Contropelo

Il problema della libertà

Gigi Damiani
 
I. Perché le mura di Gerico non crollarono
Il movimento rivoluzionario, conseguenza del dopo-guerra si esaurì in rare e non importanti azioni isolate che furono un lamentevole per quanto glorioso sperpero di energie, di mezzi e di uomini (molti dei quali poi, superstiti alle razzie poliziesche, ai bandi ed alle percosse, il disinganno vinse e condusse altrove) ed in molte, troppe manifestazioni coreografiche ed in assai sbandieramenti festosi, perché mancava di fatto la volontà rivoluzionaria; o, meglio ancora, perché premeva sulle folle un'abitudine di aspettativa del miracolo; abitudine tenuta a balia ed allevata con molta cura dal riformismo; abitudine che paralizzava l’evolversi, il maturare di quella volontà e che soffocava ogni conato d’iniziativa individuale o di gruppi che pretendesse, di quel movimento, accelerare la marcia.
Le masse, pure agitandosi e qualche volta impulsivamente, non sapevano superare il limite dell’inutile agitazione perché attendevano a farlo la venuta di un Messia che nessuna vergine aveva potuto concepire, perché il socialismo si era troppo se non esclusivamente dedicato alle pratiche onaniste del parlamentarismo. Il Partito Socialista Italiano non aveva voluto sposarsi colla libertà (forse perché aveva avuto per precettori dei professori tedeschi) anzi, negli ultimi anni di sua mastodontica esistenza, aveva detto chiaramente che certi amori non erano per una persona seria come lui, che doveva mettere su casa e sostituirsi col proprio governo al governo borghese.
E, in quel tempo, dal capo-lega al deputato, dall'organizzatore al membro della direzione, dal giornalista al propagandista, tutti quei socialisti che si ritenevano nati col bernoccolo del dirigente di masse trascinavano la propria burbanza per prefetture e ministeri, per piazze ed uffici, pavoneggiandosi della loro strapotenza d'occasione. E non solo il nemico essi guardavano dall'alto in basso, ma anche il compagno Zero ed il lavoratore «uno qualunque» i quali dovevano, per vivere, come e con più durezza di trattamento gli accade oggi, accettare una tessera e professare una fede della quale avevano inteso dire qualche cosa nei passati tempi.
Vi erano allora armi e c'erano anche uomini capaci, per una lunga pratica fatta, di adoperarle... E vi era pure nell'aria quell'odor dì sommossa che è proprio dei periodi in cui un popolo esausto e sanguinante per un grande, immane sforzo compiuto, sl accorge che tutte le sue fatiche sono state invano faticate.
Ma i piccoli padri eterni tutti preoccupati del proprio successo fanfarone si limitavano a far suonare le trombe di Gerico sotto le mura della cittadella borghese. Ed ogni volta che un'agitazione economica o politica minacciava di trasbordare in un movimento assai più vasto e profondo essi si affrettavano a incanalarla nel mare morto dell'aspettativa messianica, compensando ed addormentando le impazienze con qualche conquista pratica immediata: una diminuzione di orario, un aumento di salario, il riconoscimento d'una commissione interna, il pagamento delle giornate di sciopero, il trasferimento di un prefetto...
Questo loro «energico» procedimento naturalmente li valorizzava moltissimo presso il nemico che concedeva il meno possibile pur di non perdere il tutto e che, non potendo ancora mostrare i denti, si ingegnava a guadagnar tempo ringraziando, salutando ed inchinandosi anche di fronte alle più tronfie e ridicole nullità.
Le quali se ne sentivano immensamente soddisfatte e si crogiolavano nella loro enorme importanza senza neppure avvedersi che il nemico, simulando umiltà, preparava oltre ai congegni difensivi quelli di attacco.
Nonostante la situazione propizia, e propizia per un complesso di cause diverse ad un movimento profondamente rivoluzionario, si continuava a parlare di aumenti di salario, di competenze accessorie, di riduzione di orari, di controlli, di conquiste di comuni e di ora storica… fatale che suonerebbe poi. Il socialismo era tutto lì. Il sole dell'avvenire… ridotto a una «marchetta»... un gettone di presenza, burocratizzatosi, non scaldava altre maggiori speranze che gli scioperi di classe e di categoria. Perché oltre la classe c’era anche la categoria che faceva la sua lotta non solo contro il padrone, ma anche contro la sua propria classe.
Si spiega così come le masse affluissero e fossero sempre pronte a rispondere quando c'era una rivendicazione economica da far valere •e come disertassero sempre più la piazza quando veniva proposto uno sciopero politico.
L'idealità che insegna e prevede tutti i sacrifici, che sfugge i compromessi politici, che spezza anche la disciplina dì partito quando chi dirige il partito tentenna, mercanteggia, o sente il peso delle responsabilità; l’idealità, che chiede audacia e non calcolo, era in pochi.., pochissimi. Ed anche tra questi quanti non correvano dietro ad un sogno di potere che poi hanno realizzato altrove, bastonando i «compagni» di ieri?!…
Si cantava è vero, a perdifiato, «bandiera rossa» con tanto di «viva il Socialismo e la libertà». Ma la libertà c'entrava per la sonorità del verso più che per altro. Figuratevi che la libertà l'hanno messa poi nel loro canto di battaglia anche i fascisti: per la rima.
In conclusione la rivoluzione promessa nei comizi elettorali e rimandata, ad ogni sciopero bene o male concluso, alla prossima occasione, si prospettava come sostituzione di classi che si sarebbe verificata non appena la borghesia, non potendone più, si sarebbe dimessa. L’operaio voleva diventare padrone; il deputato sognava di svegliarsi ministro; il membro della direzione già si vedeva dittatore; il capo lega era sicuro che, appena «venuto Lenin», lo avrebbe fatto commissario provinciale ed il bidello del Circolo Enologico di Studi Sociali paesano si preparava intanto i galloni di capitano — per lo meno! — della Guardia Rossa. Però neppure quest'ultimo se la sentiva di arrischiarci Ia pelle.
Centinaia di migliaia di voti, molti ordini del giorno e moltissima «bandiera rossa».
Le mura di Gerico, della Gerico borghese, sarebbero un bel mattino crollate da loro stesse.
 

