Contropelo

Il disincanto innanzi al recupero

ovvero: della miseria delle nuove religioni

 

«È senza dubbio il nostro tempo… preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere, ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. Anzi il sacro si ingigantisce ai suoi occhi via via che diminuisce la verità e l’illusione aumenta, cosicché il colmo dell’illusione è anche per esso il colmo del sacro»
L. Feuerbach

 

L’epoca moderna è caratterizzata da un'immanente contraddizione tra la tendenza a una crescente razionalità verso lo scopo, che si esteriorizza in maggiore calcolabilità, e il persistere di ambiti comportamentali appartenenti alla razionalità rispetto ai valori.

Il disincanto rispetto alla sfera del sacro, che si esprime nel processo di secolarizzazione e nella diffusione di una mentalità scientifica, per quanto ispirato ai valori di libertà, uguaglianza e efficienza, non riesce a proporre agli uomini nuovi valori e fini ultimi. Il pensiero scientifico gli presenta solo la conoscenza fisica del mondo, dissolvendo i vecchi sistemi di credenze gli permette di conquistare il dominio sulla Natura, ma nel contempo non sa indicargli dove dirigere il suo potere vitale.

La vita moderna tecnologizzata e burocratizzata sotto la spinta della razionalità formale diventa sempre più ansiosa e bramosa di certezze valoriali, invece dell’eclissi del sacro assistiamo a un suo revival.

Lo stridente contrasto tra la razionalità strumentale e quella dei valori, che si manifesta nella ricerca di mezzi sempre più efficienti per raggiungere obbiettivi sempre più irrazionali rispetto ai valori (uso irrazionale del razionale), genera un cono d’ombra in cui si annidano angoscia e irrazionalismo, ed è appunto in questo terreno che possono germogliare nuovi movimenti carismatici e religiosi in grado di contrabbandare un senso al proprio essere nel mondo attraverso l’entusiasmo e la partecipation mistique tipici del loro status nascente.

Ai tempi nostri, giorni di giubilari miserie e nuove ere, il nostro arguto homo sapiens continua a scegliere le lenti sbagliate con cui contemplare lo spettacolo del mondo, così tutti i suoi deliri spirituali possono essere ridotti a un problema di proiezione; l’uomo nel sacro trasla se stesso e la sua eterna incompiutezza, le sue angosce e speranze. Ciò accade anche nell’ultima forma del sacro: la New Age. Questo fenomeno contiene già nella sua etichetta una verità conoscitiva. New Age — ovvero Nuova Era — rimanda a una incompiutezza, a una manchevolezza che si sanerà, non attraverso l’emancipazione dall’imperante alienazione attraverso la dissoluzione delle condizioni materiali di sussistenza aumentata , ma messianicamente attraverso lo slancio dell’Io solipsistico in questo immondezzaio. Difatti lo sviluppo di tali aberazioni della mente può essere spiegato solo alla luce della loro funzione di integrazione, orientamento e compensazione del quieto vivere.

Dinanzi all’estraniazione imperante e asfissiante si cerca una soluzione agli eterni dilemmi e antitesi dell’uomo: natura/cultura, stato/libertà, spirito/realtà materiale. Ma questi sono risolti nel breve, senza porre in discussione il monolitico ordine sistemico delle religioni, che con le loro cosmogonie e prescrizioni orientano, condizionano e sanzionano l’azione degli adepti o militonti.

La New Age può considerarsi come l’insieme di etiche religiose che mancava al capitalismo avanzato dopo aver secolarizzato il mondo per affermarsi: ora deve santificarlo per non essere posto in discussione. Ma questa azione deve dispiegarsi sul duplice terreno dello spirituale e del materiale assumendo una portata universale tale da farla rendere introiettabile alle genti. La seconda forma, il dogma del villaggio globale, è stata già delineata dal teologo McLuhan, e la prima viene elucubrata da decine di recuperatori e santoni sincretisti.

Assistiamo dunque allo sfaldarsi della pratica e della teoria della liberazione in favore di una nuova teologia del dominio, che funge da riempitivo per questi tempi stressanti e avvilenti in grado di far ritrovare la felicità nelle contemporanee condizioni di produzioni e riproduzioni dei capitali.

Tutto questo processo, con la sua portata universale e armoniosa, non è esente da contraddizioni. Innanzitutto a fare da cassa di risonanza a tale fenomeno sono proprio i disillusi epigoni del 68, che cercano la redenzione per il loro palese e manifesto fallimento: al mancato assalto al cielo segue una sua beatificazione (vedi i vari Mauro Rostagno, Jacopo Fo e tutta la cricca di Re nudo — il mensile della rivoluzione dell’essere ... mah!).

Inoltre, a ben guardare questo fenomeno sociale, tutto lo slancio spirituale sembra sfaldarsi sotto l’imponente rigurgito mercantile che lo supporta, si pensi al fiorire dei new age shop. Così come nella prima età moderna, al massimo estendersi del cattolicesimo, si accompagna un florido mercanteggiare di reliquie e indulgenze, oggi l’estensione dei nuovi credo procede parallelamente al commercio di paccottiglie e superstizioni sincretiste (quarzi, pietrucole,amuleti, libercoli, incensi, statuette di Buddha e vari happening di levitazione).

La trionfale esaltazione estatica della propria incompiutezza si risolve in neodeismo di forze, entità, divinità, creature extraterrene, e passa necessariamente per la strada della deprivazione delle facoltà di contestazione e dissoluzione del materiale. La vita langue in isterico esistere, le frustrazioni si risolvono non più dallo psicanalista nelle sedute del giovedì, ma nei ritiri di contemplazione del fine settimana.

La distruttività umana viene sedata da pillole di religiosità impastata con magia e credenze superstiziose e a questo proposito suona profetico lo slogan ultra femminista degli anni sessanta «tremate tremate le streghe son tornate!».

La conquista parziale dell’armonia cela il regno specializzando di cialtroni e imbonitori, che si ritagliano nocivamente un ruolo sociale d’autorità nel castello di fango dell’ordine attuale, in cui si svendono ulteriori brandelli della sgualcita tunica della comunione universale.

La separazione presiede al nuovo dominio, la distanza tra le entità di questa società aumenta, per raccordarsi solo in un punto cosmico (forse Orione?) astorico e asociale. L’uomo nutre un indissolubile bisogno di credere ed è disposto a tutto per soddisfarlo: anche a credere nel nulla. Non a caso Shakespeare sostiene che l’Uomo sia fatto della consistenza dei sogni. L’uomo proietta in un cielo astorico ed eterno le sue tensioni e crea delle divinità che catalizzano le sue paure e speranze, ma in questo transfert e la sua conseguente glorificazione perde di vista se stesso e gli altri, guardando con adorazione una creatura che gli somiglia ma senza accorgersene. Distrattamente consuma la sua schiavitù e si flagella con voluttà lo spirito e il corpo distanziandosi dall’essenziale, riciclando visioni del mondo bell’e pronte per essere comprate o imposte subdolamente per cervelli detenuti in invisibili gabbie dell’immaginario.

 

[Da "L'arrembaggio" n. 4, settembre 2000]