Brulotti

Viva Bresci: Quel che ne pensiamo

Giuseppe Ciancabilla
 
Quando, dopo i facili trionfi della scheda, i partiti cosiddetti popolari — radicale, repubblicano e socialista — si riposavano dalle aspre fatiche durate per vincere; mentre il governo, da parte sua, liberatosi in brevi sedute dall’impaccio di aver tra i piedi i rappresentanti da burla del popolo, si fregava le mani per aver con sì poco rischio dato sfogo alle velleità d’insofferenza al giogo manifestate dal popolo stesso, e intanto, sul popolo stanco per la fatica elettorale, ricominciava a gravare il peso dell’oppressione reazionaria, e nuova carne italiana si spediva ai macelli di Cina per capriccio di re e per consenso degli speculatori del patriottismo, mentre nella sonnolenza estiva il paese si acquietava nella morta apatia di tutto e di tutti, e persino le tendenze rivoluzionarie degli anarchici si sciupavano nell’opera eternamente vana ed eternamente da ricominciare della costituzione unica del partito unico con programma unico e con regolamento unico, ecco, d’un tratto, la rivoltella ammonitrice di Gaetano Bresci si fa sentire, e dà un fremito gagliardo all’inerte organismo e lo richiama alla vita, lo riconduce alla realtà!
Non avesse avuto altro merito che questo, l’atto ribelle del nostro compagno ha avuto l’efficacia mirabile di servire da precipitato all’amalgama ibrido e confusionario, in cui da qualche tempo sguazzavano in Italia uomini, partiti ed idee, e di separare gli elementi impuri, con opera utilissima di selezione. Esistevano, o dicevano di esistere in Italia, i repubblicani e i socialisti-democratici; entrambi i partiti si vantavano sovversivi contro le istituzioni e particolarmente contro la monarchia; più particolarmente — chi può smentirlo? — contro la dinastia dei Savoia. Chi non ricorda le trasparenti allusioni alle dirette responsabilità monarchiche che si leggevano nei giornali più o meno magni del socialismo addomesticato o della repubblica savoina? Ebbene, questi stessi magni giornali, presi da una diarrea di paura inguaribile, non solo hanno biasimato l’assassinio, non solo hanno vilmente insultato l’uomo che ha avuto il coraggio di agire e di pagare con la sua persona le conseguenze del suo atto, ma sono umilmente strisciati ai piedi del trono in proteste di devozione ipocrita, si sono raccomandati con voce piagnucolosa a tutti i santi della borghesia monarchica perché non fossero, neanche lontanamente, ritenuti responsabili della giusta ribellione di un generoso che forse pensò, nel colpire un tiranno, di vendicare anche le persecuzioni che questi aveva inflitto a tutti coloro che avevano il torto di non pensare come il suo governo, socialisti e repubblicani compresi!
Leggete l’Avanti! Infiorato per interi numeri dalle dichiarazioni più striscianti e più paurose di rappresentanze socialiste, di gruppi di consiglieri municipali, di circoli, ecc. Leggete quel capolavoro di gesuitismo savoiardo che è la dichiarazione letta ala Camera, a nome del gruppo parlamentare socialista, dall’onorevole Turati, in cui si arriva al colmo bestiale di ritenere il re come un legittimo rappresentante d’interessi collettivi, un re, capite, cioè il più inutile parassita della società, e si giunge all’affermazione più coscientemente bugiarda che cioè essi, i socialisti, vedono «nella lotta civile, non lotta d’individui ma lotta di classi, e sanno gli individui irresponsabili delle situazioni e dei conflitti sociali». Come se la lotta che così muove la borghesia con i massacri, con le galere, con gli strozzamenti della libertà fosse una lotta civile, come se il re, i ministri e compagnia fossero irresponsabili delle infamie che commettono! Ah, povero socialismo, così bassamente prostituito da questi ruffiani delle istituzioni borghesi! Ma non basta ancora. I repubblicani, cioè questa gente che dice di voler la repubblica, e quindi dovrebbe presupporre l’ipotesi fatale di essere costretta un bel giorno a scacciare a fucilate il re dal suo trono, perché è logico che la monarchia non se ne andrà certo da sé, così, tranquillamente, per contentare i signori della repubblica; questa gente che ha santificato Oberdan, il biondo triestino il quale, dopo aver voluto attentare alla vita dell’imperatore d’Austria, lasciò la sua balda giovinezza sulla forca di San Giusto; questa gente che intitola i suoi gruppi ai nomi di Orsini, di Agesilao Milano e di tanti altri che attentarono alla vita di re e d’imperatori per l’ideale repubblicano, questa gente incanagliata ormai nel più abietto farabuttismo politico, che cosa fa? Non solo dichiara la sua riprovazione, il suo sdegno, il suo disprezzo, ecc. per l’atto esecrando, per l’atroce misfatto; ma alla Camera e in cento altri Consigli comunali aderisce alle onoranze per il re giustiziato; ma prende parte, insieme con un deputato socialista, il De Marinis (quel famoso deputato socialista nel cui collegio di Salerno non esiste ancora un gruppo di socialisti!) ai funerali di Roma, e alla seduta reale, in cui, innanzi al nuovo re, prestarono solenne giuramento di fedeltà, un giuramento che non era obbligatorio di prestare!
