Autopsia

Apologia per John Brown

 

Henry David Thoreau
 
Confido che mi perdonerete, se sono qui. Io non vorrei imporvi le mie opinioni ma sento che qualcosa viene imposto a me stesso. Per quanto poco io sappia del Capitano John Brown, sarei felice di dare il mio contributo per correggere il tono e le dichiarazioni dei giornali, per quanto riguarda il suo carattere e le sue azioni. Non ci costa niente essere giusti. Possiamo almeno esprimere la nostra simpatia e la nostra ammirazione per lui e i suoi compagni, e questo è quello che ora mi propongo di fare.
Per quanto riguarda la sua storia, prima di tutto, cercherò di sorvolare, per quanto posso, su ciò che di lui voi già conoscete per averlo letto. Non occorre che vi descriva la sua persona fisica, perché probabilmente la maggior parte di voi l’ha visto, e non la dimenticherete tanto presto. Mi si dice che suo nonno, John Brown, fu ufficiale durante la Rivoluzione, e che lui nacque nel Connecticut, al principio di questo secolo, ma che andò presto nell’Ohio, con il padre. Lo udii dire che là suo padre faceva l’appaltatore, e che riforniva di carne l’esercito, durante la guerra del 1812, che lui lo accompagnò al campo, e lo aiutò in quell’ufficio, avendo così occasione di vedere parecchia vita militare — di più, forse, che se fosse stato soldato, poiché era spesso presente alle riunioni degli ufficiali. Soprattutto, imparò per esperienza come gli eserciti vengano riforniti e mantenuti sul campo — cosa questa che, come osservò, richiede per lo meno altrettanta esperienza e abilità che guidarli in battaglia. Disse che troppo poche persone avevano una qualsiasi idea del costo — persino del costo pecuniario — di una sola pallottola esplosa, in tempo di guerra. Ne vide abbastanza, a ogni modo, in quel periodo, per disgustarsi della vita militare e addirittura aborrirla; tanto che, benché fosse tentato dall’offerta di qualche piccolo incarico nell’esercito, quando aveva diciott’anni, non solo la rifiutò, ma addirittura rifiutò altresì di partecipare alle esercitazioni, quando richiesto; e pertanto venne multato. Decise allora che non avrebbe partecipato, mai e in alcun modo, a nessuna guerra, se non a una guerra per la libertà.
Quando, nel Kansas, cominciarono i disordini, ci spedì parecchi dei suoi figli a rafforzare il partito degli Uomini per uno Stato Libero (1), munendoli delle armi che aveva; disse loro che se i disordini fossero aumentati e ci fosse stato bisogno di lui, li avrebbe seguiti, per assisterli con il suo braccio e il suo consiglio. Cosa che — come tutti sapete — fece poco dopo; e fu per l’opera sua — ben più che per opera d’altri — se il Kansas venne liberato.
Per un certo periodo della sua vita fece l’agrimensore, e durante un altro periodo, in cui si occupava della produzione della lana, andò in Europa come agente, per ragioni d’affari. Là, come dovunque, si guardò attorno e fece molte osservazioni originali. Disse, per esempio, che vide la ragione per cui il suolo inglese era tanto ricco e quello della Germania (mi pare) tanto povero, e pensò di scriverlo a qualche sovrano. Era perché in Inghilterra i contadini vivono sulla terra che coltivano, mentre in Germania si raccolgono, a notte, nei villaggi. È un peccato che tali osservazioni non le abbia raccolte in un libro.
Dovrei dire che era un uomo all’antica, nel suo rispetto per la Costituzione e nella sua fede nella durata di questa Unione. Pensava che la schiavitù è completamente opposta a esse, e ne fu acerrimo nemico.
Per nascita e per razza era un contadino della Nuova Inghilterra, un uomo di grande buon senso, deciso e pratico come è quella categoria sociale, addirittura dieci volte di più. Era come i migliori di quelli che si batterono al ponte di Concord, a Lexington Common e a Bunker Hill, solo che era di più fermi e nobili principi di qualsiasi altro che io sappia abbia combattuto laggiù. Non fu convertito all’antischiavismo da qualche conferenziere. Ethan Allen e Stark (2), con i quali può in qualche modo essere paragonato, appartenevano a un livello inferiore e meno importante. Potevano fronteggiare coraggiosamente i nemici del loro paese, ma egli aveva il coraggio di fronteggiare il suo paese stesso, quando questo sbagliava. Per spiegare come mai riuscisse a sfuggire a tanti pericoli, uno scrittore dell’Ovest dice che si mascherava sotto «abiti campagnoli», come se, in quella terra di prateria, un eroe dovesse, a buon diritto, portare solo abiti cittadini.
Non andò a Harvard — a quella buona e vecchia Alma Mater. Non venne nutrito con la pappa che si somministra laggiù. Confessò lui stesso, «Non so la grammatica più di uno dei vostri vitelli». Ma andò alla grande università dell’Ovest, dove assiduamente perseguì lo studio della libertà, per il quale aveva mostrato una spiccata inclinazione, e, laureatosi diverse volte, cominciò, finalmente, nel Kansas, come tutti sanno, la pubblica professione di umanità. Queste erano le sue umanità, non lo studio di grammatica. Avrebbe pronunciato una parabola greca sbagliandone gli accenti, ma avrebbe drizzato un uomo che stesse per cadere.
Apparteneva a quella categoria d’uomini di cui udiamo tanto parlare ma che — per la maggior parte — non vediamo mai: i Puritani. Sarebbe vano ucciderlo. È morto l'ultima volta all’epoca di Cromwell, ma è riapparso qui. E perché no? Si dice che dei Puritani siano venuti in questo Paese dall’Europa, e che si siano stabiliti nella Nuova Inghilterra. Erano gente che faceva qualcos’altro, oltre che celebrare i giorni dei loro padri, e mangiavano grano bruciato in ricordo di quell’epoca. Non erano né Democratici né Repubblicani, ma uomini di semplici costumi, retti, religiosi, che non stimavano molto quei governanti che non temessero Dio, e che non facevano molti compromessi né andavano in cerca di candidati liberi.
Come fu scritto recentemente, e come io stesso ho udito dichiarare da lui, «al suo campo non permetteva profanazione alcuna», e a nessun uomo di libera morale era permesso restarci «se non — in verità — come prigioniero di guerra». «Preferirei» disse, «avere il vaiolo, la febbre gialla e il colera, tutti insieme, al mio campo, piuttosto che un uomo senza principi.... È uno sbaglio, signore, pensare, come fa il nostro popolo, che i ribaldi siano i migliori combattenti e gli uomini più adatti da opporre ai sudisti. Datemi uomini di buoni principi — uomini timorati di Dio — uomini che abbiano rispetto di se stessi, e con una dozzina di questi io mi opporrò a qualsiasi numero di nemici, come questi banditi di Buford» (3). Disse che se qualcuno si offriva di fare il soldato sotto di lui, e subito si metteva a raccontare cosa potrebbe o vorrebbe fare appena visto il nemico, egli in quell’uomo aveva poca fiducia.
