gli alberi. Ecco un paesaggio di tuo gusto; un paesaggio fatto di luce e minerali, e di acqua per rispecchiarli!».

Difendo Anarchia

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Difendo Anarchia

Katerina Gogou
 

Come attrice, Katerina Gogou (1940-1993) non ha fatto parlare molto di sé nell'ambiente del cinema, avendo recitato sì in numerosi film ma (quasi) sempre con ruoli da comparsa. Ma come poetessa, era e rimane la bestia nera della letteratura moderna greca. Nata sotto l'occupazione nazista, passata attraverso il regime dei colonnelli e la Resistenza, ha dato voce all'anima nera del quartiere Exarcheia di Atene, vivendone e cantandone la rivolta anarchica e la disperazione umana. Nelle sei raccolte di poesie da lei pubblicate c'è spazio solo per questo suo mondo, il sottobosco fatto di prostitute, drogati, pazzi, fuorilegge, sovversivi. Dopo aver a lungo contribuito alla rinascita del movimento anarchico greco, Katerina Gogou trascorse i suoi ultimi anni dentro e fuori le cliniche psichiatriche. Morì per una overdose di pillole e alcol; ai suoi funerali parteciparono migliaia di persone.

Mavena

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Mavena

Radovan Ivsic

Poeta e drammaturgo croato, Radovan Ivisic (1921-2010) è riuscito ad essere messo al bando sia sotto l'occupazione nazista che sotto il regime stalinista. Nel 1942 le sue opere vennero infatti sequestrate dai nazionalisti ustascià, che lo definirono «apostolo dell'arte degenerata», mentre nel 1945 i cantori del realismo socialista gli chiusero per trent'anni le porte di ogni teatro: «Se i fascisti hanno reso palese la mia proibizione, i comunisti sono stati molto più abili, riuscendo per la maggior parte del tempo a proibire senza proibire». Nel 1954 Ivsic emigra in Francia, dove si unisce ai surrealisti. Allergico a premi e riconoscimenti, rimarrà sempre convinto che per via della sua essenza libertaria «la poesia si scrive con l'alfabeto dei vagabondi». Mavena è la sua opera d'esordio, pubblicata in tiratura limitata nel 1940.

Il vampiro passivo

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Il vampiro passivo

Ghérasim Luca

Quante volte ho pensato a te, adoratore della capigliatura, che alle sei di sera davanti alla stazione Trocadéro della metro stavi a spiare le scolare dalle lunghe trecce, con le forbici acuminate in mano come un sesso in erezione. Perché le forbici e i ciuffi di capelli nascosti sotto la camicia mi ricordano il luogo dell'incontro fortuito, il tavolo di dissezione dei Canti di Maldoror? Perché questa donna-oggetto dal cuore come un freddo brandello d'ectoplasma, dalla pelle traslucida e opaca attraversata dal vento e dai contagocce ricolmi di latte dei vampiri passivi, perché mettere quest'ombra solida su un tavolo operatorio, come un'offerta ai piedi della più superba delle donne?
Come potrei altrimenti penetrare la confusione sadomasochista nel fondo del mio essere, attivo e passivo come l'idea di ferita, provocante e provocato come il bianco che risulta dallo spettro solare? E il mio immenso, il mio supremo desiderio di versare sangue, di tuffarmi in un bagno di sangue, di bere sangue, di respirare sangue, come potrei capirlo senza l'offerta di sangue che sono pronto a fare?

La traversata delle Alpi

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La traversata delle Alpi

Radovan Ivsic - Annie Le Brun
 
 
Non custodiremo la nostra merda nelle casseforti di Fort Knox.
 
Uno spaventapasseri è appeso al parabrezza delle grandi bolle d'aria che abitiamo.
 
Con specchi sulle suole, scivoliamo fra due lingue straniere.
 
Quando vedrete i cammelli in piombo delle stanze da bagno, diserterete.
 
La lista delle perversioni privilegiate come quella dei luoghi non potrebbe essere chiusa. Esistono anche tramonti bisognosi.