E ancora: un giornalucolo socialista, organetto del signor Rondani (una brava persona, a cui ben presto noi daremo per intero il suo avere), il Corriere Biellese, porta listato a lutto l’articolo per la morte di sua maestà Umberto di Savoia, mentre per la morte dei compagni lavoratori non mette certo il lutto (e si capisce, per un socialista di governo il re è qualcosa, mentre un lavoratore, puah!…) e lo stesso Corriere Biellese, dopo aver chiamato «mostro, pazzo e squilibrato» il nostro Bresci, chiama il re morto «cortese e buono», quel re che in America altri giornali socialisti, con ragione, chiamarono tiranno e massacratore del popolo. Ma si capisce! Per certi eroi della paura, tra l’America e l’Italia c’è la differenza dei carabinieri e dei poliziotti. E lo stesso socialista Corriere Biellese, che per parecchi numeri è un vero monumento di tremarella monarchica e di turpitudini poliziesche, rivolgendosi al nuovo re, Vittorio Emanuele III, gli dice queste testuali parole: «Fate che noi possiamo benedire la vostra memoria!». Si può essere socialisti più monarchici e più addomesticati di così?
Può, sinceramente, la condotta di questa gentaglia ispirare altro sentimento che non sia la nausea, lo schifo, il disprezzo? Perché noi possiamo comprendere come dei borghesi, dei conservatori, dei reazionari ci diano in queste tragiche occasioni la caccia come a bestie feroci, possiamo comprendere come i governi approfittino con malvagia coscienza di uno scoppio di rivolta individuale per colpirci tutti, in mucchio e, poveri stupidi, credere di sterminarci. Ma non possiamo ammettere che gente che si atteggia a sovversiva, che vuole, nientemeno, espropriare la borghesia o mandare all’aria la monarchia e quindi deve essere logicamente rivoluzionaria, non possiamo credere che non intuisca e non intenda le chiarissime ragioni di ordine sociale che hanno motivato l’atto eroico e cosciente del compagno nostro. Questa gente che è stata, pur essa, vittima di persecuzioni feroci e tiranniche, questa gente che ogni giorno anatomizza colla fredda lama della critica gli ordinamenti malvagi del regime sociale odierno, questa gente che sa e deplora le miserie, le angosce, le sofferenze del popolo, e dà ad intendere di volerle distruggere instaurando una nuova società di liberi ed eguali, questa gente non può essere in buona fede quando dà addosso all’assassino anarchico, al mostro, al pazzo, al degenerato, al delinquente, che, col suo atto, ha voluto appunto vendicare le persecuzioni feroci, le torture dell’inquisizione monarchica, l’affamamento progressivo del popolo italiano!
E son questi sovversivi, questi poliziotti della tremarella socialista e repubblicana, che alcuni anarchici, tempo fa, invitavano sul terreno extra-legalitario, e li chiamavano affini, e li accarezzavano, felicitandosi persino delle loro vittorie elettorali! Son questi sovversivi che i medesimi anarchici volevano alleati in una unione delle forze popolari! Brava gente, infatti, questi sovversivi! Sovversivi sì, ma della regia questura!
