Brulotti

Il martello senza padrone

René Char, il paradosso

 
«Non è per orgoglio ma provo un disgusto panico al pensiero di
stare accanto a certe carogne in un’opera di poesia... 
Abbiamo ragione noi, non perché siamo stati o restiamo surrealisti, ma perché siamo i pionieri
di un continente proibito e splendidamente recalcitrante, la contro-terra» 
Lettera a Maurice Blanchard, 20 aprile 1943
 
 
Dal greco parádoksos, composto da pará (contro) e doksos (opinione). Un paradosso è in aperta contraddizione col meccanismo logico, reale o presunto, che sottosta alle nostre azioni, cioè con l’esperienza comune. È ciò che contrasta con i principi e le opinioni generali, pur dimostrandosi valido. Nella sua stra-ordinarietà il paradosso frusta le certezze acquisite, contraddicendo ogni presupposto logico dato per scontato. Imbattersi in René Char (1907-1988) significa prendersi in faccia una di queste frustate, tramortenti quanto salutari.
Considerato uno dei più grandi poeti del Novecento, probabilmente è solo per via d’una imbarazzante demenza senile se negli ultimi anni della sua vita gli è stata risparmiata l’onta di un premio Nobel. Attorno al suo nome l’ammirazione era pressoché unanime; se per Maurice Blanchot «egli non ha eguali in quest’epoca» perché «la sua poesia è rivelazione della poesia, poesia della poesia», Albert Camus lo considerava «il nostro più grande poeta vivente» e la sua raccolta Fureur et mystère era «ciò che la poesia francese ci ha dato di più sorprendente dopo Illuminazioni e Alcools». 
Poeta ermetico legato alla natura, i suoi versi erano sporchi di terra, polverosi di pietra, odorosi di bosco, perennemente illuminati dalla luce del sole della coscienza. Non si tratta dell’estasi idiota davanti ai paesaggi bucolici, quella che va dalla suggestiva contemplazione dei tramonti all’inebriante annusata dei fiori. Meglio lasciar perdere la poesia come ostentazione di raffinata sensibilità in opposizione o reazione alla rude materialità. Perché René Char era un vero colosso, un gigante magnetico nato sotto il segno del fuoco, alto 1.92, impulsivo, muscoloso (giocatore di rugby in giovane età), pronto a lanciarsi in ogni scontro senza indietreggiare dinanzi a nulla. E di fronte all’avanzare del nazismo, fu tra i pochi poeti che non collaborarono, non andarono in esilio, ma deposero la penna per imbracciare il fucile. 
Diventò il capitano Alexandre, un capo della Resistenza francese, un «mostro di giustizia e intolleranza» che, laddove possibile, era solito sterminare i nemici dalla croce uncinata.
Considerato uno dei maggiori poeti della Resistenza, René Char è l’autore di quei Fogli d’Ipnos che rimangono una delle testimonianze meno convenzionali e più intense della lotta partigiana. E mentre i vari Louis Aragon, Pierre Emmanuel, Loys Masson, Jean Cayrol, Max Pol Fouchet, André Frénaud, Pierre Seghers, Paul Éluard, Claude Roy, Alain Borne, Pierre Jean Jouve, Jean Tardieu... imbrattavano cellulosa con l’inchiostro della loro indignazione tres engagée, René Char preferì tacere e rifiutò categoricamente di prendere parte in qualche modo ad un mondo letterario infame nella sua ipocrisia e nella sua menzogna  («Certo, bisogna scrivere poesie, tracciare con inchiostro silenzioso il furore e i singhiozzi del nostro umore mortale, ma tutto non deve limitarsi a questo. Sarebbe ridicolmente insufficiente»). 
Non un solo libro fra Le visage nuptial, apparso nel dicembre del 1938 e Seuls demeurent pubblicato nel febbraio 1945, non un solo articolo su rivista fra il 1939 e il 1944. Cos’era successo? Il 3 settembre 1939 la Francia era entrata in guerra. René Char fu subito mobilitato in un reggimento di artiglieria pesante e l’anno seguente partecipò alla difesa del ponte di Gien per permettere ai civili di passare la Loira. Congedato nel luglio del 1940, fece ritorno al suo paese natale, Isle-sur-la-Sorgue e, benché suo fratello maggiore fosse responsabile della “Legione dei combattenti francesi”, il prefetto ordinò per lui una «sorveglianza discreta». All’inizio di dicembre di quello stesso anno, la polizia bussò alla sua porta per effettuare una perquisizione e gli trovò addosso una pistola automatica. Un poliziotto lo avvertì che sul suo conto pesava una minaccia di arresto e Char decise di lasciare in fretta Isle-sur-la-Sorgue per trasferirsi nella frazione di Cereste, nel dipartimento della Valchiusa.
Lontano da Marsiglia, lontano da Parigi, lontano dagli ambienti letterari, lontano dal resto del mondo, René Char iniziò a tessere la sua trama ed in poco tempo creò una rete clandestina. Il poeta René Char si eclissò ed il suo posto fu preso dal capitano Alexandre, capo del settore Durance-sud dell’Esercito segreto (che riuniva i tre maggiori movimenti di resistenza non comunista della zona sud). I suoi nuovi compagni non erano più gli artisti frequentatori dei caffè parigini, ma bracconieri e fuorilegge decisi ad opporsi a mano armata alla peste bruna. 
Il capitano Alexandre diventò il responsabile di tutta la Provenza e della Costa Azzurra, e a lui spettava il compito di accogliere i refrattari al Servizio di Lavoro Obbligatorio, di approntare depositi d’armi, di realizzare imboscate ed evasioni, di liquidare spie e traditori; soprattutto, era a capo della SAP, la sezione che si occupava di trovare spazi dove far atterrare aerei alleati e recuperare quanto veniva paracadutato. 
Il cuore partigiano di René Char aveva trovato la sua nuvola di resistenza: là uccise e vide morire trucidati uno dopo l’altro i suoi migliori compagni d’armi, là visse esperienze terribili che lo segnarono per il resto della vita. Alla fine della guerra sarà uno dei pochi partigiani della prima ora sopravvissuto, «uomo massacrato ma tuttavia vittorioso».
Ebbene, nonostante tutto ciò, René Char si schierò contro la poesia politica della Resistenza e condivise in pieno le invettive di Benjamin Péret – a cui, in una lettera del dicembre 1935, aveva comunicato ufficialmente il suo distacco dal gruppo surrealista – contro la poesia di partito, la poesia di propaganda, la poesia che con l’intento di riscattare «l’onore dei poeti» non superava «il livello lirico della pubblicità farmaceutica». E poco importa se fra i criticati poeti militanti c’era soprattutto Paul Éluard. Nemico delle facili apparenze, René Char non aveva dubbi: mai confondere propaganda e poesia («non incitate le parole a fare una  politica di massa») giacché ogni soffio di libertà muore se incanalato dentro un piffero di partito.