L'anarchia

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L'anarchia

Marcel Schwob

…Lo schiavo ci accompagnò fino al porto dell'isola dei Buoni-Tiranni, dove alcuni ulivi agitano le loro foglie grigie e lucenti. Ci augurò buon viaggio e ritornò verso i suoi maestri. Vedemmo ancora per un po’ di tempo la sua testa che sembrava avanzare da sola nel sentiero scavato fra le dune, in mezzo ai roseti. Poi ci imbarcammo; per tutto il giorno seguente la nave fu avviluppata nella bruma. Durante la notte, il cielo si illuminò ed il timoniere ci guidò alla luce delle pallide stelle. Navigammo così dodici giorni e, il tredicesimo, scorgemmo una linea bruna all'orizzonte e minute colonne di fumo che salivano isolatamente nell'aria. Il timoniere ci disse che era l'isola degli Eleutheromani, e ci colse il desiderio di visitarla. Egli intendeva convincerci a non sbarcarvi proprio; ma noi eravamo stanchi del mare e curiosi di quegli uomini selvaggi. La nostra prua fu quindi volta verso la nuova isola dove arrivammo due ore dopo il levar del sole.
Lo sbarco fu faticoso; non so se gli Eleutheromani fossero stati avvisati (avendo pochissimi rapporti gli uni con gli altri); ma corsero in massa sulla spiaggia, reggendo ciascuno una lunga pertica, con cui tentarono di allontanarci dalla costa, immaginando che provenissimo dall'isola dei Buoni-Tiranni che temevano non poco.

Passaggio di stelle

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Passaggio di stelle

Jacques Sénelier - Albertine Sarrazin

Nata nel 1937 da genitori sconosciuti e adottata due anni più tardi da una coppia con cui entra ben presto in conflitto, Albertine Damien diventerà legalmente Anne-Marie Renoux nel 1941. Alunna eccellente ma ribelle, la ragazzina vagabonda, campa di espedienti, viene rinchiusa in riformatorio, evade, va a Parigi dove nel 1953 conduce per un breve periodo una vita di eccessi assieme all'amica del cuore Emilienne. Le due ragazze vengono arrestate per una rapina e Anne-Marie Renoux è condannata a 7 anni di carcere. Riesce ad evadere di nuovo, si ferisce e viene raccolta da un piccolo ladro, Julien Sarrazin, di cui si innamora e che sposa. Per alcuni anni i due entrano ed escono dal carcere. Da sempre appassionata di scrittura, fra il 1965 e il 1966 pubblica sotto il nome di Albertine Sarrazin tre romanzi autobiografici che le daranno grande fama. Salutata come la Jean Genet femminile, Albertine Sarrazin non potrà però godere di questo successo. Morirà nel 1967 nel corso di una operazione chirurgica, vittima di negligenza medica.
Ma all'avventura vissuta nel 1953 delle due adolescenti scappate dal riformatorio non si era interessata solo la cronaca nera. Nella circostanza della loro condanna in tribunale, il poeta surrealista Jacques Sénelier ne scrisse l’apologia in un articolo apparso sulla rivista
Le Surréalisme, même. È il testo che qui presentiamo, seguito da alcune poesie scritte in quei giorni in carcere dalla futura Albertine Sarrazin.

La fabbrica di uomini

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La fabbrica di uomini

Oscar Panizza

Colui che ha viaggiato molto a piedi acquista gradualmente una così grande pratica nel giudicare sia la posizione del sole sia quella dei percorsi tracciati sulle carte stradali da sapere quando deve partire da un luogo per raggiungere in modo sicuro, ancora prima del calare dell'oscurità, il villaggio o la cittadina che egli ha eletto quale ricovero notturno; a lui non capita, come successe tanti anni fa all'autore di questo racconto, quando, avendo solo da poco impugnato il bastone del viandante e vedendosi una sera sorpreso dal buio, incapace di consultare una cartina o la bussola, stava brancolando da due ore, solo soletto per la strada maestra, stanco, affamato, senza compagnia né meta. Tutto accadde nella parte orientale della Germania Centrale e non so davvero più in quale provincia o in vicinanza di quale grande città, cosa che non ha d'altronde nessuna importanza per la valutazione dei fatti che sto per narrare. Dopo essere giunto alla conclusione che il rimanere lì non portava a niente e che l'umidità del terreno impediva l'approntamento di un rifugio notturno all'aperto, mi risolsi a continuare a camminare senza posa, tentando di risparmiare per quanto possibile le mie energie, e questo sarebbe durato per tutta la notte anche se, presto o tardi la nota densità della popolazione tedesca mi avrebbe fatto imbattere in qualche insediamento umano. La mia perseveranza fu anche premiata dal successo giacché trovai quello che stavo cercando: un rifugio per la notte. Se il ricovero, tale qual era, potesse essere definito un successo o se l'autore non avrebbe fatto meglio a pernottare nel sudicio pantano della strada, potrà essere giudicato dal benevolo lettore alla fine di questo racconto, in quanto gli intricati avvenimenti di quest'unica notte saranno l'oggetto dei seguenti fogli.