 
Benedetto dunque l’atto di Gaetano Bresci che, nel suo vivido splendor di tragedia, ha spaventato e costretto a rintanarsi, dopo aver mostrato il loro laido aspetto, questi truffatori delle coscienze del popolo. Cosicché d’ora innanzi, ce lo auguriamo, tra noi e loro non ci sarà più possibilità di equivoci, di adattamenti, di transizioni, di alleanze o di altre tresche di simil genere; ma solo la guerra aperta, dichiarata, inesorabile, implacabile, come né più né meno — noi la muoviamo all’intera compagine della società borghese, di cui questi ipocriti decadenti non sono che l’estrema falange destinata a raccoglierne l’eredità di tendenze conservatrici e reazionarie.
Ma soprattutto opportuno, utile, fecondo fu l’atto di Bresci per noi anarchici, in quanto è servito a rivelare le tendenze, che chiameremo caratteristiche, di certuni che sinora eransi schierati nelle nostre file, e che adesso ben poco più di comune hanno con noi.
Nei placidi momenti delle soste di reazione, quando l’idra feroce della borghesia sembra sonnecchiare, una falange di sognatori esce fuori ad ingrossare il nostro movimento: ma, mentre vi sono fra essi tempre di energie adamantine che costituiscono una forza e un valore, vi son pure tanti fiacchi temperamenti di spostati e di sportisti, che il primo soffio di reazione curva, abbatte, disperde. E son costoro generalmente che hanno dato al nostro movimento ribelle, autonomo, battagliero, la tendenza quasi legalitaria della costituzione di partito ufficiale, federato, accentrato, quella tendenza così pericolosa contro cui han gettato il grido d’allarme gli stessi organizzatori, meno ciechi, quali il Verzani, di cui rammentiamo un ottimo articolo apparso nel n. 26 del Combattiamo. Questa tendenza dichiarata a voler «acquistarsi l’indulgenza delle classi sociali a noi contrarie» (vedi Agitazione, n. 10 del 17 maggio 1900, articolo di fondo, seconda colonna), questa tendenza noi non esitiamo a dichiararla anti-anarchica, perché noi non dobbiamo mendicare indulgenza dai borghesi; ma, logici, sapendo di essere combattuti e perseguitati da essi con ogni accanimento, perché ad essi, gaudenti e parassiti, vogliamo rivoluzionariamente (cioè, come solo è possibile fare) strappare il potere, il privilegio, la proprietà individuale, noi, come non dobbiamo pretendere dalla borghesia né misericordia, né indulgenza, né pietà, così pure vogliamo difendere il nostro diritto alla libertà e alla vita integrale con tutti i mezzi e con tutte le armi, violenza contro violenza, occhio per occhio, dente per dente.
Questa tendenza di adattamento alle forme legali dello Stato, questo riconoscimento implicito di una reciprocità di rapporti voluti, non necessari e dannosi tra noi e l'ordine di cose costituito, (quell'ordine di cose che vogliamo appunto distruggere da cima a fondo) aveva già dato prima d'ora i suoi frutti intossicati. Ricordiamo, fra l'altro, la petizione inviata al ministro dell'Interno, con relativo telegramma ai deputati di Estrema Sinistra, da parecchi coatti anarchici della Favignana, nel gennaio di quest'anno, in cui, adducendo il motivo dell'incensuratezza di fronte al Codice Penale, essi reclamavano il proscioglimento dal domicilio coatto, petizione e telegramma contro cui il compagno Luigi Galleani, pur esso coatto, seppe ritrovare la frase vibrata e sferzante che i compagni non avranno, certo, dimenticato. E ricordiamo l'agitazione fatta dai S.A. di Ancona, in occasione del recente processo di alcuni compagni innanzi quel tribunale per associazione sediziosa (art. 251), agitazione per ottenere dal magistrato, rappresentante e difensore degli interessi borghesi, qualche cosa come il riconoscimento giuridico del nostro diritto di associazione, del nostro diritto di sussistere ed agire come partito politico. Quale coerenza possa essere questa per chi si dice anarchico ed anti-legalitario, di chiedere l'intervento e la difesa della legge per aver agio di combattere la legge stessa e chi la fa, non è chi non vegga: e non sappiamo se tale incoerenza fosse più ingenua e più volutamente cattiva. E ben a ragione il Vezzani, nel sopracitato articolo del Combattiamo, scriveva: «Se noi non siamo legalitari, e perciò non conosciamo la legge, ma solo la subiamo contro la nostra volontà, non possiamo ricorrere ad essa per far valere i nostri diritti, senza venir meno ai nostri principi anti-autoritari».