Non riuscì mai a trovare più di una ventina, all’incirca, di reclute che potesse accettare, e solo una dozzina circa (e c’erano i suoi figli, tra questi) erano quelli in cui aveva completa fiducia. Qualche anno fa, quando fu qui, mostrò ad alcune persone un quadernetto scritto a mano — il suo «libro d’ordinanza», credo lo chiamasse — che conteneva i nomi dei suoi uomini nel Kansas, e lo statuto col quale erano legati; e disse che molti di essi avevano già sigillato il loro contratto con il sangue. Quando qualcuno disse che aggiungendoci un cappellano — il plotone sarebbe stato un perfetto plotone cromwelliano, lui osservò che sarebbe stato ben felice di aggiungere un cappellano alla lista, purché fosse riuscito a trovarne uno che potesse coprire quell’ufficio degnamente. Trovare cappellani per l’esercito degli Stati Uniti è invece abbastanza facile. A ogni modo, credo che al tempo di Brown si dicessero le orazioni mattina e sera.
Era di costumi spartani; e a sessant’anni era scrupolosissimo nella propria dieta, e talvolta si scusava dicendo che doveva mangiare poco e viaggiare molto, come si conveniva a un soldato, o a chi si prepara per difficili imprese e a una vita di pericolo.
Era di raro buon senso e rara immediatezza di discorso e azione; soprattutto era un trascendentalista, un uomo di idee e principi — e questo è ciò che lo distingueva. Non cedeva a un capriccio o a un impulso passeggero, ma portava a termine lo scopo d’una vita. Notai che non esagerava mai nulla, ma diceva la verità; in special modo, ricordo che, nel discorso che tenne in questa città, disse ciò che la sua famiglia aveva sofferto nel Kansas senza dare mai libero sfogo al suo fuoco represso: era un vulcano, con una canna fumaria normale. Riferendosi a quanto avevano compiuto certi Border Ruffians (Banditi di Confine) (4), disse, rapidamente, semplificando il discorso, come un vecchio soldato, e mantenendo una riserva di forza e significato: «Avevano un assoluto diritto a farsi impiccare». Non era per niente un retore, non parlava a Buncombe o alla sua costituente, non aveva nulla da inventare, doveva dire soltanto la pura verità, comunicare la sua decisione; perciò appariva incomparabilmente forte, e l’eloquenza spiegata al Congresso o altrove parevano al di sotto del normale. I suoi erano come i discorsi di Cromwell paragonati a quelli d’un re ordinario.
Per quanto riguarda il suo tatto e la sua prudenza, dirò solo che, quando a mala pena un uomo isolato riusciva a raggiungere il Kansas, dagli Stati liberi, per qualsiasi strada fosse diretto, senza che, come minimo, gli venissero sequestrate le armi, lui, portandosi dietro dei fucili difettosi e altre armi che poté raccogliere, apertamente e lentamente guidò attraverso il Missouri un carro trainato da buoi, in apparenza per svolgere la sua attività di agrimensore, tenendo il goniometro bene in vista, e così passò insospettato ed ebbe ampia opportunità di conoscere i disegni del nemico. Continuò a esercitare quella professione ancora per qualche tempo; così, per esempio, se vedeva nella prateria un gruppo di Ruffians che, naturalmente stavano discutendo della sola cosa che occupasse le loro menti, lui prendeva il goniometro, e con uno dei suoi figli, procedeva a tirare una linea immaginaria che attraversava proprio quel punto dove il conclave si era riunito; quando li raggiungeva, si fermava, naturalmente, a chiacchierare con loro, e apprendeva così le loro notizie e, alla fine, tutti i loro piani. Allora, completato il suo rilievo effettivo, riprendeva quello immaginario, e continuava a seguire la sua linea fino a essere fuori di vista.
Quando gli dissi che mi sorprendeva che potesse vivere nel Kansas con una taglia sulla testa e tanta gente, autorità incluse, esasperate contro di lui, mi rispose: «È perfettamente chiaro che non mi prenderanno». Per molti anni si dovette appiattare nelle paludi, soffrendo povertà e malattie, conseguenze di quella vita di pericolo, e ricevendo aiuti e prove d’amicizia solo dagli indiani e da qualche bianco. Ma benché si potesse sapere in quale palude fosse nascosto, di solito i suoi nemici non si prendevano mai la briga di andarlo a cercare. Poteva persino entrare in una città dove c’erano più Border Ruffians che abolizionisti, e, senza indugiare troppo e tuttavia senza essere molestato, combinare qualche affare, «giacché» disse, «non se la sentivano di assalirmi in piccoli gruppi, o non facevano mai in tempo a mettere insieme un gruppo numeroso».
Per quanto riguarda la sua recente sconfitta, noi non conosciamo i fatti. Evidentemente però era tutt’altro che un tentativo selvaggio e disperato. E il suo nemico, Mister Vallandigham (5), è costretto ad ammettere che «fu una delle cospirazioni meglio pensate ed eseguite che siano mai fallite».
Per non parlare dei suoi altri successi: fu forse un fallimento, o mostrò forse mancanza d’organizzazione, liberare dalla schiavitù dodici esseri umani e fuggire con essi, in pieno giorno, per settimane, se non mesi, a lenta andatura, attraversando uno Stato dopo l’altro, per metà della lunghezza del Nord, visibile a tutti e con una taglia sulla testa, e entrare poi, durante il viaggio, in un tribunale, per narrare quanto aveva fatto, convincendo così il Missouri che non era profittevole tentar di tenere degli schiavi dove ci fosse anche lui? E questo non perché i servi del governo fossero tolleranti, ma perché avevano paura.
Non attribuì, stoltamente, il proprio successo alla “sua stella” o a qualche altra magia. Disse, giustamente, che la ragione per cui tali forze superiori di numero gli cedevano, era — come confessò uno dei suoi prigionieri – che non avevano una causa per cui combattere, una sorta d’armatura, questa, che né a lui né al suo partito mancò mai. Quando fu l’ora, pochi furono gli uomini disposti a dar la vita in difesa di ciò che sapevano essere sbagliato; non volevano che quello fosse il loro ultimo atto, su questo mondo.
Ma affrettiamoci al suo ultimo atto, e alle sue conseguenze.
I giornali sembrano ignorare, o forse ignorano effettivamente, che qui, al Nord, ci sono per lo meno due o tre individui per città i quali, su John Brown, la pensano come il sottoscritto. Non esito a dire che essi formano un partito importante e che crescerà. Noi aspiriamo a essere qualcosa di più che degli stupidi e timidi beni mobili, che fingono di leggere la storia e la Bibbia ma insozzano ogni casa e ogni giorno in cui respirano. Forse degli inquieti politicanti riusciranno a provare che all’ultima impresa parteciparono solo diciasette bianchi e cinque negri, ma la loro stessa ansietà di provarlo potrebbe suggerir loro che non tutto è stato detto. Perché evitano anche la verità? Sono così inquieti per un’oscura coscienza del fatto — che essi non affrontano chiaramente — che per lo meno un milione di liberi cittadini degli Stati Uniti avrebbe gioito, se quell’impresa avesse avuto successo; al massimo ne criticano il modo d’esecuzione. Anche se nessuno porta il lutto, qui, al Nord, il pensiero della situazione in cui si trova quell’uomo e del suo probabile destino sta rovinando per quest’oggi i pensieri di più d’un essere umano. Se uno qualsiasi di quelli che l’hanno visto, qui, può seguire, e con successo, un qualsiasi altro pensiero, allora non so più di che cosa mai costui sia fatto. Se qui c’è qualcuno che riesce a dormire, ora, le sue solite otto ore di sonno, lo voglio avvisare che ingrasserà facilmente in qualsiasi congiuntura che non tocchi direttamente il suo corpo o la sua borsa. Io misi un pezzo di carta e una matita, sotto il guanciale, e quando non potevo dormire scrivevo al buio.
