Miraggi

Il deserto emozionale che stiamo attraversando gioca brutti scherzi. Provoca miraggi, allucinazioni in cui ciò che è pura immaginazione viene percepita come realtà. Ma questo stato morboso non è, al tempo stesso, una forma esasperata di lucidità? Non è proprio il miraggio a spingerci a resistere, ad andare avanti fino ad uscire dal deserto? La narrativa, la poesia, possono istigare ad avvistamenti di terre rigogliose, altrettanti inviti ad evadere dai campi della sopravvivenza.

I manichini

Miraggi

I manichini di cera

Jules Supervielle

Forse il modo migliore per presentare Jules Supervielle (1884-1960), autore singolare quanto sconosciuto, lontano dalle mode letterarie del suo tempo, talmente curioso dei misteri dell'universo da prestare attenzione agli esseri del mondo esteriore quanto ai fantasmi di quello interiore, è ricordare le parole che gli dedicò un poeta suo contemporaneo: «Supervielle è il ricercatore e il cantore dei veri avvenimenti; egli ci invita a non dimenticare noi stessi vicino a noi, a scoprire il nostro destino altrove che nei lutti, nelle gioie o nei drammi. Ci ferma su alcuni attimi della nostra vita, apparentemente inconsistenti: sono gli unici che abbiano determinato non la nostra felicità o disgrazia, ma ciò che solo conta, l'atteggiamento che assumiamo di fronte alla felicità o alla disgrazia. L’esperienza che possiede ciascuno di noi, anche il più dotato, è infinitesimale. Supervielle ci riduce alla levità per essere davvero noi stessi, dotati dei nostri istanti d’essere, muniti della nostra infanzia permanente davanti a tutti i falsi avvenimenti della vita».

Il Re dei Mendicanti

Miraggi

La ballata del Re dei Mendicanti

Jean Richepin

Dallo zolfo all'acqua santa. A modo suo è stata una parabola caratteristica quella compiuta da Jean Richepin (1849-1926), poeta e scrittore francese del tutto sconosciuto qui in Italia. Quando era un giovane scalmanato, assiduo frequentatore dell'umanità marginale del Quartiere Latino della capitale, Richepin si fece poeta degli straccioni, dei vagabondi, delle prostitute, dei tagliagola. Il suo esordio fu La chanson des gueux, opera apparsa nel 1876 che gli valse 500 franchi di multa e una condanna ad un mese di prigione per oltraggio al pudore. Ne seguirono altre, scandalose, violente, blasfeme, scagliate contro l'ordine sociale. Per alcuni anni Richepin fece il guastatore nel bel mondo delle lettere e in quello della militanza politica più pacata e ragionevole. Ma come tanti altri poeti e sovversivi, i suoi eccessi giovanili non fecero altro che aprirgli la strada verso il riconoscimento pubblico. Diventò famoso, quindi inoffensivo. Nel 1908 entrò a far parte dell'Accademia Francese, nel 1912 venne eletto sindaco di un piccolo comune. Morì da commendatore della Legione d'Onore. Allora, a cosa era servita tutta la sua ira? Come gli scrisse Léon Bloy fin dal 1877, «L'applauso, l'ignobile schiaffo del pubblico imbecille, ecco il pane quotidiano che occorre alla vostra anima fiera». Ma poiché la sola fierezza è nella rivolta, di Jean Richepin è meglio ricordare solo i versi dedicati alla teppa parigina.

Il viandante incendiario

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Il viandante incendiario

Gellu Naum

Nel suo paese, la Romania, era considerato da molti l'incarnazione del meraviglioso e godeva di una reputazione segreta d'alchimista e di mago. Gellu Naum (1915-2001) ha incontrato il surrealismo nel 1935 e da allora non l'ha più lasciato. Studente di filosofia alla Sorbona, appena tornato in patria è stato uno dei fondatori del movimento surrealista rumeno – «il più esuberante, il più avventuroso e anche il più delirante gruppo del surrealismo internazionale». Davanti all'avanzata del totalitarismo stalinista, Gellu Naum decise di non seguire i suoi compagni. Non prese la via dell'esilio come Gherasim Luca o Trost, né si sottomise alla linea di partito come Virgil Teodorescu. Rimase dov'era nato, solo contro tutti, conoscendo una censura assoluta per oltre vent'anni. Ma, nonostante le enormi difficoltà materiali e psicologiche, perseguirà per l'intera sua vita la «caccia caotica» all'altro lato dell'esistenza umana.