In altri termini: noi che combattiamo e vogliamo distruggere la borghesia, non come aggregato d'individui, ma come determinata classe sociale che ci opprime e ci sfrutta, non possiamo, non dobbiamo pretendere dalla stessa borghesia la concessione benevola del diritto alla vita, del riconoscimento delle nostre intenzioni ideali e generose, la cancellazione dal dizionario, a nostro carico, del vocabolo malfattori. Si capisce, noi, per i borghesi, siamo dei malfattori, perché vogliamo strappar loro colla forza il privilegio di esser borghesi; e non dobbiamo scordare che l'essere malfattore di fronte al codice della morale e della concezione giuridica della borghesia, è per noi l'onore più superbo a cui possiamo aspirare. Quanto più saremo opposti e negativi rispetto alla morale borghese, tanto più saremo prossimi alla nostra bella concezione di morale anarchica.
Ma l'atto del compagno nostro, Gaetano Bresci, ha squarciato l'ultimo velo d'illusioni intorno alle tendenze speciali di lotta di questa categoria di sedicenti anarchici. Già, intorno ai fatti di ribellione individuale, compiuti coscientemente da anarchici, noi avevamo avuto occasione di manifestare il nostro pensiero in dissidenza con i S.A. dell'Agitazione e dell'Avvenire sociale. Percò costoro eransi sinora mantenuti nell'equivoco, né, pur lasciandolo sospettare, avevano espresso il loro pensiero con la brutale franchezza odierna. Per esempio, la redazione dell'Avvenire sociale rispondendo sulla Questione Sociale (num. 44) alle osservazioni da noi mosse nel n. 23 dell'Aurora intorno ai suoi criteri strani di giudizio intorno al pregiudizio terrorista, diceva fra l'altro «spesso un atto di violenza individuale quando risponde ad un'altra violenza commessa dalla parte opposta può essere utile; e quando uno di questi fatti riesce utile alla causa nostra, attira a noi la simpatia delle masse, riveste un carattere politico, e soprattutto risponde ad una necessità del momento (la violenza non dovendo secondo noi mai essere eccessiva o inopportuna, poiché altrimenti con l'usarla a sproposito faremmo come i borghesi che disapproviamo) allora noi lo approviamo, e chi per commetterlo arrischia o perde la vita riscuote tutta la nostra entusiastica ed affettuosa ammirazione».
E l'Agitazione (n. 16), rispondendo sul medesimo tema all'Aurora, pure cavillando sulla graduatoria colla quale certi fatti, secondo essa, si dovrebbero valutare, arriva persino a dire che «l'Aurora usa poca buona fede nell'arguirne una specie di riprovazione per tutti i martiri nostri».
Dunque, non escludeva tutti i fatti individuali. Ora però, dopo il fatto di Bresci, ecco che tanto essa che l'Avvenire sociale solennemente dichiarano che «il partito socialista-anarchico non ammette nei suoi metodi di lotta l'omicidio politico».
Questa dichiarazione debole e codarda (come ben la definisce il compagno Vezzani nel giustissimo articolo che qui sotto riportiamo) ha, quel che è più strano per degli anti-autoritari, la pretesa di esser lanciata da un gruppetto d'individui in nome di tutto il partito socialista-anarchico. Ma di quale partito, se è lecito? Noi crediamo di essere anarchici quanto voi, e la pensiamo appunto all'opposto di voi. Chi vi dà il diritto di legiferare norme di condotta e di azione per tutti i socialisti-anarchici e di parlare in loro nome? E il più bello è che questa stessa gente, quando polemizzava coll'Aurora nell'articolo dell'Agitazione accennato più sopra, si voleva scolpare appunto dall'accusa da noi mossale di aver la mania di parlare in nome di tutti. E scriveva: «Ciò però non significava che tutto ciò che si stampava nell'Agitazione fosse opinione comune di tutta la nostra organizzazione, né della maggioranza, né della minoranza. Comune era soltanto il programma teorico e tattico; tutto il resto, e cioè i giudizi che la redazione del giornale dava su fatti indipendenti dall'organizzazione e dal programma del partito, era opinione personale dei redattori i quali potevano anche lusingarsi di rispecchiare l'opinione di tutti o della maggioranza, ma potevano anche dire cose non approvate che da essi soli. Ne concludiamo quindi che se anche nell'apprezzamento di certi fatti la nostra opinione fosse errata, quando questi fatti non rientrano nel programma dell'associazione (nel qual caso rispecchierebbe l'opinione di tutti gli associati, e allora non il solo giornale ma tutti gli associati sarebbero nell'errore), l'errore resta errore della redazione, e di esso non deve rendersi responsabile il partito, per attribuire a questo tendenze che non ha, come fa l'Aurora citando alcuni giornali anarchici italiani».
