Brecce

Israele-Palestina: quando e come è cominciata

 

Per secoli gli ebrei hanno conosciuto la diaspora, la loro disseminazione per tutto il mondo. Privi di un territorio dove radicarsi e dove le proprie istituzioni potessero solidificarsi, gli ebrei non avevano uno Stato, ma costituivano una comunità in continuo movimento. L'attaccamento alle proprie tradizioni culturali e religiose era tale da renderne difficile, se non impossibile, l'integrazione nelle società dove si stabilivano. In un certo senso, si può dire che gli ebrei fossero stranieri ovunque si trovassero, cosa che contribuì non poco a creare diffidenza nei loro confronti (pensiamo a quel che accade ancora oggi ad una altra popolazione nomade vittima di persecuzioni, gli zingari).

 
Alla fine dell'Ottocento nacque il sionismo, movimento iniziato da Theodor Herzl, che voleva dare una sede nazionale agli ebrei in grado di costituire un rifugio dall'antisemitismo e dalle ingiustizie. Il sionismo mirava quindi ad offrire agli Ebrei dispersi nel mondo una patria comune in Palestina, sotto la protezione delle grandi potenze coloniali europee.
C'erano però alcuni problemi. A quell'epoca, il territorio palestinese era sotto il dominio dell'impero Ottomano ed era già abitato prevalentemente da arabi. Il motivo principale per cui il sionismo venne sostenuto dagli Stati europei, Inghilterra in primo luogo, fu perché serviva da punto di appoggio per contrastare l'egemonia turca in quell'area. Va anche detto che i fondatori del sionismo, dietro la facciata dei nobili propositi, perseguivano scopi non propriamente filantropici. Loro intenzione era soprattutto di preservare la stabilità acquisita dagli ebrei europei occidentali, di cui facevano parte, che all'epoca era minacciata dalle migrazioni degli ebrei provenienti dall'est.
Il sionismo era in altre parole un movimento nazionalista nato da preoccupazioni di classe; era il tentativo della ricca borghesia ebrea, concentrata nell'Europa occidentale, di difendersi dall'irruzione del proletariato ebreo, concentrato in oriente, il quale stava varcando le frontiere alla ricerca di fortuna e per salvaguardarsi dai pogrom. Ben presto questi ebrei poveri cominciarono a costituire un problema per gli ebrei ricchi giacché il loro progressivo aumento – nonché le loro idee fortemente socialiste – cominciava ad irritare l'opinione pubblica ed i governi occidentali, fomentando in certo qual modo l'antisemitismo. C'era quindi bisogno di mettere un freno a queste migrazioni, trovare per tutti costoro un altro posto dove andare. La scelta della Palestina si imponeva naturalmente, data la sopravvivenza presso gli ebrei orientali di una tradizione culturale basata sulla speranza messianica di un ritorno nella terra di Israele.
 
Per questo motivo il sionismo è stato vissuto dagli ebrei oppressi come un movimento di emancipazione, non di conquista. Si può dire che ciò che ha distinto l'impresa sionista da tutte le altre, è la straordinaria buona coscienza con cui è stata portata avanti, dato che il mito del ritorno alla Terra promessa ha aggiunto le sue esaltanti rappresentazioni a quelle, più classiche, del colonialismo civilizzatore. Molti dei coloni ebrei che misero piede in Palestina erano indubbiamente animati da nobili propositi trattandosi per lo più, o di sopravvissuti alle persecuzioni che volevano solo essere liberi, o di convinti socialisti intenzionati a costruire il "mondo nuovo" senza dover più attendere una rivoluzione sociale che tardava a mantenere le proprie promesse di liberazione. Una specie di accecamento confusionario, che ha colpito generazioni di coloni, era il prezzo da pagare per l'entusiasmante nascita di Israele con i suoi kibbutz e la sua mentalità pionieristica. Da un secolo i sionisti ricorrono a ogni genere di smentita, di mistificazione e di menzogna per nascondere ciò che fin dall'inizio saltava agli occhi: là dove si sono installati, c'era già qualcuno.
 
I coloni ebrei arrivati all'inizio del secolo hanno cominciato a costruire Israele su un primo mito: il deserto. Il loro slogan era «Un popolo senza terra per una terra senza popolo». Questo non significa che i sionisti fossero arrivati in Palestina credendo di non trovarvi nessuno, ma piuttosto che erano il prodotto di una cultura che dove c'erano non-europei vedeva il vuoto, dove c'erano beduini vedeva un deserto da fare fiorire, dove c'erano villaggi recalcitranti vedeva una terra da liberare.
La scoperta degli abitanti arabi della Palestina, delle loro strutture agricole e commerciali, delle loro città, dei loro villaggi, della loro cultura, e soprattutto delle loro aspirazioni nazionali, fu per gli ebrei una brutta sorpresa. Inizialmente, quando la loro presenza in Palestina non era ancora così massiccia, i rapporti che ebbero con gli abitanti arabi erano per lo più di mero sfruttamento. Gli ebrei avevano acquistato, con i denari delle casse sioniste, le terre agli sceicchi possidenti e facevano lavorare alle proprie dipendenze i contadini palestinesi. Ma questa manodopera, per altro conveniente, divenne superflua allorquando migliaia e migliaia di ebrei cominciarono a confluire in quella patria infine ritrovata, anche sotto la spinta delle persecuzioni antisemite. Nel 1904 all'interno del sionismo diventò maggioritaria l'influenza della tendenza socialista, la quale era contraria allo sfruttamento del lavoro arabo. I coloni non dovevano più fare lavorare gli arabi, sottopagandoli, ma dovevano lavorare essi stessi, con un salario pari a quello degli operai qualificati europei, nei propri kibbutz. Paradossalmente, la politica socialista del lavoro svolto direttamente dagli ebrei pose sì fine all'iniziale sfruttamento degli arabi, ma causò anche l'esclusione dei palestinesi dall'economia ebrea, preludio all'espulsione dalle loro terre. Gli ebrei avevano comprato quelle terre, gli ebrei le lavoravano: gli arabi erano diventati di troppo. I rapporti fra ebrei e arabi, fino a quel momento tesi, precipitarono definitivamente con la prima guerra mondiale, quando gli interessi dell'impero britannico si rivelarono in piena luce.
 
