Brulotti

Nessun riconoscimento

 

I topi di biblioteca che rovistassero fra le carte ospitate dall'Archivio di Stato di Roma potrebbero fare una scoperta piuttosto bizzarra. In uno dei faldoni su Paolo Schicchi si imbatterebbero ad un certo punto in una prima pagina di un vecchio numero de L'Adunata dei Refrattari, settimanale anarchico pubblicato a New York, con un buco nel mezzo di forma quadrata. Boh?! E che roba è questa? La risposta si trova nel documento successivo, un atto della polizia fascista dell'epoca. L'Adunata aveva pubblicato una foto recente dell'anarchico siciliano, allora in giro per l'Europa a tramare contro Mussolini. Ma poiché negli archivi questurini la foto di Schicchi di cui disponevano era alquanto datata, risalente alla fine del secolo precedente, veniva richiesta la sua immediata duplicazione. Furono quindi stampate centinaia e centinaia di queste foto (alcuni esemplari sono presenti in quello stesso faldone) da distribuire a infiltrati, confidenti e sgherri del regime sparsi per il Vecchio Continente.
Cose da pazzi! La polizia fascista non conosceva i connotati di Schicchi e a fornirglieli furono gli stessi anarchici! Accidenti, che brutto errore! Non ci risulta che l'arresto di Schicchi avvenuto nel 1930 sia attribuibile a quella foto, ma insomma, questo l'Adunata poteva risparmiarselo.
Ecco, questo episodio mi viene sempre in mente quando mi ritrovo davanti gli occhi l'immagine di un compagno o di una compagna riprodotta e diffusa da altri compagni. Ovviamente non siamo più negli anni 20, il ministero degli Interni non ha certo bisogno di ritagliare con le forbici le pagine delle pubblicazioni sovversive. Ma, altrettanto ovviamente, pur scervellandomi non riesco a comprendere quale sia il senso di diffondere simili immagini. Lo capisco per i compagni morti, il cui volto in un certo senso dà maggiore concretezza ad un ricordo che rischia di essere troppo sfumato. In fondo, lo confesso, è bello vedere gli occhi infuocati di un Gaetano Bresci o di un Severino Di Giovanni. Ma quelli vivi? Perché diffonderne i tratti? Lo si può capire solo in caso di torture, quando si vuole rendere pubblico quanto accaduto (come è avvenuto di recente in Grecia). Altrimenti no. No, e non solo perché mi sembra un insulso omaggio a questa civiltà dell'immagine, una intrusione nella vita privata di altri, una imitazione delle tecniche giornalistiche. Non sarei d'accordo nemmeno qualora fossero gli stessi compagni raffigurati a chiederlo, la cui vanità andrebbe rispedita al mittente. Sia che questi compagni si trovino in libertà, sia che si trovino in prigione, la diffusione delle loro fattezze è un passo falso. Se non nell'immediato, lo sarà comunque nel futuro. Perché si instaura una pessima abitudine che, nel caso in cui prenda piede, sarebbe poi difficile da controllare. Se Tizio vuole che la sua foto venga diffusa, allora diffondiamo anche quella di Caio. E se Caio non vuole, che strano, perché non vuole? Parliamone!
No, non parliamone affatto. Meno le foto circolano e meglio è. Detto fuori dai denti: nessuno può sapere se Tizio o Caio o Sempronio sia responsabile di questa o quell'altra azione, nessuno può sapere se un qualsiasi testimone oculare o aspirante giustiziere capiterà mai su un sito o sulle pagine di un giornale di movimento. Non importa che quelle foto siano già comparse altrove, su mezzi di informazione assai più diffusi. Né che riguardino compagni che si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Non ha senso aumentare le probabilità di un riconoscimento fatale. Nel dubbio, meglio evitare. Sempre e comunque. Per metodo a priori, non per calcolo a posteriori.
L'amore e il rispetto verso i compagni nascono da quello che sono, non da come appaiono. Non c'è bisogno di (far) sapere se sono alti o bassi, giovani o vecchi, magri o grassi, biondi o castani. Questo genere di curiosità lasciamola per i morti, per coloro che non rischiano più di vedere il loro volto svelato alla repressione dai loro stessi compagni. Chi è roso da simile curiosità anche nei confronti dei vivi vada pure a grattarsela privatamente sui mass media. Ma per favore, non facciamone una iconografia di movimento se non vogliamo correre il rischio, un giorno, di venire ringraziati da infiltrati, confidenti e sgherri di ogni genere.
 
[23/12/14]