Avevamo dunque ragione, sì o no, di veder chiaro in certe tendenze ipocrite ed autoritarie dei federalisti anti-parlamentari, come noi qualificammo costoro? Avevamo, sì o no, ragione di dire che ben ci sentivamo «lontani e dissidenti da un partito che la pensa identicamente ai borghesi e ai poliziotti riguardo alle più eroiche gesta dei nostri martiri sacrificatisi per l'Ideale» (L'Aurora, n. 23)?
 
Alle affermazioni eretiche e sfacciate degli organi magni del federalismo anti-parlamentare hanno fatto eco, naturalmente, le voci fortunatamente isolate degli adepti sparsi nella penisola. A Roma, l'indomani della esecuzione di Umberto di Savoia, quei S.A. lanciarono ai quattro venti della stampa la seguente aurea dichiarazione:
«I socialisti-anarchici di Roma in merito all'odierno attentato proclamano anche a nome di tutti i loro compagni d'Italia, solennemente, in faccia alla nazione ed al mondo civile, che ripudiano con sdegno la prevedibile e codarda insinuazione tendente ad accusare il loro partito come quello che può eccitare a simili fatti. Affermano pure solennemente la nobiltà della loro idea la quale ha per precipuo caposaldo l'intangibilità della vita umana, appartenga essa ad un monarca come al più umile operaio.
Rifiutano ogni e qualunque solidarietà coll'individuo che ha compiuto l'uccisione, dato il caso che esso voglia dichiararsi professante una qualunque idea politica avanzata.
I socialisti-anarchici di Roma a nome di tutti i socialisti-anarchici d'Italia».
Anche questo gruppetto di paurosi, affetti da grossolana mania di dispotismo, proclama il suo verbo in nome di tutti i socialisti-anarchici d'Italia. Nientedimeno!
Bene il Risveglio, periodico anarchico di Ginevra, chiamava servile la condotta di questi individui «messisi alla coda dei monarcofili della repubblica e della democrazia sociale».
Ma questa povera gente ha fatto ancora di più. Presa sempre più dalla tremarella, ha pubblicato sull'Avanti! del 5 agosto la seguente definizione dei socialisti-anarchici. Udite:
«I socialisti-anarchici, sappiatelo, sono la gran massa del nostro partito, il quale mercé l'opera attiva dei nostri compagni più intelligenti, si è da un pezzo totalmente diviso da una piccola minoranza di anarchici-individualisti. E se la differenza che corre tra una parte e l'altra non comprendete, permettete almeno che ve la spieghiamo noi.
I socialisti-anarchici combattono disciplinati, compatti ed organizzati in partito politico, tutte le lotte umane e civili per il raggiungimento del loro ideale, rifuggendo dall'attentato; gli individualisti-anarchici, distaccati completamente dai primi, lasciano all'individuo completa ed intera libertà di azione».
Splendido quel disciplinati per gente che pretende di dirsi anarchica! L'Avanti! naturalmente ricama intorno a questa dichiarazione un mondo di bestialità sull'anarchismo, tanto per dimostrare che non ha nulla in comune con noi! E chi ha mai voluto aver nulla a che fare con certa gente?
Ma continuiamo nella, purtroppo, non piacevole rassegna. I S.A. della Spezia pubblicano pure sull'Avanti!:
«I socialisti-anarchici di Spezia, nella triste occasione del recente assassinio di Monza, tengono a dichiarare pubblicamente che non sono né saranno mai solidali con chi uccide.
