Intempestivi

Bersagli

 

Il terremoto elettorale che ha appena mutato volto al Parlamento ha lasciato attonita la stragrande parte delle forze politiche in campo. Si avverte la sensazione che nulla sarà più come prima. Il centrosinistra ha matematicamente vinto, ma talmente di misura che è come se avesse perso. Il centrodestra gongola al pensiero che poteva andare pure peggio, anche se ha visto dileguarsi gran parte del suo elettorato. I moderati non sono in grado nemmeno di fare da ago della bilancia, come avevano preventivato. La vecchia politica di Palazzo è al capolinea?
Il voto di protesta c'è stato, di massa, ma non è andato alla lista che avrebbe dovuto riportare sugli scranni la sinistra cosiddetta radicale e alternativa. L'unico vincitore di queste elezioni è chi intende rappresentare politicamente l'ostilità verso tutti i partiti, contraddizione che la dice lunga sulla pervasività dei meccanismi di riproduzione sociale e sulla necessità di una rottura dell'immaginario. Ma il trionfo del divo dell'antipolitica non ha comunque impedito ai disertori delle urne di aumentare il proprio numero. Anziché condividere il rito elettorale, un quarto degli italiani ha preferito fare altro.
Dunque appare chiaro che il potere politico non è saldamente in mano a nessuno. Ai tanti politici che non si raccapezzano non resta che fare buon viso a cattivo gioco. E se dentro il palazzo c'è chi ipotizza alleanze fino a poche settimane fa impensabili, all'esterno non manca chi – davanti a questa macroscopica conferma che non c'è un interlocutore istituzionale affidabile con cui poter giocare di sponda – ha scoperto all'improvviso le potenzialità sovversive della ingovernabilità. Si mormora addirittura che oggi sia tempo di rivoluzione (mica come ieri o l'altro ieri, che era tempo di frittole).
Quando all'orizzonte non c'è un principe rosso o almeno un principino rosa da indottrinare o consigliare, tanto vale dichiarare che è ora di rimescolare le carte e vedere cosa ne viene fuori. Cosa ne verrà fuori? Ed è questo il bello. Nulla, ne verrà fuori nulla. La sinistra istituzionale scomparirà sempre di più. I partiti tradizionali diventeranno sempre più disgustosi ed impresentabili. Quanto ai loro imprecatori neoparlamentari, passeranno in fretta dalle stelle alle stalle come è sempre accaduto a chiunque abbia creduto nella virtuosità del potere.
È la transizione che sospende il normale corso degli eventi. Il vecchio ordine deve ancora abdicare, il nuovo ordine deve ancora imporsi. Ma nessuno vuole davvero il disordine. Ciò non toglie che esso rimane comunque in gioco, presente, possibile. E dà appuntamento ai suoi amanti.
 
[2/3/13]