Considerato da molti una sorta di surrealista pentito, distruttore o correttore dei suoi scritti giovanili, Char si era in effetti allontanato da quel movimento «morto del settarismo idiota dei suoi adepti», come egli stesso aveva confidato ad Artaud. 
La distanza con l’esuberanza della gioventù viene ricordata anche da Giorgio Caproni nella sua introduzione alla prima antologia italiana dei suoi testi, apparsa nel lontano 1962: «Ma è significativo il fatto... che in questi Poèmes et proses choisis, ordinati dallo stesso Autore... nulla figuri del Marteau, quasi ad indicare che lo stesso Char considera il periodo surrealista, nichilista nel fondo, una stagione a sé e comunque conclusa, dopo la quale sboccia l’estate piena del suo canto d’oggi, tutto in levare». 
Quasi a dire che René Char sia stato uno dei più grandi poeti dello scorso secolo solo a partire dal dopoguerra. 
Ma è meglio tralasciare comode e sagge maturazioni. È stato lo stesso René Char, in una nota aggiunta alla seconda edizione del Marteau pubblicata nel 1945, a domandarsi «Verso quale mare rabbioso, ignorato persino dai poeti, poteva dirigersi nei dintorni del 1930 questo fiume a malapena visibile che scorreva nelle terre dove gli accordi della fertilità già morivano, dove l’allegoria dell’orrore cominciava a concretizzarsi, questo fiume radioso ed enigmatico battezzato Martello senza padrone? Verso l’allucinante esperienza dell’uomo votato al Male, dell’uomo massacrato e tuttavia vittorioso. La chiave del Martello senza padrone ruota nella realtà presentita degli anni 1937-1944. Il primo raggio che sprigiona esita fra l’imprecazione del supplizio e l’amore magnifico». 
Inutile contare i giorni, i mesi e gli anni che separano il 1934 dal 1945: non ci sarebbe stato il partigiano capitano Alexandre se in precedenza non ci fosse stato il surrealista René Char. Il partigiano che eliminava informatori e traditori per proteggere il Maquis era lo stesso surrealista che nel febbraio del 1930 metteva a soqquadro il bar parigino “Maldoror” per pulire dal fango del commercio il nome di Lautréamont (vero e proprio ariete d’assalto, in quell’occasione Char rimase ferito gravemente rimediando una coltellata all’inguine). Il partigiano che organizzava imboscate ai nazisti era lo stesso surrealista che aveva progettato con Luis Buñuel di «entrare in un cinema per bambini, impadronirci del proiezionista, legarlo come un salame, imbavagliarlo, per poi proiettare Sœur Vaseline a un pubblico di giovanissimi. O tempora o mores! L’idea di profanare l’infanzia ci sembrava una delle forme più attraenti di sovversione». 
Si tratta di un furore e mistero in effetti incomprensibile ai consumatori di rime.
Considerato un vero eroe della Resistenza, all’indomani della sconfitta del nazismo è facile immaginare come tutta la Francia fosse ai suoi piedi. Avrebbe potuto esigere qualsiasi cosa, pretendere ogni incarico. Ma René Char non era un militare, né un uomo di Stato o un funzionario di partito. Era un poeta, e non chiese nulla. Anziché approfittare della sua fama per salire su qualche comodo scranno, decise di uscire dalla Storia di cui era appena stato protagonista per ritrovare la propria umanità. Dinanzi ad ogni sollecitazione, optò per il «rifiuto di sedere alle Corti di Giustizia, rifiuto di sopraffare gli altri nel dialogo quotidiano ritrovato, decisione infine presa di contrapporre la lucidità al benessere, lo stato naturale agli onori, quei funghi maligni che proliferano nelle crepe dell’aridità e nei luoghi dissestati dopo il primo acquazzone». Il capitano Alexandre scomparve ed il poeta René Char si ritirò nella sua amata Provenza. Della sua esperienza partigiana non lasciò memorie, se non gli squarci vertiginosi presenti soprattutto nei Fogli d’Ipnos in cui Char precisa la sua intenzione discreta e rigorosa: «partecipa allo slancio, non al festino d’epilogo».
Anche se davanti ai Fogli d’Ipnos il lettore si appresta a leggere i quaderni usciti dalle tasche di un partigiano, la resistenza deborda qui dal suo quadro storico specifico per andare ben oltre la circostanza, fino ad un principio di rivolta interiore in cui si afferma la fedeltà dell’essere alle sue aspirazioni più profonde. L’essenza della poesia di Char non si trova tanto nell’opposizione a qualche avversario o forza collettiva ben identificata (come fu ovviamente il caso del nazismo) quanto nella tensione etica volta a ripensare la natura stessa dell’uomo, in una lotta che si prolungherà «al di là degli armistizi platonici».
Prima di diventare il capitano Alexandre, René Char il surrealista aveva realizzato alcune plaquette di poesia stampate in pochissime copie che all’epoca della loro pubblicazione non destarono alcuna attenzione (a parte quella del solito Felix Fénéon, a cui evidentemente gli anni non avevano spento il fiuto). Ma come stupirsene? Arsenale apparve nel 1929 in ventisei esemplari fuori commercio; nuova edizione un anno dopo, quaranta esemplari anch’essi fuori commercio. Le Tombeau des sécrets venne pubblicato nel 1930 in centotré esemplari, sempre fuori commercio. E nel 1930 vide la luce anche Artine, edizione di lusso di duecentoquindici esemplari. Nel 1931 L’action de la justice est éteinte fu stampata in centotré esemplari. E nel 1933 i due testi apparsi erano semplici fogli di quattro pagine, sempre fuori commercio, uno dei quali in soli quindici esemplari. Gran parte di questi suoi testi surrealisti furono raccolti e pubblicati nel 1934 sotto il titolo Le Marteau sans Maître, con una tiratura di 500 esemplari, opera già rifiutata da Gallimard e che sembrava destinata all’oblio. 
Un’opera dove la parola poetica già mirava a divenire azione ed il cui titolo esprimeva contemporaneamente il rifiuto di ogni asservimento e la libera potenza dello strumento poetico. Come ebbe a ricordare in seguito l’amico Gilbert Lely, «Il silenzio – ostile o meno – che accolse queste poesie nel 1934 fornisce la conferma della loro qualità assai aggressiva. Le Marteau sans Maître precedeva troppo l’epoca in cui fu pubblicato». 
Solo dopo la fine della seconda guerra mondiale quest’opera, ristampata proprio nel 1945, conobbe un certo successo. Del resto il suo autore non era più un oscuro surrealista guastatore del bel mondo delle lettere, essendo diventato nel frattempo celebre in tutta la Francia con ben altro nome.
 