Antiparlamentaristi per tattica, credono unico lavoro proficuo la propaganda orale e scritta, che sola può condurre al rinnovamento sociale.
Per i socialisti-anarchici di Spezia: Canonici Eugenio».
Per chi si dice anarchico, l'affermare che basti la propaganda orale e scritta... quando né l'una né l'altra la borghesia ci lascia fare, sarebbe il colmo della ingenuità, se non fosse probabilmente il colmo della paura.
Lasciamo da parte poi alcune altre dichiarazioni isolate, ma tuttavia sintomatiche, nonché le abiure complete che alcuni disgraziati si sono affrettati a fare pubblicamente, cogliendo l'occasione di «rientrare nel seno della grande famiglia italiana, rispettando le leggi».
E nemmeno riporteremo le numerose proteste contro questi atti di viltà individuale e collettiva pubblicate da tanti altri ottimi compagni nei giornali di parte nostra che si pubblicano all'estero. Notiamo, di sfuggita, soltanto un manifesto redatto con energia e senso pratico ammirevoli dai compagni italiani di Marsiglia, ai quali si sono associati anche i compagni di Parigi.
 
Dalle osservazioni sopra esposte, chiaramente ed apertamente si può dedurre quel che noi pensiamo dell'atto eroico e generoso di Gaetano Bresci, nonché, in genere, di tutti gli atti di rivolta individuale o collettiva determinati da una non indubbia coscienza anarchica.
Che l'atto di Bresci sia stato determinato da questo spirito di coscienza anarchica, la quale ha spinto all'azione il suo temperamento insofferente e ribelle, nessun dubbio può esservi. Noi anzi, che ben conoscevamo il nostro compagno, possiamo affermare sicuramente che ben pochi atti di ribellione individuale furono ispirati da una più chiara visione dell'ideale anarchico. Bresci buono, sobrio, onesto, calmo, tutt'altro che impulsivo, quasi flemmatico, cui sorridevano la stima e l'affetto dei compagni, l'amore della compagna e l'adorazione della sua bambina; Bresci che viveva qui relativamente in non tristi condizioni di lavoro, che non aveva infine alcuna di quelle ragioni esteriori, le quali spingono un individuo a commettere un atto che può parere un suicidio; Bresci, delle cui convinzioni anarchiche nessuno di noi ha mai potuto dubitare, non agì certo che per serena determinazione della sua coscienza anarchica, la quale lo spinse a vendicare le torture, le sofferenze, le stragi che il buon re Mitraglia aveva tante volte paternamente elargito al suo popolo. Forse anch'egli nutriva la speranza di determinare col suo atto un eccitamento negli spiriti popolari da indurli alla rivoluzione. Purtroppo, però, l'opera deleteria e rammollente dei masturbatori della scheda ha ottenuto in parte il suo effetto di paralizzare le energie popolari: e il popolo, dopo l'esempio di Monza, non si mosse. Se i redattori dell'Agitazione, i quali hanno scioccamente affermato che Bresci, «più che attentare alla vita del re, ha attentato a quella del partito socialista-anarchico», avessero considerato freddamente le ragioni determinanti dell'atto splendido del nostro compagno, avrebbero lasciato nella penna i loro spropositi.