In complesso, il mio rispetto per i miei compatrioti non è affatto aumentato, in questi giorni — se non verso uno che vale per un milione di loro. Ho notato il sangue freddo con cui i giornalisti e la gente in genere parlano di questo fatto, quasi fosse stato catturato e stesse per essere impiccato un qualsiasi bandito, seppure di singolare “fegato” come si riferisce abbia detto il Governatore della Virginia, usando il gergo della platea: «L’uomo più in gamba che io abbia mai visto». Non stava sognando i suoi nemici, quando il governatore pensò che sembrasse tanto coraggioso. Sentire, o sentir riportare, i commenti di certi miei compaesani mi cambia in fiele qualsiasi dolcezza io abbia. Quando si disse, dapprima, che era morto, uno dei miei cittadini osservò che «Morì da idiota»; cosa che, mi si perdoni, mi suggerì per un istante uno stretto rapporto tra la sua morte e la vita di quel mio paesano. Altri, da vigliacchi, dissero ingiuriosamente che «buttò via la vita», avendo resistito al governo. E loro, da che parte l’hanno buttata, la loro vita? Loro, che loderebbero un uomo che attaccasse da solo una normale banda di ladri e assassini. Un altro, da vero Yankee, l’ho udito chiedere, «Quanto gli daranno?», come se s’aspettasse di riempirsi le tasche per questa impresa. Uomini simili non hanno che un’idea terrena, del guadagno. Se ciò non porta a una riunione insospettata, se lui non ci guadagna un nuovo paio di scarpe, o un voto di ringraziamento, ciò deve essere un fallimento. «Ma non gli daranno niente, per questo». Beh, no, non credo che, per essere impiccato, potrebbe guadagnare cinque centesimi al giorno, per tutto l’anno; ma avrà l’opportunità di salvare una parte considerevole della propria anima (e quale anima!) mentre tu no. Certo, tu puoi guadagnare di più con un quarto di latte che con un quarto di sangue, al tuo mercato, ma non è là che porta il proprio sangue un eroe.
Tali persone non sanno che il frutto è come la semente, e che, nel mondo morale, quando si pianta un buon seme, un buon frutto è inevitabile, indipendentemente dal nostro annaffiarlo o coltivarlo; che quando si pianta, o seppellisce, un eroe sul campo, una messe d’eroi spunta su, senza fallo. Questa è una semente di tale forza e vitalità che non chiede il nostro permesso per germogliare.
La carica momentanea di Balaklava (6), condotta in obbedienza a un comando falso, provò quale macchina perfetta sia un soldato, ed è stata esaltata, abbastanza propriamente, da un poeta laureato; ma la continua, e per la maggior parte vittoriosa, carica di questo uomo, per diversi anni, contro le legioni della schiavitù, in obbedienza a un comando infinitamente più alto, è tanto più memorabile di quanto un uomo intelligente e coscienzioso è superiore a una macchina. Credete che nessuno la canterà?
«Gli sta bene» — «Uomo pericoloso» — «Pazzo, senza dubbio». Così essi continuano a vivere la loro vita, sana, saggia e completamente ammirabile, leggendo un po’ il loro Plutarco ma sopratutto soffermandosi su quanto successe a Putnam, che fu calato nella caverna d’un lupo (7); e in tal guisa essi si preparano a imprese coraggiose e patriottiche, da compiersi una volta o l’altra. La Società degli Opuscoli potrebbe permettersi di scrivere la storia di Putnam. Si potrebbero aprire le scuole del distretto, facendola leggere che in essa non c’è nulla che parli dello schiavismo e della Chiesa; a meno che al lettore non passi per la testa che certi preti sono lupi in veste d’agnello. Magari la “Lega Americana dei Commissari per le Missioni Estere» potrebbe osare di protestare contro quel lupo. Ho sentito parlare di leghe, e di leghe americane, ma si dà il caso che mai, se non ultimamente, io abbia sentito parlare di questo particolare tipo di fusione. E tuttavia mi si dice che intere famiglie qui al Nord — uomini, donne e bambini — si comprano la «carica a membro vitalizio», di tali società. Vitalizio al sepolcro! Ci si può far seppellire spendendo meno.
I nostri nemici sono tutti in mezzo e attorno a noi. Non c’è una sola famiglia che non sia divisa, nell’intimo, giacché il nostro nemico è la legnosità universale di testa e di cuore, mancanza di vitalità nell’uomo, effetto del nostro vizio; di là nascono paure, superstizioni, bigotteria, persecuzioni e ogni tipo di schiavitù. Noi siamo solo dei busti piantati sopra una carcassa, con il fegato al posto del cuore. La maledizione è il culto dell’idolo, che alla fine muta lo stesso adoratore in un’immagine di pietra; e gli uomini della Nuova Inghilterra sono altrettanto idolatri degli indù. Quest’uomo fu un’eccezione, poiché non innalzò una sola immagine politica, scolpita, tra se stesso e il suo Dio.
Una chiesa che, per tutto il tempo che esiste, non può mai finire di scomunicare Cristo! via, le vostre chiese ampie e piatte, le vostre chiese strette e alte! Fate un passo avanti e inventate un nuovo stile di «dépendences». Inventate un sale, che salvi voi e difenda le nostre narici.
Il cristiano moderno è un essere che ha accettato di recitare tutte le preghiere della liturgia, purché, dopo, lo si lasci andar diritto a letto, a dormire in pace. Tutte le sue orazioni cominciano con «Ora mi stendo a dormire», ed egli è sempre in impaziente attesa del momento in cui potrà prendersi il suo «lungo riposo». Ha accettato anche di compiere certe carità fissate da tempi antichissimi, secondo una moda, ma non desidera sentir parlare di nessun’altra che sia nuova; non vuole che dei codicilli supplementari vengano aggiunti al suo capitolo, per adattarlo ai tempi nuovi. Ogni “Sabbath”, egli mostra il bianco degli occhi, e il nero gli altri giorni della settimana. Il male non solo è un ristagno del sangue, ma un ristagno dello spirito. Senza dubbio, molti sono ben disposti, ma sono pigri per costume e costituzione, e così non possono pensare che un uomo sia mosso da motivi più alti dei loro. Conseguentemente, essi decidono che quest’uomo è pazzo, poiché sanno che essi non possono agire come lui, fin tanto che resteranno se stessi.
