Brulotti

La tintinnante uniforme dei vocaboli ontologici

Günther Anders
 
Ciò contro cui vorrei pronunciarmi in breve con un'osservazione è il vocabolario esoterico di cui il collega T. si è servito nelle sue argomentazioni, solitamente tanto chiare.
A me sembra che se i fornai facessero il pane solo per fornai, i sarti vestissero solo sarti, i dentisti piombassero solo denti di dentisti, essi si comporterebbero né più né meno esotericamente di quei professori universitari di oggi. La particolarità e — per favore non mi fraintenda: intendo l'espressione in maniera puramente filosofica, e accuso me stesso non meno di qualsiasi altro — comicità del ruolo sociale della nostra filosofia universitaria consiste nel fatto che noi, i suoi produttori, siamo anche i suoi unici consumatori; e che le nostre asserzioni, le quali presumibilmente riguardano «l'uomo in generale» e dovrebbero essere vincolanti per tutti, le esponiamo in un idioma che riguarda solo pochi e quindi la pretesa di generalità viene smentita già nell'istante in cui viene espressa [...] infatti cosa sarebbe più difficile dell'esprimere convinzioni filosofiche in modo non esoterico?
Non voglio assolutamente attenuare questa difficoltà. In fondo noi filosofi siamo degli oppositori. E dal momento che filosofando cerchiamo di liberarci dai pregiudizi di cui siamo investiti dal linguaggio della quotidianità e della formazione o dai pregiudizi da esso presupposti come validi e ovvi, è un'impresa quasi contro natura — lo ammetto — condurre questa lotta contro i pregiudizi con l'aiuto dei pregiudizi stessi [...] gli ostacoli non solo sono così grossi perché il linguaggio quotidiano si rivela un inadeguato materiale per il filosofare, bensì anche perché per noi che filosofiamo il linguaggio artificiale è diventato una seconda natura.
Ci siamo così abituati a pensare nel suo esoterico medium, che la maggior parte di noi si accorge di qualcosa solo quando rimaniamo impigliati nella rete delle associazioni di questo linguaggio speciale. All'aperto, per esempio in campagna, noi filosofi medi non siamo filosofi — con questo non voglio dire che lì non continuiamo a parlare il nostro gergo tecnico, questo purtroppo lo facciamo in abbondanza e alberi e rocce in silenzio prendono in giro i nostri vocaboli ontologici — voglio dire che la Musa là non ci raggiunge o non ci riconosce; e che essa ci "bacia" solo quando in suo onore noi indossiamo la tintinnante uniforme del vocabolario speciale e ci sediamo alla scrivania — cosicché in maniera ancora più modesta assomigliamo a quei cattivi compositori che riescono a comporre solo davanti al pianoforte aperto, ai quali non viene altro in mente se non ciò che i tasti suggeriscono loro.
[...] se le asserzioni filosofiche dirette, non esoteriche, riuscissero, tutto il resto non sarebbe che una semplice prestazione, per la cui riuscita basterebbe in un certo senso lasciarsi andare. Il compito sarebbe risolto perfettamente — della "via regia" non vale neanche la pena di parlare — esso richiederebbe lo sforzo della disassuefazione, un peculiare atto attraverso il quale dovremmo astrarci dalle astratte espressioni che sono divenute per noi nostra carne e nostro sangue — una ritraduzione artificiale nell'idioma non esoterico di ciò che si è creato nell'idioma esoterico. [...]
Infatti se per esempio noi formuliamo una convinzione di filosofia morale, in cui ci sia la pretesa di rivolgersi a tutti, in una dizione e in una situazione che rendono impossibile la ricezione da parte dei presunti destinatari, allora "diamo" in modo errato. Ciò che viene detto contraddice la pretesa stessa: e in ciò, appunto, consiste la non verità della situazione. E se continuiamo sempre di nuovo e per principio ad accontentarci di una situazione del genere o ci diamo da fare sempre e per principio a creare tali situazioni, allora anche noi diamo prova di falsità, o comunque di una assai originale non serietà — per quanto antico e rispettabile possa essere quest'uso e nonostante lo facciamo con accademica serietà. Forse questa non serietà è davvero un monopolio della filosofia universitaria.
Comunque il ruolo morale e sociale del filosofo rimane, perseverando in tali false dare-situazioni, pura presunzione e mera apparenza... e tale reputo la nostra odierna funzione pubblica. Molto di quel che noi e i nostri colleghi abbiamo da dire può in qualche modo essere davvero "valido". Ma non possiamo sostenere che la nostra parola "valga" qualcosa. In verità non abbiamo niente da "dire". In fin dei conti noi siamo, quando formuliamo i nostri postulati, per niente meno fantomatici dei re dei drammi teatrali, i quali sarebbero molto sorpresi, perfino sbigottiti, se qualcuno del pubblico prendesse alla lettera le loro battute. Solo che gli attori ammettono sinceramente l'apparenza dei loro appelli e si lasciano pagare l'apparenza, mentre noi affermiamo di credere davvero ai nostri postulati, che invalidiamo con l'esoterismo del nostro linguaggio.
 
 
[Sull'esoterismo del linguaggio filosofico, 1943]