Noi quindi, senza ipocrisie e senza giri di parole, non solo giustifichiamo l'atto di Bresci, ma lo riteniamo utile e fecondo per la nostra propaganda. Del resto, non siamo stati mai partigiani di quella comoda e sottile teoria della distinzione fra atti individuali da approvare ed atti da ripudiare, in base al criterio della loro pratica utilità di effetti e di conseguenze. Un atto è anarchico, e quindi gli anarchici debbono rivendicarlo, in quanto ha avuto una determinante di azione ispirata alla lotta per il nostro ideale. Come può, colui che agisce, valutare anticipatamente tutte le probabilità di utilità futura che il suo atto può o non può arrecare? E gli stessi partigiani dell'esclusiva azione collettiva, i quali chiamano i generosi che hanno l'eroismo di ribellarsi individualmente vittime dello stato sociale odierno, possono essi forse prevedere anticipatamente se un atto collettivo può riuscire utile o no? E poi anche questo concetto della utilità è molto relativo. Certo, ogni nostro tentativo di ribellione, sia individuale che collettivo, provoca subitamente una tempesta di reazione da parte della borghesia, finché essa riesce a sopraffarci. Ma, per questo, l'idea si distrugge o si diminuisce, o non piuttosto esce più rafforzata da questi bagni di reazione? Noi riteniamo, e l'esperienza dei fatti ci dà ragione, che le persecuzioni e la reazione servono sovratutto a sbarazzare il nostro movimento dalle tempre fiacche ed inutili, che sono d'ingombro più che di utilità, e inoltre riconducono il movimento stesso sulla sua vera strada di lotta diretta e dichiarata contro la borghesia. Dopo i periodi di reazione, la spina dorsale del movimento anarchico è sempre uscita dritta e irrobustita dalla prova. E d'un tratto, mentre ci pareva che ogni consenso del popolo intorno alla nostra idea fosse cessato, ci avvedemmo che l'idea si era più profondamente abbarbicata nel terreno, e aveva allargato i suoi rami fioriti in ogni direzione. La stagione della raccolta dei frutti buoni e maturi non è più lontana, come prima sembrava.
Concludendo: né la propaganda anarchica, né noi individualmente predichiamo ad alcuno la ribellione individuale e l'uccisione. Noi combattiamo la società borghese, le sue istituzioni, i suoi governanti, i suoi parassiti; ma la scelta delle armi, più che da noi, dipende dal modo col quale i nostri avversari ci combattono. Finché alla nostra serena propaganda di idee, fatta con metodi civili ed umani, essi opporranno il bavaglio, il carcere, l'esilio, il domicilio coatto, le torture, la garrota, la ghigliottina e le fucilate, noi abbiamo tutto il diritto di far capire a quei signori che, per quanto sta nelle nostre forze, è bene che per le migliaia dei nostri che cadono sul campo di battaglia dell'Ideale, anche qualcuno di loro compensi, almeno in minima parte, gli innumerevoli martiri nostri, le infinite vittime del popolo oppresso e affamato.
Noi, pur rifuggendo dalle imbecilli orditure dei complotti, ad uso delle antiche sette borghesi (e la polizia e la borghesia intelligente ben lo sanno), quando qualcuno tra noi, più forte, più sprezzante della vita, più generoso e più bravo, si leva e colpisce, non lamentiamo certo il borghese che cade: ma se un sentimento di tristezza e di rimpianto turba la nostra gioia, è solo per il compagno che rimane esposto alle atroci vendette segrete della sbirraglia e degli aguzzini della borghesia.
Lasciateci il modo di diffondere liberamente la nostra propaganda di redenzione e di libertà; lasciateci il diritto alla vita civile, il diritto di parola, di stampa, di riunione; non date carceri, torture e massacri agli insorti della fame, ai ribelli dell'ideale; e vedrete che allora più non accadranno le esplosioni di sdegno e di vendetta da parte di nessuno di noi. Riflettete che nei paesi ove una certa libertà ci viene ancora lasciata (non c'illudiamo però che ci venga lasciata per sempre) quali gli Stati Uniti e l'Inghilterra, non è mai accaduto alcun attentato anarchico. Ma là dov'essi accaddero, furono sempre determinati dalla ferocia borghese che si accaniva bestialmente contro di noi. In Francia, Caserio vendicò Henry e Vaillant, come questi avevano vendicato tanti nostri compagni perseguitati, incarcerati, uccisi; in Spagna, Angiolillo colpì quella tigre in sembianze umane che rispondeva al nome esecrato e obliato di Canovas del Castillo, il quale volle le torture spaventose di Montjuich, ormai note al mondo intero, come raccapricciante episodio della moderna civiltà borghese.
Dateci la libertà di professare e propagare la nostra Idea, civilmente ed umanamente, e la vendetta anarchica non avrà più ragione di colpirvi.
È vero che generalmente siete molto stupidi, o borghesi d'Italia: ma, per una volta tanto, abbiate almeno lo spirito di capire che il volerci perseguitare come bestie feroci, senza tregua e senza pietà, imponendo che da parte nostra non vi colga neppure una rappresaglia, via, è una pretesa troppo... esigente.
 
[L'Aurora, anno II, nuova serie, n. 1 dell'8 settembre 1900]