Sogniamo di paesi stranieri, di altri tempi e di altre razze umane disponendoli a una certa distanza storica e spaziale; ma fate che succedano tra di noi eventi significativi come l’attuale, e, spesso, scopriamo questa distanza e estraneità tra noi e il nostro più prossimo vicino. Sono essi le nostre Austrie, Cine, e Isole dei Mari del Sud. La nostra affollata società diventa improvvisamente ben spaziata, bella e pulita all’occhio — una città di magnifiche distanze. Scopriamo perché mai successe che, fino allora, non fossimo mai riusciti ad andare più in là dei complimenti e dei rapporti superficiali, con i nostri vicini; diventiamo consapevoli che tra noi e loro ci sono tante verste di distanza quante ce ne sono tra un tartaro nomade e una città della Cina. L’uomo pensoso diventa eremita nelle strade del mercato. Mari sconfinati si frappongono improvvisamente tra noi, o si stendono mute steppe. È la differenza di costituzione, di intelligenza e di fede — non i fiumi e le montagne — ciò che innalza dei confini invalicabili tra individuo e individuo, stato e stato. Solo quelli che ci assomigliano possono venire alla nostra corte in qualità di plenipotenziari.
È una settimana che il fatto è successo, che leggo tutti i giornali che posso trovare, e non mi ricordo di averci scoperto una sola parola di simpatia per questi uomini. Da allora ho scoperto una sola nobile dichiarazione, in un giornale di Boston, ma non era l’articolo di fondo. Ci furono dei giornali di diverse pagine che decisero di non stampare al completo il resoconto delle parole di Brown per non dover omettere altro materiale. Come un editore che rifiutasse il manoscritto del Nuovo Testamento per stampare l’ultimo discorso di Wilson (8). Lo stesso giornale che riportava queste notizie significative, portava, soprattutto, nelle colonne parallele, le cronache delle convenzioni politiche da tenersi. Ma il salto da una colonna all’altra era troppo alto. Avrebbero potuto risparmiarsi il contrasto, e fare almeno un’edizione speciale. Volgersi dalla voce e dai fatti di uomini sinceri al chiocciolìo delle conversazioni politiche! Cercatori di posto e fabbricanti di discorsi, che non arrivano a deporre un solo uovo onesto, ma che consumano i loro nudi petti sopra un uovo di gesso. Il loro grande gioco è quello delle paglie, o piuttosto il gioco universale e aborigeno del piatto, al quale gli indiani alzavano il loro grido di guerra. Bisognava escludere i resoconti delle convenzioni religiose e politiche, e pubblicare invece la parola d’un uomo vivo.
Ma non è tanto contro ciò che fu omesso, che protesto, quanto contro ciò che è stato stampato. Persino il Liberator (9) lo chiamò «Un tentativo mal guidato, selvaggio e chiaramente folle». Di tutta l’orda di giornali e riviste, non conosco un direttore in tutto il paese che stamperebbe deliberatamente notizie che egli sapesse ridurrebbero il numero degli abbonati in maniera permanente e definitiva. Pensano che non sia vantaggioso. Come potrebbero stampare la verità? «Se non diciamo cose piacevoli» ribattono, «nessuno ci bada». E così fanno come quei venditori all’asta ambulanti, che si mettono a cantare una canzone oscena per raccogliersi attorno la folla. I direttori dei giornali repubblicani, obbligati ad avere le frasi pronte per l’edizione del mattino e usi a guardare ogni cosa attraverso il crepuscolo della politica, non esprimono alcuna ammirazione né vero dolore, ma chiamano questi uomini «dei fanatici illusi, gente che s’è sbagliata, insani, o falliti». Suggeriscono l’idea che noi abbiamo la fortuna di avere un’accolita di sani direttori di giornali, gente «che non s’è sbagliata», ma che, se non altro, sa benissimo da quale parte il loro pane sia imburrato.
Un uomo compie un’azione coraggiosa e umana, e subito, da ogni parte, udiamo gente e partiti dichiarare, «Io non lo feci, né incoraggiai lui a farlo, in qualsiasi maniera possibile. Non può che essere ben desunto dalla mia carriera trascorsa». A me, pur se a me solo, non importa affatto sentirvi definire la vostra posizione. Né credo che mi importò o mi importerà mai. Penso che è puro egoismo, e che con la questione non ha rapporto alcuno. Non dovete preoccuparvi tanto di lavarvi le mani di lui, nessun uomo intelligente sarà mai convinto che egli sia una vostra creatura. Come lui stesso ci informa, egli andò e venne «sotto gli auspici di John Brown e nessun altro». Il Partito Repubblicano non si rende conto di quanta gente voterà meglio di quanto esso non voglia, per il fallimento di costui. Hanno contato i voti della Pennsylvania e compagnia, ma non hanno contato con esattezza il voto del Capitano John Brown. Egli ha soffiato via il vento dalle loro vele — le loro piccole vele — ed essi possono mettersi alla cappa, e cercare riparo.
Che importa se non appartenne alla nostra cricca? Se non potete approvare il suo metodo o i suoi principi, riconoscete almeno la sua magnanimità. Non vorreste asserire che almeno in questo — se non altro — c’è affinità tra voi? Pensate che perdereste la vostra reputazione? Quello che perdereste per lo zipolo lo guadagnereste per il tappo.
Se non pensano a questo allora non dicono la verità, e ditemi cosa vogliono dire. Semplicemente stanno ancora ai loro vecchi trucchi.
Fu sempre ammesso, dice uno che lo chiama pazzo, «che era un uomo sereno, coscienzioso, modesto di comportamento, apparentemente inoffensivo, finché non si accennasse al problema degli schiavi: allora soleva mostrare un ineguagliabile sentimento di indignazione».
La nave schiavista è in viaggio, affollata dalle sue vittime morenti; nuovi carichi stanno per essere aggiunti, in alto mare; una piccola ciurma di schiavisti, favorita da una grande quantità di passeggeri, sta soffocando quattro milioni di schiavi, giù nella stiva, e tuttavia i politicanti asseriscono che la sola maniera per liberarli è «diffondere quietamente sentimenti di umanità» senza «sommosse». Come se i sentimenti di umanità esistessero avulsi dai fatti, e si potesse seminarli, tutti rifiniti su ordinazione, il puro articolo, come l’acqua con un annaffiatoio, e così distendere la polvere. Cos’è ciò che sento lanciato fuori bordo? Sono i corpi morti, che hanno trovato la liberazione. È in questo modo che noi «diffondiamo» l’umanità e con essa i suoi sentimenti.
Importanti e influenti direttori di giornali, usi a trattare con i politicanti, uomini d’un livello infinitamente inferiore, dicono, nella loro ignoranza, che Brown agì «mosso da sentimenti di vendetta». Non conoscono l’uomo. Non ho alcun dubbio che verrà il giorno in cui cominceranno a vederlo com’era. Devono concepire un uomo di fede e principi religiosi, e non un politicante o un indiano; un uomo che, per dar la vita alla causa degli oppressi, non attese d’essere personalmente ostacolato o impedito a compiere qualche affare di scarsa importanza.
Se si può considerare Walker il rappresentante del Sud (10), vorrei poter dire che Brown fu il rappresentante del Nord. Era un uomo superiore. Non valutò nulla la propria vita fisica, di fronte agli ideali. Non sottoscrisse a ingiuste leggi umane, ma resistette loro, come gli veniva dettato. Per una volta, siamo sollevati sopra la trivialità e la polvere della politica, nella regione della verità e della virilità. Nessun uomo, in America, ha mai sostenuto con tanta persistenza ed effettivamente la dignità della natura umana, riconoscendosi come uomo, e pari a qualsiasi, in ogni governo. In questo senso, egli fu il più americano di tutti noi. Non ebbe bisogno di un balbettante avvocato che facesse false contestazioni per difenderlo. Fu più che un competitore, per tutti i giudici che i votanti americani o tenutari di cariche di qualsiasi grado possano mai creare. Non avrebbe potuto essere stato giudicato da un giuria di suoi pari, perché i suoi pari non esistevano (11). Quando un uomo si erge serenamente contro la condanna e la vendetta dell’umanità, alzandosi su di esse letteralmente di tutto il corpo — anche se recentemente è stato il più vile e incallito assassino — lo spettacolo è sublime — non lo sapevate, voi Liberator, Tribune e Republican? — e in confronto siamo noi a diventare dei criminali. Fatevi l’onore di riconoscerlo: lui non ha bisogno del vostro rispetto.