Vittoria sul Sole

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Vittoria sul Sole

Aleksej Kručenych

Nel luglio del 1913 si incontrarono in Finlandia tre esponenti dell'avanguardia russa: il poeta Aleksej Kručenych, il compositore Mihail Matjušin ed il pittore Kazimir Malevič. L'incontro venne seguito da un manifesto in cui si annunciava la creazione di un'opera-mistero intitolata Vittoria sul Sole. Un'opera teatrale, di cui Kručenych avrebbe scritto il testo, Matjušin composto la musica, e Malevič disegnato scenari e costumi. Un altro poeta, Velimir Chlébnikov, ne scrisse il prologo. L'opera andò in scena il 3 e il 5 dicembre 1913 a Pietroburgo, dividendo il pubblico fra spettatori entusiasti e quelli indignati. Il sipario non si sollevava, veniva squarciato su uno scenario in cui campeggiava per la prima volta il “quadrato nero” di Malevič che sarebbe poi diventato simbolo del Suprematismo. Qui entravano in scena i protagonisti di un'opera dai toni assurdi, drammatici e patetici assieme — perfetta espressione del linguaggio «transmentale» caro a Kručenych — in cui si annuncia l'annientamento dell'obsoleta logica terrena, simboleggiata dal Sole, e la realizzazione di un futuro che superava i limiti della comprensione umana. Vittoria sul Sole non ebbe repliche, né recensioni.

Spalline e Massacri

Miraggi

Spalline e Massacri

Georges Darien

Il colonnello Gabarrot raccontava belle storie.
Diceva che i Russi erano furfanti, che i Prussiani erano banditi, e che gli Inglesi valevano ancor meno. Talvolta mi mostrava la sua croce di ufficiale della Legion d'Onore, che aveva conquistato a forza di sciabolate e che conservava in una bella scatola nera; se ne avessi voluta una simile, da grande, non dovevo far altro che ammazzare molti Russi, molti Prussiani, e soprattutto molti Inglesi. — Disgraziatamente, diceva, non si ammazza più, oggigiorno la gente è diventata sentimentale.
E sogghignava.
Mio padre gli faceva osservare che si ammazzava ancora parecchio. La Crimea, per esempio. Il colonnello ammetteva che la Crimea andava benissimo. Ammazzare dei Russi, niente di meglio; non se ne sbudellano mai abbastanza. Ma perché allearsi con gli Inglesi?

L'amore, la poesia e lo Stato

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L'amore, la poesia e lo Stato — dialogo

Aleksandr Blok

Il motivo fondamentale della poesia di Aleksandr Blok, considerato il poeta della rivoluzione russa, è l'amore: un amore ideale, mai pago e sempre inquieto e travagliato. La sua aspirazione al perfetto amore si trasforma in angoscia implacabile, in struggimento sottile del poeta preso dal gioco stesso della sua stessa fantasia.
In questo stato d'animo si trovava Blok nel 1907, quando pubblicò questo dialogo. Era recente un duplice tentativo rivoluzionario: da parte del proletariato per la prima volta organizzato nei
soviet e da parte della borghesia liberale inquadrata negli zemstva, consigli provinciali delle città e delle campagne. Il tentativo del 1905 era fallito perché il governo, fingendo di accettare le proposte di riforme degli zemstva, era riuscito ad isolare il proletariato rivoluzionario delle città, illuso sull'appoggio della borghesia. Il dialogo di Blok — un amaro sorriso di squisita ironia, una confessione fatta con feroce obiettività — risente indirettamente di questa esperienza rivoluzionaria. I ribelli sono mendicanti, plebe ancora inorganica e appena capace di un istintivo spirito di rivolta, rapidamente deluso dall'alleanza del cortigiano e del buffone, dell'assolutismo paternalistico e del buon senso riformista e liberale. Mentre il poeta che vuol rompere l'incantesimo di una vana passione con l'impeto di un pratico operare, tende a vincolarsi al servizio dello Stato.

Il letto di nozze ribelle

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Il letto di nozze ribelle

Mynona

Poiché lo desiderate, vi dirò le ragioni per cui mia moglie ha chiesto di divorziare l'indomani del nostro matrimonio.
Mia moglie è profondamente superstiziosa. Ecco la causa di tutto. È passato molto tempo da quando credevo che le varie vicissitudini che ci colpiscono dipendessero dal caso. Oggi non lo ammetto più. Escludo ogni caso dalla mia vita. Appunto i così detti casi sono ciò che vi è di più significativo: questo almeno per le persone che non hanno bisogno, per lasciarsi convincere, di prove pesantemente tangibili, poiché loro basta l'intuizione.
Provatevi, per esempio, ad osservare il contegno espressivo di tutti quegli oggetti «inanimati» che di solito vi circondano. Esso vi dà sovente degli avvertimenti che solo un pazzo può trovare insulsi. La scatola di fiammiferi vi sguscia ad un tratto di mano, rimanendo stranamente in bilico sul lato più stretto? Le vostre forbici, cadendo, vanno a conficcarsi per l'appunto tra gli interstizi del pavimento e si mettono a tremare di un palpito misterioso? Vi svegliate da un sonno profondo e sentite «l'inanimato» fremere e suggerirvi quale lettera troverete nella cassetta della corrispondenza? Ognuno di questi fenomeni ha un suo significato particolare, che non deve essere trascurato.