Demenza dell'autorità

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Demenza dell'autorità

Multatuli

No, niente scappatoie. L'ho detto. Ho dichiarato che il lavoro volontario è migliore del lavoro obbligatorio. Nulla da dire. Ma adesso ritratto questo errore, convinto che nulla sia più ambiguo e più nocivo del lavoro volontario.
E come ha acquisito questa nuova convinzione? spero che mi si chieda. Perché, se non me lo domandassero, dovrei pensare che la mia predica annoi l'ascoltatore quanto me.
Come ci sono arrivato? È molto semplice. No, no... per l’amor di Dio, scusatemi, non proprio semplice! Dimenticavo che la semplicità farebbe svuotare in fretta la mia cappella e che solo la complessità è ammessa. Quindi, non proprio semplice. È estremamente complesso. Sono stato guarito dal mio errore e... indovinate da chi? Dal mio piccolo Max.
Il bambino è dolce, buono e obbediente. Temo perfino che sia troppo buono, troppo dolce. E se i vostri figli, cari ascoltatori, assomigliano ai loro genitori, il mio bambino subirà un giorno la punizione che il mondo infligge alla bontà per vendicarsi della differenza.

La morte di Archimede

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La morte di Archimede

Karel Čapek

È che la storia di Archimede non andò proprio così come è stato scritto; è vero sì che fu ucciso quando i romani presero Siracusa, ma non è esatto dire che entrò in casa sua un soldato romano per saccheggiarla e che Archimede, intento a disegnare una qualche costruzione geometrica, gli ringhiò con aria scontrosa: «Non mi rovinare i miei cerchi!».
In primo luogo Archimede non era affatto un distratto professore che non sa quel che gli succede intorno; anzi, era per natura un autentico soldato, che aveva progettato per Siracusa delle valide macchine da guerra, destinate alla difesa della città; in secondo luogo poi, il soldatino romano non era affatto un predone ubriaco, ma il colto e ambizioso capitano di stato maggiore Lucius, che sapeva bene con chi aveva l'onore di parlare, e non era venuto per saccheggiare, ma sulla soglia fece il saluto militare e disse: «Salute a te, Archimede».

Distorto dagli specchi

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Distorto dagli specchi

Nicolas Calas

Figlio unico di una famiglia ricchissima, il giovane Nikos Kalamaris (1907-1988) alterna una poesia segreta, diffusa fuori commercio sotto pseudonimo, con la militanza nella sinistra antistalinista di Atene. Costretto all'esilio, a Parigi si unisce ai surrealisti e diventa noto con il nome di Nicolas Calas, critico, polemista e poeta. Il suo saggio Foyers d'incendie, apparso nel 1938 e scritto alla luce della psicanalisi, esplora i legami che intercorrono fra inconscio individuale e trasformazione sociale. Calas vi traccia una vera e propria etica del desiderio e lo stesso Breton saluterà questo libro come «un'opera vietata agli ignoranti, ai conformisti, ai fiacchi e ai vigliacchi... un manifesto di una necessità e di un'ampiezza senza precedenti». Inutile dire che oggi, a quasi ottant'anni di distanza, sono invece le sue poesie quelle dove è più facile che brillino i suoi focolai d'incendio.

Pensiamo ai vivi

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Pensiamo ai vivi

Lucien Descaves - Maurice Donnay
 
Charles — Il vostro esempio conferma le belle parole di colui, fra i nostri poeti, che disse: «Ogni uomo ha due patrie, la propria, e poi la Francia».

Grigoriew — Il vostro poeta ha lo spirito limitato. Ogni uomo ha per patria la propria... e tutte le altre. Io non ho mai conosciuto la differenza che voi fate tra due uomini di patria differente, ed ho, per contro, spesso trovato dei compatrioti più diversi gli uni dagli altri, di quello che non lo siano individui di nazionalità differenti.

Tra il sogno e la rivolta la ragione vacilla

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Tra il sogno e la rivolta la ragione vacilla

Joyce Mansour
Una frase attraversa la testa addormentata
Bisogna aggirare le torri della cattedrale
Cerchi di sangue nel vento capogiro
Sfavillanti girandole
Organi inesplorati
Ascesso d’attacco per acrobati verbosi
Il ragno appeso alle ciglia
Spia la sua immagine nell'iride del cielo

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