Quanto ai giornali Democratici, non sono abbastanza umani da commuovermi. Non sento nessuna indignazione, qualunque cosa possano dire.
Mi rendo conto che anticipo un poco gli eventi, e che, quando furono diramate le ultime notizie, John Brown era ancora vivo, nelle mani dei suoi nemici — ma è a causa di ciò che mi son scoperto a pensarlo e a parlare di lui come se fosse fisicamente già morto.
Non credo all’erigere statue per coloro che sono ancora vivi nel nostro cuore, le cui ossa non si sono ancora sgretolate nella terra, attorno a noi; eppure, nel cortile del Parlamento del Massachusetts, io preferirei vedere la statua del Capitano Brown piuttosto che la statua di qualsiasi altro uomo che io conosca. Sono felice di vivere nel suo secolo, e di essere suo contemporaneo.
Che contrasto, quando ci volgiamo a quel partito politico che è tanto ansioso di togliersi dai piedi Brown e la sua congiura, e si guarda in giro per trovare, come proprio candidato, forse qualche padrone di schiavi disponibile — o almeno uno che metta in esecuzione la legge contro gli schiavi fuggitivi e tutte le altre ingiuste leggi, per annullare le quali Brown prese in mano le armi.
Pazzi? Allora un padre, sei figli, un genero e ancora molti altri uomini — almeno tanti quanto dodici discepoli — sarebbero tutti impazziti di colpo; mentre lo stesso tiranno tiene con grinfie più ferme che mai i suoi quattro milioni di schiavi, e i cento sani direttori di giornali — suoi favoreggiatori — stanno salvandosi patria e pagnotta. Altrettanto pazzi furono i suoi sforzi nel Kansas. Chiedete al tiranno qual è il nemico più pericoloso; un nemico pazzo oppure uno sano? E le migliaia di uomini che lo conoscono meglio, che hanno gioito alle sue imprese nel Kansas e che là gli concessero aiuto — anche quelli lo credono pazzo? L’uso che si fa di questa parola è semplice metafora, per molti che continuano a usarla; e sono certo che la maggior parte degli altri ha, in silenzio, ritrattato le proprie asserzioni.
Leggete la sua ammirabile risposta a Mason e agli altri (12). Come sono rimpiccioliti e vinti, costoro, nel contrasto! Da una parte domande semibrute e semitimide, e dall’altra la verità chiara come il lampo che scoppia e rintrona nei loro templi osceni. Sono fatti per stare con Pilato, Gessler e l’Inquisizione. Come sono vane le loro parole e le loro azioni! e che vuoto il loro silenzio! In questo grande lavoro, essi non sono che inutili strumenti. Non fu potere umano quello che li raccolse attorno a questo predicatore.
A quale scopo il Massachusetts e il Nord hanno mandato recentemente pochi uomini sani al Congresso? Per dichiarare con efficacia quali sentimenti? Tutti i loro discorsi messi insieme e fatti svaporare — e probabilmente lo confessano essi stessi — non eguagliano, per immediatezza e forza virile e per semplice verità, le poche casuali osservazioni del pazzo John Brown, fatte all’arsenale di Harper’s Ferry — quell’uomo che voi state per impiccare, spedire all’altro mondo, ma non per rappresentare voi, colà. No, egli non fu in nessun senso il nostro rappresentante. Fu un esemplare d’uomo troppo giusto, per rappresentare i pari a noi. Chi erano, allora, quelli che lo elessero a rappresentante? Se leggete le sue parole con discernimento, lo capirete. Nel suo caso non ci sono eloquenza oziosa a preparata, discorsi da fanciulle, complimenti all’oppressore — la sua ispiratrice è la verità, e la sincerità forbisce le sue frasi. Poteva permettersi di perdere il suo fucile modello Sharp, fin tanto che conservava la sua capacità di far discorsi — un fucile infinitamente più sicuro e di più lunga portata.
E l'Herald di New York riporta verbatim le sue parole! Non sa quali immortali parole trasmette.
Non ho alcun rispetto per l’intuizione di chi può leggere il resoconto di quella conversazione, e ancora chiami folle il suo punto fondamentale. Esso porta il marchio di una sanità mentale più sana di quella che possono assicurare una disciplina e un costume di vita ordinari, e un’ordinaria costituzione. Prendetene una frase: «Risponderò a ogni domanda alla quale io possa rispondere onorevolmente; non altrimenti. Per quanto mi riguarda, ho detto tutto secondo verità. Io valuto le mie parole, signore». I pochi che parlano del suo spirito di vendetta, mentre realmente ammirano il suo eroismo, non hanno nessun reagente con cui scoprire un uomo nobile, né alcun amalgama da combinare con il suo puro oro. Con esso, mescolano le loro proprie scorie.
È un sollievo rivolgersi, da questi calunniatori, alle testimonianze dei suoi secondini e dei suoi boia spaventati però più sinceri. Il Governatore Wise parla di lui molto più giustamente e dimostra verso di lui maggior apprezzamento di qualsiasi giornale, o politicante, o uomo pubblico Nordista che mi sia capitato di ascoltare. So che potete ascoltarlo ancora, su questo argomento. Dice: «Quelli che pensano che Brown sia pazzo si sbagliano... È freddo, indomito, coraggioso, ed è solo giusto dire di lui che fu umano verso i suoi prigionieri... Mi ispirò una grande fiducia nella sua integrità, come uomo veridico. È fanatico, vano, chiacchierone» (lascio questa parte a Mister Wise) «ma risoluto, veritiero e intelligente. E come lui sono quelli, tra i suoi uomini, che sono sopravvissuti... Il Colonnello Washington dice che era l’uomo più freddo e risoluto a sfidar pericoli che abbia mai visto. Con accanto un figlio morto e un altro trapassato da una pallottola, con una mano sentiva il polso al figlio morente e con l’altra teneva il fucile; contemporaneamente comandava i suoi uomini con la massima calma, incitandoli a resistere e a vendere la pelle quanto più cara potessero. Dei tre prigionieri bianchi, Brown, Stevens e Coppoc, è difficile dire chi fosse il più deciso».
Quasi i primi Nordisti che lo schiavista abbia imparato a rispettare!
La testimonianza di Mister Vallandigham, anche se di minor valore, è dello stesso tenore: «È vano sottovalutare sia l’uomo che il suo complotto.... È tutt’altro che pazzo o fanatico, o un comune bandito...».
