Fuoriporta

La guerra civile come ultimo bastione del potere

A quattro anni dalla marea insurrezionale che ha travolto i paesi del nord Africa e del mondo arabo riempiendo i nostri cuori di speranza, ci troviamo oggi a vivere un momento tragico. Un momento dove quotidianamente vengono compiuti massacri di rivoltosi e oppositori a colpi di attentati suicidi, bombardamenti aerei e missili lanciati a distanza da navi da guerra.
 
Siria: Come assassinare una rivoluzione ovvero quando il potere gioca il tutto per tutto
 
In Siria, l'insurrezione contro il regime di Assad si è rapidamente trasformata in guerra civile. Se guardiamo agli avvenimenti dall'inizio della Rivoluzione siriana, è possibile vedere come il passaggio da rivoluzione a guerra civile sia stata una scelta deliberata da parte del regime di Assad. Agli inizi della rivoluzione, nel 2011, Assad ha decretato una amnistia per i cosiddetti «prigionieri politici». Quello che poteva sembrare un atto di buona fede si è presto rivelato come una manovra machiavellica per fomentare una guerra civile per meglio reprimere la rivoluzione: i «prigionieri politici» liberati dalle carceri non erano gli innumerevoli dissidenti e oppositori del regime ma bensì i prigionieri islamisti. Una volta liberati, hanno ricevuto aiuti da parte del regime  per formare delle brigate jihadiste, ben sapendo il governo siriano che queste brigate avrebbero combattuto anche contro Assad. Qualcuno ricorda ancora l'inizio della rivoluzione, quando Assad era dato per spacciato e la comunità internazionale gli aveva voltato le spalle dopo anni di fruttuosi commerci? Ora, giocando la carta della guerra civile, nonostante le critiche tuttora presenti delle potenze occidentali, è riuscito a capovolgere la situazione. Tra lo Stato Islamico e il regime di Damasco, la scelta risulta facile: si deve scegliere il minore dei mali. I ribelli? Sono visti solo come attori minori nella crociata contro lo Stato Islamico. Hanno ricevono qualche aiuto logistico e un po' di addestramento in modo che gli Stati occidentali possano salvarsi la faccia.
La situazione attuale è una guerra civile in cui regna la confusione: i campi spesso si confondono tra loro, le alleanze ruotano tra i differenti schieramenti. Gruppi di ribelli e jihadisti uniti contro Assad e Stato Islamico in un momento, gruppi ribelli contro Assad, Stato Islamico e altri gruppi jihadisti in un altro. L'unica costante sembra essere, sia per lo Stato Islamico che per il regime di Assad, che prima di contendersi il territorio siriano è necessario eliminare i ribelli che si sono coraggiosamente sollevati contro il regime e che quindi rappresentano una minaccia anche per lo Stato Islamico in quanto possiamo immaginare che, non accettando la tirannia di Assad, sarebbero poco inclini ad accettare quella di uno Stato Islamico.
Oggi si parla molto dell'arrivo di un nuovo attore in Siria nello schieramento di supporto al regime: oltre all’Iran, gli Hezbollah libanesi e all’Iraq, anche la Russia si è unita alla coalizione di Assad contro lo Stato Islamico. L'aiuto militare russo ad Assad non è un aiuto disinteressato. Come ogni altro Stato, lo Stato russo cerca di fare i propri interessi in Siria, dove dal 2013 esiste un accordo per delle trivellazioni per lo sfruttamento di gas nelle acque territoriali siriane da parte di una compagnia russa. L'aiuto militare russo consisteva all'inizio solo in un aiuto di intelligence alle truppe di terra siriane con droni e immagini satellitari per investirsi in seguito con un supporto aereo e marittimo (aerei e navi per i bombardamenti) e poi passare verosimilmente all'invio di truppe di terra partecipanti al conflitto (in questi giorni si sta parlando dell'invio di forze speciali, gli infami Spetzsnaz russi).
Basta vedere una mappa dei bombardamenti russi in Siria per rendersi conto di quanto sta veramente succedendo nonostante le dichiarazioni di Putin di attaccare solamente obiettivi appartenenti allo Stato Islamico. Quasi tutti i bombardamenti russi si sono concentrati nelle regioni controllate da ribelli siriani, lontane dalle postazioni dell'IS e di altri gruppi jiahadisti legati ad Al Quaeda, massacrando la popolazione di diverse città controllate dalle forze ribelli.
 