L'Annunciatore

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L'Annunciatore della Tempesta

Massimo Gorki

Le nubi si addensano sulla grigia distesa dall'acqua. Fra i flutti e le nubi, simile al baleno, aleggia il fiero Annunciatore della Tempesta. Vola e con un'ala sfiora le onde, mentre con l'altra squarcia le nubi. Grida, e le nubi ascoltano giubilanti le grida dell'Annunciatore della Tempesta, perché in quel grido vi è collera e passione, e v'è la fede nella vittoria.
Gemono intanto i gabbiani, si dibattono sul mare e stan pronti a nascondere il loro spavento nella profondità delle onde. Il mergo, che non conosce le aspre gioie della lotta e che il tuono appaura, geme e si lagna esso pure! E gli stupidi germani, vere oche del mare, acquattano dietro le rocce le loro carni adipose.
Solo l'Annunciatore della Tempesta si libra, ora, coraggioso e libero, sul mare in sussulto. Le nubi, sempre più fitte e più nere, covrono addirittura le acque. I flutti cantano e danzano e si elevano verso la folgore, che scoppia, finalmente!

Tutti i giorni

Miraggi

Tutti i giorni

I. B.

La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
è divenuto quotidiano. L’eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.
La divisa di oggi è la pazienza,
medaglia la misera stella
della speranza, appuntata sul cuore.

L'attore e il re

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L'attore e il re

B. Traven

Capita raramente. Per fortuna. Ma una volta avvenne che un attore scegliesse un re come suo amico. O forse fu viceversa. Ma in fondo non c’è differenza.
I due erano onesti e sinceri amici. Litigavano e facevano la pace, come si usa in genere tra veri amici.
La loro amicizia durò due anni.
L’attore non fece più rumore su questa amicizia di quanto non avrebbe fatto su un’amicizia con qualsiasi altro mortale.
Un pomeriggio andarono a passeggio nel parco.
L’attore aveva recitato la parte di un re la sera prima. Ma non un re shakespeariano. Il direttore del teatro non li poteva sopportare. Perché i re di Shakespeare, nonostante il loro diritto divino, erano uomini del tutto ordinari che amavano e odiavano, assassinavano e regnavano… proprio come si addiceva ai loro scopi e alle loro intenzioni.

Dialogo tra la Cometa e la Terra

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Dialogo tra la Cometa e la Terra

Carlo Michelstaedter

Terra. Eccola qui ancora, la vagabonda!
Cometa.
Terra: Prudenza perdio! Guarda un po' dove vai!
Cometa. Meglio non guardare dove si va che andare solo fin dove si vede.
Terra. Già, ma intanto... no perdio! fa' attenzione!
Cometa. Meglio non far attenzione che attender sempre ciò che non viene mai.
Terra. Accidenti! Ma proprio addosso a me deve venire! Ora mi spazza! si può dar di peggio?!
Cometa. Sì, i pianeti!
Terra. Ma guarda che lì vai a batter in Marte - questo si chiama esser ben distratti!
Cometa. Meglio distratti, che attratti, e contratti e rattratti...

Presidente

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L'elezzione der Presidente

Trilussa

Un giorno tutti quanti l’animali
sottomessi al lavoro
decisero d’elegge un Presidente
che je guardasse l’interessi loro.

C’era la Società de li Majali,
la Società der Toro,
er Circolo der Basto e de la Soma,
la Lega indipendente
fra li Somari residenti a Roma;

Verso la morte

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Verso la morte

Giuseppe Ciancabilla

L'immensa, verde pianura di Farsaglia, soleggiata nel meriggio luminoso d'Aprile, brulicava di uomini. Pur non poteva dirsi animata, che tutto all'intorno incombeva il silenzio grave, triste, affannoso della preoccupazione e dell'incertezza, quasi della paura.
Mario De Lilla, che era giunto quella mattina stessa con una banda d'insorti, passava vagando, bevendo l'aria e il sole, attraverso quelle file e quei crocchi di esseri muti. Egli leggeva in ogni sguardo che lo fissava con una stupida curiosità, la stessa tremula indecisione di spirito. Poi, quando lo sguardo di quegli esseri si staccava rapidamente quasi stanco per lo sforzo dalla sua persona, tornava a spaziare laggiù verso l'orizzonte aperto, quasi infinito, appena circoscritto, in un fuggevole contorno bianco-azzurro, dalla catena dell'Olimpo.
Mario si avviò verso la cittadina schiacciata a metà della montagna sotto i ruderi delle antiche fortificazioni romane.

Piuttosto la vita

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Piuttosto la vita

André Breton

Piuttosto la vita che quei prismi senza spessore

anche se i colori sono più puri

Piuttosto che quell’ora sempre coperta

che quelle orribili vetture di fiamme fredde

Che quelle pietre fradice

Piuttosto il cuore a serramanico

Che questo stagno mormorante

Che questa stoffa bianca che canta e nell’aria e nella terra

Che questa benedizione nuziale

che unisce la mia fronte a quella della vanità totale

Piuttosto la vita



Protesta contro le machine

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Protesta contro le machine che corrono e che volano

Gian Pietro Lucini

Non amo correre;
chi corre non sente, né pensa:
chi corre si dispensa,
nucleo vertiginoso, dentro un alone di polvere;
vi soffoca e si accieca.

 

Odio le Machine di frenesia:
le uso, le comando, le opprimo
di me con disprezzo, cavalle d'acciajo,
strumenti imperfetti, perché corre il Mondo
ed io lo voglio sopravanzare.

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