«Tutto è quieto a Harper’s Ferry», dicono i giornali. Ma che calma può esserci, quando la legge o lo schiavista prevalgono? Io considero questo evento la pietra di paragone destinata a far risaltare con chiarezza abbagliante il carattere di questo governo. Avevamo bisogno d’essere aiutati in questo modo, per vederlo nella luce della storia. Occorrerebbe che il governo stesso si vedesse. Quando un governo usa la propria forza per difendere l’ingiustizia, come fa il nostro, che sostiene lo schiavismo e uccide i liberatori degli schiavi, esso si rivela mera forza bruta, o, peggio ancora, forza demoniaca. È il capo degli assassini. È più chiaro che mai che chi comanda è la tirannide. Vedo che questo governo è realmente alleato della Francia e dell’Austria nell’opprimere l’umanità. Là siede un tiranno, che tiene in ceppi quattro milioni di schiavi; qui viene il loro eroico liberatore. Questo governo estremamente ipocrita e diabolico guarda dal suo seggio ai quattro milioni di boccheggianti, e chiede con aria innocente, «Perché mai m’assalite? Non sono forse onesto? Smettete di agitarvi per questa ragione, o farò schiavi anche voi, oppure vi impiccherò».
Parliamo di governo rappresentativo; ma che mostro di governo è mai quello nel quale le più nobili facoltà della mente e l’intero cuore non sono rappresentati? È piuttosto una tigre o un vitello semiumani, che camminano sulla terra con il cuore strappato e la sommità del cervello spazzato via da un colpo di fucile. Gli eroi combatterono bene sui loro monconi, quando le gambe furono loro maciullate dalle pallottole, ma non ho mai sentito che nulla di simile sia stato fatto da questo governo.
Il solo governo che io riconosca — e non importa che siano in pochi a capo di esso e che piccolo sia il suo esercito — è quel potere che stabilisce la giustizia sulla terra, mai quello che ci stabilisce l’ingiustizia. Che dobbiamo pensare d’un governo che considera nemici tutti gli uomini giusti e valorosi della terra, che stanno tra lui e quelli che lui opprime? Un governo che pretende d’essere cristiano e che crocifigge un milione di Cristi al giorno!
Tradimento! Ma da dove sorge questo tradimento? Non posso fare a meno di pensarvi come meritate, voi, governi! Potete far seccare le fonti del pensiero? L’alto tradimento, quando esso significa resistere alla tirannia qui in terra, ha la sua origine nel potere che crea e continuamente ricrea l’uomo, ed è da esso commissionato! Quando avrete preso e impiccato tutti questi uomini ribelli, avrete compiuto null’altro che la vostra colpa, perché non avrete colpito alla radice. Voi presumete di combattere contro un nemico contro il quale non si puntano i cadetti di West Point e i cannoni rigati. Può tutta l’arte del fonditore di cannoni indurre la materia a rivoltarsi contro il suo fattore? È forse la forma, nella quale il fonditore pensa di gettar la fusione, più essenziale della costituzione della forma stessa e di lui stesso?
Gli Stati Uniti hanno un tiro di quattro milioni di schiavi, e sono decisi a tenerlo in quelle condizioni: il Massachusetts è uno dei sorveglianti confederati, con la funzione di impedir loro la fuga. Non sono così tutti gli abitanti del Massachusetts, ma così sono quelli che governano e che qui sono obbediti. Fu il Massachusetts, come la Virginia, a sconfiggere l’insurrezione di Harper’s Ferry. Il Massachusetts vi mandò i suoi marines, e così oggi dovrà pagare il fio per i suoi peccati.
Supponiamo che ci sia una società, in questo Stato, che salvi, con i propri soldi e la propria magnanimità, tutti gli schiavi fuggitivi che fuggono da noi, e che protegga i nostri compatrioti di pelle scura, lasciando al governo l’altro lavoro. In questo modo, non perde quel governo automaticamente la sua funzione, diventando degno di disprezzo da parte dell’umanità? Se dei privati sono costretti a compiere le funzioni del governo per proteggere i deboli e dispensare giustizia, allora il governo diventa solo un mercenario, un impiegato che compie solo uffici servili o di poca importanza. Naturalmente, quel governo la cui esistenza ha bisogno d’un Comitato di Vigilanza (13) è solo l’ombra di un governo. Che dovremmo pensare del Cadì orientale, dietro al quale lavorava segretamente un Comitato di Vigilanza? Tale è il carattere dei nostri stati Nordisti, in genere; ognuno ha il suo Comitato di Vigilanza. E, fino a un certo punto, questi pazzi governi riconoscono e accettano tale rapporto. Virtualmente, essi dicono «Saremo felici di lavorare per voi in questi termini, solo non raccontatelo in giro». E in tal maniera il governo, assicuratosi il salario, si ritira nel retrobottega, prendendo con sé la Costituzione, e passa gran parte del suo tempo a emendarla. Quando l’ascolto, a volte, mentre è al lavoro, e io passo senza farmi sentire, esso mi ricorda, alla meglio, quei contadini che, d’inverno, tentano di far soldi accomodando botti. E il loro barile, per quale tipo di alcool è fatto? Speculano sul titolo e fanno buchi nelle montagne, ma non sanno stendere neppure una normale strada maestra. La sola strada libera, la Ferrovia sotterranea, è proprietà del Comitato di Vigilanza, che anche la dirige. Essi hanno scavato gallerie sotto tutto il paese, per quanto è grande. Un tale governo sta perdendo potere e rispettabilità, e ne sono tanto sicuro come sono sicuro che l’acqua esce da un recipiente bucato, mentre invece resta dentro in un recipiente sano.
Sento che molti condannano questi uomini perché erano tanto pochi. Quando mai i buoni e i coraggiosi furono in maggioranza? Avreste voluto che aspettasse fino a quel momento? finché voi e io fossimo sopraggiunti a dargli mano? Il solo fatto che non avesse con sé canaglia o truppa mercenaria basterebbe per distinguerlo dagli eroi comuni. La sua compagnia era piccola, davvero, poiché erano ben pochi quelli che erano degni di passare l’esame. Ognuno che là sacrificò la sua vita, al servizio dei poveri e degli oppressi, era un uomo scelto, scelto tra molte migliaia, se non milioni; decisamente era un uomo di principi, di raro coraggio e devota umanità, pronto a sacrificare la sua vita ogni istante, a beneficio del suo prossimo. Si può anche pensare che non ce ne fossero molti di più, di loro pari, sotto questo rispetto, in tutto il paese parlo solo dei suoi seguaci — poiché il loro capo, senza dubbio, percorreva il paese in lungo e in largo, cercando di ingrossare il proprio drappello. Questi soltanto erano pronti a mettersi tra oppressori e oppressi. Certamente erano gli uomini migliori che voi poteste scegliere per impiccare. Quello fu il più grande omaggio che questo paese potesse far loro. Erano maturi per la forca. Questo paese ha tentato per lungo tempo e ne ha impiccati molti, ma mai, prima d’ora, aveva trovato gli uomini adatti.
