Brulotti

Trogloditi !

Ecco quello che siamo. Buoni solo ad abitare le caverne del sogno e della metafisica, indegni di mettere piede nei palazzi della concretezza e della praticità. Trasciniamo la nostra esistenza con un millennio almeno di ritardo. Non sappiamo allinearci al passo coi tempi, non ci sforziamo di entrare in sintonia con il presente, ci ostiniamo a fare cose inopportune e a noi poco convenienti.
Brandiamo scompostamente un machete adatto a recidere legami, invece di maneggiare con perizia un uncinetto destinato a tesserli. Ci esprimiamo con un linguaggio oscuro e balbettante, anziché ricorrere ad una favella suadente e divulgativa. Nella nostra rozzezza, ci occupiamo assai più dei desideri individuali (i nostri, anzitutto) che dei bisogni collettivi (quelli altrui, soprattutto).
Cos’altro possiamo pretendere, se non il sospetto e l’ostilità? Li meritiamo entrambi. E che non ci si faccia l’indulgenza di ritenerci ingenui! Macché, siamo proprio arretrati.
Continuiamo a ritenere che la rivolta sia l’esplorazione e il dispiegamento delle potenzialità umane, senza capire che essa ha in primo luogo delle necessità oggettive da risolvere: le lotte sociali non hanno bisogno di poesia ma di tattica ed organizzazione. Insistiamo a lanciare provocazioni per fomentare riflessioni, senza renderci conto che le discussioni dividono gli animi e avvelenano i rapporti; quindi, è meglio accontentarsi di un pensiero-yogurt, leggero e spalmabile su tutti i cervelli. Ci incaponiamo a disobbedire alla tirannia del numero, senza comprendere che i rapporti di forza sono una questione pratica e strategica, non etica; quindi, «la lotta paga» solo se fatta in quantità. Perseveriamo a considerare menzognera un’utopia che ha i piedi per terra, senza avvederci che l’estraniazione è causa di impotenza; perché bisogna stare bene in mezzo alla realtà se si vuole trasformarla. Proseguiamo a ricercare una affinità che sia condivisione di prospettive, senza accorgerci che quanto c’è di più comune sono i buoni sentimenti, i soli in grado di creare buoni rapporti; le idee sono diventate nel migliore dei casi strumenti da usare e gettare senza rimpianti.
Si potrebbe andare avanti, ma a cosa servirebbe? Le innovazioni portate nel movimento anarchico italiano dall’ingresso nel terzo millennio sono sotto gli occhi di tutti.

Dall’attacco diffuso ai piccoli obiettivi sparsi su tutto il territorio si è passati al presidio diffuso davanti ai grandi obiettivi presenti nelle città. L’esplicito rifiuto delle bandiere di partito nelle proprie iniziative è stato cancellato per poter meglio brindare all’avvenuto coinvolgimento delle forze politiche alle proprie manifestazioni. La distanza da tutte le organizzazioni settoriali che vorrebbero redimere lo Stato è stato sostituito da un collaborazionismo che mira a far deragliare le loro pie intenzioni. La passione per i «fuorilegge» e i «barbari» è stata smaltita, rimpiazzata da quella per le «mamme col passeggino» o le «casalinghe di Voghera». Le invettive lanciate ai chierici dell’intellighenzia, cattedratici abili nel dividere l’intelligenza dalla rivolta, hanno lasciato posto agli inviti rivolti ad esperti dispensatori di dati e conoscenze. Da scelta di parte che non viene meno alle proprie ragioni, la solidarietà è andata trasformandosi in assistenzialismo nei confronti delle vittime dello Stato. L’iconoclastia contro tutte le religioni è stata accantonata al nobile scopo di rispettare la cultura altrui (se non addirittura per rivalutare le misconosciute virtù sovversive della preghiera). L’ostinato silenzio davanti al nemico, il tanto vituperato «autismo degli insorti», viene rotto da interventi ai microfoni dei media di Stato. Quanto ai recuperatori, un tempo lontano disprezzati, ormai vengono accolti a braccia aperte e difesi ad oltranza. E chi non vuole proprio saperne di accodarsi a questa svolta a sinistra, chi non mostra entusiasmo per il nuovo corso, è solo un troglodita da tenere a distanza per paura che con le sue cattive maniere finisca col rovinare il bel clima instaurato, facendo precipitare di nuovo il movimento nella marginalità ineffettuale piuttosto che elevarlo alla popolarità fattiva.
Vi siete mai accorti della massiccia presenza di morti fra i collaboratori (involontari) di questa rivista? È un’ulteriore dimostrazione della nostra incapacità di essere attuali, adeguati alle esigenze del momento. Non riuscendo a raggiungere un livello comportamentale che consenta rapporti sociali equilibrati, siamo costretti a frequentare fantasmi. Il futuro non ci appartiene, il presente ci disgusta, per cui ci barrichiamo in un passato selezionato. Trogloditi e passatisti. Ecco quello che siamo.
Ma c’è di peggio. Ne siamo orgogliosi.
 
[Machete, n. 6, settembre 2010]