Turchia: il cinismo del potere
 
La Siria non è l'unico Stato del Medio Oriente a giocare la carta della guerra allo Stato Islamico per fare strage dei propri oppositori interni ed esterni mentre le potenze occidentali giocano il ruolo delle tre scimmie. Sin dall'arrivo dello Stato Islamico in Siria, lo Stato turco ha avuto una posizione ambigua; mentre pubblicamente si è sempre dichiarato nemico dell'IS, segretamente ha fornito un supporto logistico ai jihadisti: dal passaggio del confine con il nord della Siria attraverso la Turchia all'armamento. Tutto questo non tanto per una comunanza di obiettivi a lungo termine, ma per utilizzare gli islamisti nella risoluzione dei propri problemi interni e in particolare il problema della questione curda, problema che ha causato decenni di conflitti, anche armati, sul territorio turco e nella regione. Dopo la creazione da parte del PYD della regione autonoma del Rojava, nel nord della Siria confinante con la Turchia, lo Stato turco ha colto l'occasione per utilizzare lo Stato Islamico per combattere i progetti di autonomia di una parte della popolazione curda. Nel mese di luglio, come abbiamo già riportato nel giornale, c'è stato un attentato suicida che ha causato decine di morti contro una riunione di giovani socialisti turchi e curdi che si stavano apprestando a recarsi a Kobane per aiutare la ricostruzione della città dopo gli scontri con lo Stato Islamico. Il governo turco ha colto al volo l'occasione della strage dei suoi oppositori per dichiarare guerra al terrorismo e allo Stato Islamico scatenando dei raid aerei, raid che come nel caso siriano non avevano l’obiettivo di attaccare lo Stato Islamico, ma al contrario di attaccare le postazioni del PKK o di altri gruppi curdi oppositori dello Stato Turco. 
Purtroppo il cinismo dello Stato turco non sembra fermarsi qui: la scorsa settimana c'è stato un altro attentato suicida ad Ankara contro una manifestazione per la pace organizzata dall'opposizione, da sindacati e da vari gruppi curdi, è anche qui si è trattato di una strage: 95 i morti. Subito dopo la strage, il primo ministro turco Ahmet Davutoğlu, leader dell'AKP, partito al potere, ha dichiarato che i responsabili più probabili dell'attentato potrebbero appartenere al PKK, allo Stato Islamico o a gruppi di estrema sinistra. Che il PKK o dei gruppi di estrema sinistra possano essere dietro a questo attentato appare estremamente inverosimile, visto che le vittime della strage sono da contarsi proprio tra gli oppositori al governo turco. Il fatto che finora non sia giunta nessuna rivendicazione rende più plausibile l'ipotesi che gli autori della strage siano da cercare nel campo avverso: quello dei sostenitori del regime e dei suoi servizi segreti, cosa che la renderebbe l'ennesima strage di Stato.
 
Terrorista è lo Stato
 
Che sia islamico, dittatoriale o democratico poco importa, come abbiamo visto e la storia ha provato più volte, ogni potere quando si sente minacciato è disposto a tutto, dalle stragi di civili alla trasformazione di un intero paese in un cimitero per mezzo di sanguinose guerre civili. Non dubitiamo che questi scenari possano, in un futuro non troppo lontano, prodursi anche qui da noi o comunque in altri paesi del continente europeo. In fondo tutti gli Stati europei stanno preparando il loro arsenale repressivo contro le eventualità di scoppi di insurrezioni e rivoluzioni anche nel cuore del vecchio continente, basta dare un'occhiata ai documenti della NATO riguardo alle operazioni urbane nel 2020, o in Svizzera, con esercitazioni dell'esercito sempre più frequenti che hanno come scenario proprio possibili «crisi» all'interno dell'Europa e il mantenimento della sicurezza nel paese contro i nemici interni (da leggere come rivolte, sollevamenti della popolazione, ...). Gli Stati si armano per combatterci, ma cosa possiamo fare noi?
Le proposte degli anarchici in tempi di guerra o di rivoluzione in altri paesi sono state quasi sempre le stesse: fare la guerra alla guerra (fomentare le diserzioni negli eserciti, fare sabotaggi contro l'industria bellica, bloccare le esportazioni di aiuto ai vari Stati), trasformare la guerra tra due o più paesi in rivoluzione sociale contro gli Stati belligeranti e cercare di scatenare la rivoluzione sociale in ogni paese. Tutto questo perché, come possiamo vedere tragicamente in Siria, una rivoluzione sociale isolata e per di più in un contesto di guerra civile, si trova sola non solamente contro il regime siriano e lo Stato Islamico ma anche contro altri Stati che decidono di intervenire nel conflitto. Una rivoluzione sociale in ogni paese renderebbe questa solidarietà interessata fra Stati impossibile visto che ogni Stato si troverebbe ad affrontare la propria rivoluzione. 
Se non vogliamo che il futuro si trasformi, citando Orwell, in «uno stivale che schiaccia una faccia umana – per sempre», allora è necessario prepararsi fin d'ora ad affrontare le nubi tempestose che si preannunciano all'orizzonte, a fare in modo che mai più, allo scoppio di insurrezioni e di rivoluzioni, i rivoltosi si ritrovino ad essere isolati e massacrati dal potere, a cercare di scatenare rivoluzioni in ogni paese in cui ci troviamo, mostrando quella solidarietà pratica tra combattenti della libertà su cui la società del domani sarà costruita.
 
[Dissonanz, N. 12, 14 ottobre 2015]