Quando penso a lui e ai suoi sei figli e a suo genero, per non enumerare tutti gli altri, arruolatisi per questa battaglia, che continuarono freddamente, reverentemente, umanamente quel loro lavoro, per mesi se non per anni, dormendo e vegliando sempre con quello scopo fisso davanti, continuamente nutrendo quel pensiero, senza aspettarsi compensi di sorta se non la coscienza tranquilla, mentre quasi tutta l’America era raccolta contro di essi — dico ancora che la cosa mi colpisce come spettacolo sublime. Se egli avesse avuto un qualsiasi giornale a difendere la «sua causa», un organo — come si dice che, monotono e stanco, ripetesse sempre lo stesso ritmo e poi facesse passare in giro il cappello, ciò sarebbe stato fatale per la sua efficienza. Se avesse agito in qualsiasi altra maniera, in modo che il governo l’avesse lasciato fare, avrebbe potuto destar sospetti. È il fatto che il tiranno deve lasciar posto a lui oppure lui al tiranno, ciò che lo distingue da tutti i riformatori contemporanei che conosco.
Era suo credo particolare che un uomo ha tutto il diritto di opporsi con la forza allo schiavista, per salvare lo schiavo. Sono d’accordo con lui. Quelli che sono continuamente offesi dallo schiavismo, hanno diritto a sentirsi offesi per la morte violenta dello schiavista, ma essi solamente, e nessun altro; poiché saranno assai più offesi dalla sua vita che dalla sua morte. Non sarò tanto presuntuoso da pensare che chi riesce a liberare gli schiavi nella maniera più rapida, sbaglia metodo. Io parlo per gli schiavi quando dico che preferisco la filantropia del Capitano Brown a quella che se non mi uccide neppure però mi libera. Ad ogni modo non penso sia molto sano passare tutta la vita a parlare o scrivere di questa questione, a meno che non si sia continuamente ispirati, e io non l’ho fatto. Un uomo può avere altre cose cui badare. Io non voglio né uccidere né essere ucciso, ma posso prevedere circostanze nelle quali tutte e due queste cose potrebbero essere inevitabili. Noi conserviamo la cosiddetta pace della nostra comunità compiendo piccoli atti di violenza ogni giorno. Guardate il poliziotto con sfollagente e manette! E la prigione! E la forca! O il cappellano del reggimento! Noi speriamo solo di vivere sicuri, ai confini di questo esercito provvisorio. Così difendiamo noi stessi e i nostri pollai e conserviamo la schiavitù. So che la massa dei miei compatrioti pensa che il solo uso giusto che si possa fare dei fucili Sharp e delle pistole è duellare quando insultati da altre nazioni, o dare la caccia agli indiani o sparare a schiavi fuggitivi o altre cose del genere. Io penso che una volta tanto i fucili Sharp e le pistole furono impiegati per una giusta causa. Gli strumenti erano in mano d’uno che sapeva usarli.
La stessa indignazione che si dice abbia ripulito il tempio una volta, lo ripulirà ancora. La questione non è l’arma ma lo spirito con cui la si usa. Finora non è comparso un altro, in America, che amasse altrettanto i suoi simili e che li trattasse tanto dolcemente. Egli viveva per loro. La sua vita egli la sacrificò per loro. Che specie di violenza è mai quella che è incoraggiata non dai soldati ma da pacifici cittadini, non tanto da laici ma da ministri di Dio, non da sette combattenti ma da Quaccheri, e non da uomini ma da donne Quacchere?
Questo evento mi rende noto che esiste un fatto come la morte — la possibilità di morire, per un uomo. Sembra che nessun uomo sia morto prima di lui, in America; perché, per poter morire, bisogna prima aver vissuto. Non credo nel carro funebre, il drappo e il funerale che quegli altri hanno avuto. Non si trattava di morte, nel loro caso, poiché non c’era stata vita; solo marcirono e persero la pelle, in misura maggiore di quanto non fossero marciti e non avessero perso la pelle da vivi. Non fu spezzato il velo di nessun tempio, fu solo scavata una buca da qualche parte. Che i morti seppelliscano i loro morti. I migliori di loro si scaricano completamente come orologi. Franklin, Washington, furono fatti «passare», senza morire; semplicemente, un giorno si comincerà a sentirne la mancanza. Sento molti che dicono di star per morire, o che sono già morti, per quanto ne so. Stupidaggini! Li sfido a farlo. Non hanno abbastanza vita in se stessi. Essi si dissolvono, come funghi, e tengono un centinaio di eulogisti a spazzolare il luogo dove smisero di consumarsi. Solo una mezza dozzina circa è morta, dal giorno che cominciò il mondo. Pensa di star morendo, signore? No! non c’è speranza per lei. Non ha ancora imparato la lezione. Deve restare al doposcuola. Facciamo tanto inutile rumore per la pena capitale — perché toglie la vita, quando non ce n’è, di vita da togliere. Memento mori! Noi non capiamo quella sublime sentenza che qualche illustre antico si fece scrivere sulla pietra tombale. L’abbiamo interpretata come un atto di umiltà e come un piagnucolio; abbiamo completamente dimenticato come si faccia a morire.
Ma state certi che morirete, comunque. Fate il vostro lavoro e portatelo a termine. Se saprete come cominciare saprete anche quando finirete.
Questi uomini, insegnandoci a morire, ci hanno contemporaneamente insegnato a vivere. Se le azioni e le parole di quest’uomo non creano una rinascita, ciò sarebbe la più severa satira possibile dei loro atti e delle loro parole. È la miglior notizia che l’America abbia mai avuto. Ha già fatto battere più forte il debole polso del Nord, e gli ha infuso sangue generoso nelle vene e nel cuore, molto più di quanto potrebbe qualsiasi numero di anni di cosiddetta prosperità commerciale e politica. Quanti uomini, che stavano per compiere un suicidio, hanno ora qualcosa per cui vivere!
Uno scrittore dice che la peculiare monomania di Brown lo fece «temere dal Missouri come un essere soprannaturale». Certo, un eroe in mezzo ai vigliacchi è sempre temuto così. E lui è proprio un eroe. Egli si mostra superiore alla natura. Ha una scintilla di divinità, in se stesso.
I giornali dicono inoltre che prova della sua pazzia è il fatto che pensasse di essere destinato a fare il lavoro che fece — che non dubitò di questo un solo istante. Ne parlano come se fosse impossibile, al giorno d’oggi, che un uomo avesse l’«incarico divino» di compiere una cosa qualsiasi; come se voti e religione, in rapporto al lavoro giornaliero di qualsiasi uomo, fossero fuori moda; come se agente per la soppressione della schiavitù potesse essere solo qualcuno nominato dal Presidente o da qualche partito politico. Parlano come se la morte d’un uomo fosse un fallimento, e la sua vita (di che tipo sia non importa) fosse un successo.
Quando penso a quale causa si dedicò quest’uomo, e quanto religiosamente, e penso poi a quale causa si dedichino i suoi giudici e tutti quelli che lo condannano con tanta ferocia e prontezza, vedo che tra l’uno e gli altri corre la stessa distanza che c’è tra il cielo e la terra.
La somma di ciò è che i nostri «capi» sono delle persone innocue, che sanno bene di non avere alcun incarico divino ma di essere stati eletti dai voti del loro partito.
