Brulotti

Tempi di guerra

Viviamo tempi di guerra. Una guerra non dichiarata, eppure quotidiana. Una guerra che persegue un fine ben preciso: imporre regole e condizioni decise da pochi governanti a scapito della totalità dei governati, costretti a subirle passivamente. È l’aspetto più profondo della Democrazia. Il segno tangibile della guerra, invece, è la militarizzazione del territorio, fatta di caserme, basi militari, radar… Proprio come quello di cui si sta discutendo l’installazione in questi giorni, a Gagliano del Capo (LE), ad opera della Guardia di Finanza. Un radar sofisticatissimo, il cui impiego sarà quello di intercettare i gommoni di disperati che cercano di approdare su questo lembo di terra per sfuggire alla miseria, alla fame e – soprattutto in questo momento – alla guerra. È evidente, allora, che questi tempi di guerra, seppure in forme diverse, coinvolgono chiunque.

Alcune voci di protesta si sono levate contro l’installazione di questo radar perché, è stato detto, esistono rischi per la salute ed andrebbe a deturpare il “nostro” territorio. Lo stesso discorso fatto contro il progetto di ampliamento della base di Otranto, a punta Palascìa. Ma ragionare in termini di un “nostro” territorio da difendere, è il modo migliore per favorire l’installazione di queste strutture, che la stessa propaganda mediatica definisce funzionali alla difesa, appunto, del territorio.

Ci si è quindi appellati alla Democrazia, questo spettro che vorrebbe che i cittadini fossero informati dei progetti nocivi che gli sorgono accanto. Il fatto che il radar sia di produzione israeliana, una della massime democrazie del mondo che contiene la popolazione palestinese in un immenso campo di concentramento, dovrebbe chiarire bene cosa aspettarsi da questa tanto decantata forma di governo. 

Credere che la faccenda sia da porre solo in termini ambientali o di bellezza paesaggistica significa sminuirne il contenuto e la pericolosità. L’installazione di un nuovo radar – come l’ampliamento di una base – riguarda la libertà di ciascuno, perché l’insediamento di nuove strutture militari ne implica un automatico restringimento, sia in termini fisici (zone off limits, aree sorvegliate, aree interdette, ecc.), sia in termini di controllo, perché se il radar serve “solo” a controllare e reprimere i diseredati del mondo in cerca di una via di salvezza, ogni struttura militare è – per antonomasia – funzionale alla guerra e, dove c’è guerra, non può esserci libertà, allo stesso modo in cui ogni divisa è sinonimo di controllo sociale.

Ed a chiarire in modo inequivocabile tutto ciò ci sono gli avvenimenti di questi giorni, che ci raccontano che, a coloro che ricercano la libertà, è stato risposto con la guerra. Se un giorno anche qui si avanzassero istanze di libertà, sarebbe fin troppo semplice rivolgere il radar dall’altro lato, sulla terraferma, una volta installato.

 

[aprile 2011]