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Perché, sfidando ogni pudore e ragionevolezza, osiamo oggi tradurre e pubblicare Il martello senza padrone, incaponendoci per di più nella riproposizione della prima edizione originale (a parte la correzione di errori di trascrizione allora commessi dall’autore)? Che senso ha riscoprire questa manciata di versi scritti sotto la luce nera del marchese de Sade e al rimbombo del martello filosofico di Nietzsche? Perché in questi anni privi di luce riteniamo che, assai più di un compiaciuto sguardo agli approdi attuali, sia indispensabile tornare alla fonte di quella rivolta che sola potrà dar vita a «qualcosa che rovescerà completamente l’innominabile situazione nella quale siamo immersi». 
Perché riteniamo urgente strappare la sovversione al neon del calcolatore che oggi indirizza il suo percorso per restituirla a L’uso che nel 1929 apriva l’Arsenale poetico di Char con una strabiliante premonizione confermata dal quesito che chiude l’ultima delle sue Poesie militanti. 
Perché, se è vero che «ci si batte bene solo per le cause modellate con le proprie mani e in cui identificandosi si brucia», allora è bene ricordare che il partigiano migliore è quello uscito dalla fucina delle proprie idee, non da una lezione d’altri imparata a memoria. 
Ecco perché – è stato fatto notare – in una poesia di Char si entra come da un fabbro. Si vede battere il linguaggio come il fabbro batte il ferro. Si assiste alla nascita brusca e brutale del senso, fra colpi, lampi e scintille. Sembra che proprio qui, in questa biblioteca in fiamme dove batte il martello senza padrone, consista l’apporto più significativo dell’opera letteraria di René Char.
 
 
Immagine
 
René Char
Il martello senza padrone
pp 84, euro 4
 
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