Chi è colui la sicurezza del quale richiede che il Capitano Brown venga ucciso? È la sua morte indispensabile a qualche Nordista? Non c’è proprio altra risorsa che gettare quest’uomo al Minotauro? Se non lo desiderate ditelo chiaramente. Mentre si stanno facendo queste cose, la bellezza se ne sta velata, la musica è diventata una lugubre menzogna. Pensate a lui, alle sue qualità — un uomo simile occorrono secoli, a produrlo, secoli a capirlo; non è un eroe da operetta, né il rappresentante d’un partito. Ma è un uomo tale che il sole potrebbe non alzarsi più su questa terra oscura. È un uomo per costruire il quale fu speso il materiale più ricco, il diamante più bello; un uomo inviato perché fosse il redentore degli uomini in cattività; e il solo uso che di lui potete fare è attaccarlo al capo d’una corda! Voi che dite di addolorarvi per la crocifissione di Cristo, pensate a quello che state per fare a chi si offrì come salvatore a quattro milioni di esseri umani.
Ogni uomo sa quando è giustificato nelle azioni che compie, e tutti i sapienti del mondo non possono illuminarlo in proposito. L’assassino sa sempre che la sua punizione è giusta; ma quando un governo toglie la vita a un uomo senza il consenso della coscienza di costui, allora quel governo è troppo audace, e s’incammina verso la propria dissoluzione. È forse impossibile che un individuo abbia ragione e un governo abbia torto? Forse che le leggi devono essere imposte solo perché furono fatte? O devono essere dichiarate giuste da un qualsiasi numero di uomini, quando questi sanno che non sono giuste? È necessario che un uomo sia uno strumento per compiere un fatto che la sua natura migliore disapprova? È forse intenzione dei legislatori che gli uomini giusti siano sempre impiccati? E i giudici — devono forse interpretare la legge alla lettera, senza interpretare lo spirito? Che diritto avete, voi, a stringere un patto con voi stessi impegnandovi a fare questo o quello contro la luce che è in voi? Siete proprio voi che dovete decidere, o giungere a una risoluzione qualsiasi, e non invece accettare le convinzioni che vi sono imposte e che superano la vostra capacità di comprensione? Io non credo agli avvocati, a quella maniera di attaccare o difendere un uomo, perché così facendo si scende a incontrare il giudice sul suo terreno, e in casi di estrema importanza non importa nulla che un uomo rompa una legge umana o no. Che gli avvocati decidano solo su casi di poco conto. Gli affaristi possono deciderlo da sé. Se fossero gli interpreti delle leggi eterne che giustamente legano l’uomo, allora la cosa sarebbe diversa. Ma è una ben ingannevole fabbrica di leggi, questa che per metà è in terra schiava e per metà in terra libera! Che razza di leggi per uomini liberi potete aspettarvi? Sono qui a perorare la causa di Brown di fronte a voi. Non sto perorando per la sua vita ma per la sua reputazione, per la sua vita immortale; e così ciò diventa una causa completamente vostra, non più sua, per nulla. Circa milleottocento anni fa Cristo fu crocifisso; forse questa mattina il Capitano Brown fu impiccato. Questi due uomini sono i due capi d’una catena che non è senza anelli. Egli non è il Vecchio Brown — ma un angelo di luce.
Vedo ora che era necessario che l’uomo più coraggioso e umano del paese fosse impiccato. Forse lo capì lui stesso; quasi temo di poter sapere che è stato liberato, poiché non credo che una vita più lunga, se mai qualsiasi vita, possa giovare tanto quanto la sua morte.
«Sviato!» — «Chiacchierone!» — «Pazzo!» «Vendicativo!». Voi scrivete così, nelle vostre poltrone, e così, ferito, egli risponde dal pavimento dell’arsenale, sereno come un cielo limpido, vero come la luce della natura: «Nessuno mi mandò qui: fui spinto da me stesso e dal mio Fattore. Non mi riconosco alcun padrone di forma umana».
E con che dolce e nobile tono egli continua, rivolgendosi a quelli che l’hanno catturato, che stanno sopra di lui: «Penso, amici miei, che voi siate gravemente colpevoli verso Dio e l’umanità, e che sarebbe perfettamente giusto, per chiunque, opporsi a voi onde liberare quelli che coscientemente e malvagiamente voi tenete in schiavitù».
E parlando del suo movimento: «Nella mia opinione, è il più grande servizio che un uomo possa rendere a Dio. 
Ho pietà dei poveri in schiavitù che non hanno nessuno che li aiuti; questa è la ragione per cui io sono qui; non per animosità personale, vendetta, o spirito vendicativo. Io sono dalla parte degli oppressi e dei maltrattati, che alla vista di Dio sono altrettanto buoni e preziosi di voi.
Voi non riconoscete la vostra Scrittura, quando la vedete.
Voglio che capiate che io rispetto i diritti della più povera e più debole gente di colore, oppressa dal potere schiavista, nella stessa maniera che voi rispettate i diritti dei più ricchi e dei potenti.
Voglio dire, inoltre, che fareste meglio — tutti voi, gente del Sud — a prepararvi per una sistemazione di questa questione, che deve essere sistemata più presto possibile di quanto voi non vi possiate aspettare. Potete liberarvi di me molto facilmente. Ve ne siete già liberati adesso; ma la questione deve ancora essere risolta — questa questione negra, voglio dire. La fine non è ancora arrivata».
Io prevedo il giorno in cui questa scena sarà dipinta, e il pittore non cercherà più i propri argomenti nella storia romana; il poeta la canterà; lo storico la ricorderà; e con l’Approdo dei Padri Pellegrini e la Dichiarazione d’Indipendenza, questo quadro adornerà qualche futuro Museo Nazionale; quando almeno la forma presente di schiavitù non esisterà più, qui. Allora potremo piangere liberamente per il Capitano Brown. Allora, e solo allora, noi ci vendicheremo. 
 
 
[testo letto a Concord, Massachusetts, 30 ottobre 1859]
 
 
(1) Gli abolizionisti.
(2) Ethan Allen (1738-1789), eroe della Rivoluzione Americana. John Stark (1728-1822), ufficiale delle truppe rivoluzionarie americane. 
(3) J. Buford, colonnello schiavista, contemporaneo di Thoreau. 
(4) Bande irregolari schiaviste.
(5) Clement L. Vallandigham (1820-1871). Uomo politico dell’Ohio, si oppose violentemente alla politica che portò alla Guerra Civile. Divenne noto come capo dei Copperheads (Teste di Rame), i «Democratici della Pace».
(6) Riferimento a un famoso episodio della guerra di Crimea, durante la quale, a Balaklava (Sebastopoli), il 25 Ottobre 1854 la cavalleria inglese venne decimata dai russi, avendo caricato le postazioni d’artiglieria del nemico in obbedienza a un ordine inesatto.
(7) Israel Putnam (1718-1790), soldato del Massachusetts, capo delle truppe del Connecticut durante la Ribellione di Pontiac. Maggiore generale a Bunker Hill, venne più tardi esonerato dalla carica per insubordinazione. 
(8) Henry Wilson, uomo politico del New Hampshire. 
(9) Il Liberator era un giornale antischiavista, di Boston. 
(10) Robert J. Walker, democratico dello Stato del Mississipi. 
(11) Per la Magna Carta (1215), nessun uomo libero può essere giudicato da una giuria non formata da uomini del suo rango.
(12) J. M. Mason (1798-1871), progettò la legge contro gli schiavi fuggitivi (1850).
(13) Si trattava d’un Comitato Cittadino per l’Ordine Pubblico. Organizzò, tra l’altro, la «Ferrovia Sotterranea», organizzazione per aiutare i negri che, dal Sud, fuggivano nel Nord.