Nel 1914 l'impero Ottomano entra in guerra, alleandosi con la Germania. Nel 1915 l'Inghilterra garantisce agli arabi l'indipendenza e la sovranità, in cambio di una rivolta contro il dominio turco. Nel 1916, all'insaputa degli arabi, l'Inghilterra prende accordi con Francia e Russia per la spartizione dei territori ottomani in Medio oriente. Il 1917 è l'anno della celebre dichiarazione Balfour, con cui il segretario agli affari esteri inglese promette a Edmond de Rothschild il sostegno britannico alla costituzione di una sede nazionale ebraica in Palestina. Nel 1918 la Palestina viene occupata dalle truppe inglesi, lì giunte per consentire l'amministrazione britannica come stabilito dalla Lega delle Nazioni.
Tre anni dopo, nel 1921, la dichiarazione Balfour viene incorporata nel Mandato britannico sulla Palestina.
A quel punto la situazione non poteva che peggiorare. Gli arabi si sentirono traditi dagli inglesi che, non solo non gli avevano concesso l'indipendenza promessa, ma che per di più stavano appoggiando l'insediamento ebraico che si ingrossava ogni giorno di più; da parte loro, gli ebrei videro nell'ostilità araba null'altro che una forma di antisemitismo, avendo pagato quelle terre che erano riusciti a fare fruttare attraverso un duro lavoro. Per gli arabi, gli ebrei erano solo invasori protetti dagli inglesi. Per gli ebrei, gli arabi erano solo incivili e fanatici antisemiti. Il nazionalismo cominciò a dilagare in entrambe le parti. Le poche voci discordanti, come quella degli anarchici ebrei sostenitori di un movimento binazionale giudeo-arabo sulla base del socialismo dei kibbutz, o quella del partito comunista palestinese favorevole all'internazionalismo proletario, non vennero ascoltate e ben presto furono sommerse dall'isteria sciovinista. Le violenze diventarono sempre più quotidiane, sempre più feroci, dall'una e dall'altra parte. Le ragioni di entrambi lasciarono spazio solo ai torti. Più il tempo passava e più diventava chiaro che quella terra era troppo piccola perché ci potessero vivere due popoli: uno dei due doveva scomparire per permettere all'altro di sopravvivere.
 
Con la fine della seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazismo, i sionisti riescono a fare condividere la propria visione sul futuro della Palestina all'insieme delle democrazie, giocando sulla cattiva coscienza delle classi dirigenti e delle popolazioni che, specialmente in Germania, Francia e Italia, si erano compromesse col diffondersi dell'antisemitismo. La creazione dello Stato di Israele, a spese dei palestinesi, era il risarcimento dovuto agli ebrei per le sofferenze patite – la proclamazione dello Stato di Israele avviene il 15 maggio del 1948. La creazione dello Stato di Israele, a spese dei palestinesi, stava avvenendo con le medesime modalità messe in atto dagli altri Stati capitalisti al momento della loro costituzione. La creazione dello Stato di Israele, a spese dei palestinesi, era funzionale agli interessi occidentali che propendevano per una certa instabilità in Medio oriente, pur di prevenire una possibile unificazione del mondo arabo. La creazione dello Stato di Israele, a spese dei palestinesi, rendeva felice la nutrita e ricca comunità ebraica presente in Occidente, con tutto ciò che questo avrebbe comportato in termini economici. In questo modo lo Stato di Israele venne riconosciuto da tutte le democrazie occidentali come loro simile.
 
Massimo rappresentante delle vittime del massimo orrore antidemocratico per eccellenza – il nazismo –, Israele può così gestire un capitale simbolico tanto più potente in quanto i paesi confinanti sono in mano a regimi dittatoriali che non esitano, all'occorrenza, a ricorrere alla violenza contro le popolazioni (in particolare quella palestinese). E poiché lo Stato d'Israele coltiva una forma di democrazia che vorrebbe assomigliare a quella dell'antica Grecia – dove la "libertà" dei cittadini si basava sulla schiavitù degli iloti – viene sacralizzato come rappresentante locale della democrazia e della ragione occidentale, baluardo contro le tenebre dell'islamismo. Lo Stato di Israele può quindi fare regnare ovunque attorno a sé il terrore, forte del suo super-diritto, gonfio della sua super-buonacoscienza. Ciò non toglie che sia condannato per sopravvivere a praticare una politica di separazione al proprio interno, e di aggressione all'esterno. Mentre il ricordo costante delle disgrazie patite nel passato dagli ebrei serve solo da giustificazione morale per coprire gli orrori compiuti nel presente.
 
 
[Fawda, aprile 2002]