Si è rimproverato costantemente dai socialisti agli anarchici una eccessiva fede nel miracolismo insurrezionale e rivoluzionario. Ma in verità cinquanta e più anni di politica socialista non sono stati che cinquanta anni di propaganda miracolista, di un miracolismo snervante e che andava — prescindendo dalla primitiva concezione catastrofista marxista — dal «fatemi deputato, e poi vedrete», dall'«organizzatevi... e poi vedrete...», all’aspettate che i fati maturino in decreti legge e poi «comanderemo noi». E nessuna intemperanza, nessun utopismo: conquiste pratiche e concrete; consolidamento d'ogni posizione occupata. Nervi a posto.

E le folle socialiste, quando è venuto il momento rivoluzionario, il momento in cui bisognava fare impeto senza più pensarci sopra, giocando il tutto per tutto, per abitudine nella loro quasi totalità sono rimaste coi nervi a posto… gli occhi fissi sugli indici di caro-vita… in attesa del miracolo.
E quando invece del miracolo sono venute le botte e la reazione; quando coloro che avevano appreso tra i socialisti l’arte di organizzare col laccio al collo, ovverossia col «bevi e affoga», le classi lavoratrici, ebbero una maggiore possibilità di esagerare il sistema, quelle classi lavoratrici — pur rimpiangendo i bei tempi in cui si guadagnava di più — hanno cambiato il distintivo e dalla Confederazione Generale del Lavoro sono passate a quella delle Corporazioni Nazionali, sia pure con un po' di rimpianto nel cuore, ma sfuggendo alla disperata resistenza.
E tutti gli avvocati, tutti i professori, tutti gli spostati della borghesia e tutti gli intellettualoidi avidi di nomea e di stipendio che prima affluivano al Socialismo, perché il Partito Socialista era la più fortunata agenzia di collocamento… si affrettarono a ritrovare la nazione, giacché la vecchia agenzia internazionale falliva.
Resistenze eroiche di minoranze e di singoli ve ne sono state, ve ne sono e ve ne saranno, ma si tratta di vere e proprie minoranze, di quelle sulle quali il lievito idealistico aveva già depositati i suoi fermenti.
La grande massa, quella che doveva fare impeto e che invece soffiava a tutto fiato nelle trombe di Gerico, si è sbandata subito non appena i capi hanno dimostrato che non erano né eroi, né taumaturgi, ma semplici giocolieri politici.
Scherzi atroci del miracolismo riformista e parlamentare: beffe schiaffeggianti del determinismo economico il quale fa il marxista ed il borghese secondo l'occasione e la mensa imbandita.
Per riuscire a qualche qualcosa di più e di meglio che ad un colpo di mano per una sostituzione di situazioni autoritarie — e neppure quello hanno avuto l'ardire di tentare — bisognava dare alle masse, parlando loro più di sacrificio che di cuccagna, un viatico di fede, di fede nella libertà: bisognava animarle alla lotta rivoluzionaria e non esaurirle nelle grandi manovre scioperaiole, che stancavano un po' tutti e diminuivano nel contempo la ricchezza necessaria per il domani; bisognava dire ai lavoratori: la salute è in voi e non nell'influenza presso il ministro dei lavori pubblici o quello degli interni del compagno onorevole.
E quando la sommossa accidentalmente esplodeva e prendeva aspetto d'insurrezione, come in Ancona, o in quel di Firenze, non bisognava rifiutarsi a generalizzarla per paura di essere travolti, di non poter condurla più col guinzaglio del programma del partito, e non bisognava affannarsi coi supplichevoli contrordini.
E bisognava aver saputo contare in tempo sulla forza delle idee. Ma questa forza era stata irrisa. Il materialismo storico, sicuro di se stesso, come un generale tedesco del tempo prebellico, l'aveva «scientificamente» bandita.
... Per andare a combattere, disposti a vincere o a morire, nelle trincee della rivoluzione urgeva la spinta di una forza morale… che mancò.
 

Si dirà: e perché voialtri anarchici non avete fatto quello che i socialisti non facevano? Certamente qualche cosa noi abbiamo fatto. Ma eravamo pochi e di questi pochi alcuni parlavano un linguaggio non accessibile alle folle, e divagavano troppo spesso intessendo panegirici all’assoluto filosofico del super io qualche volta anemico e scrofoloso. Altri, i più, subivano l'influenza del momento; diremo che piegavano quasi sotto il peso dell’immane movimento socialista e sacrificavano, senza avvedersene, all'imminenza rivoluzionaria di una rivoluzione di masse, il loro insurrezionalismo di minoranze che trascinano le maggioranze. E pure avendone la penosa sensazione, non volevano capacitarsi dl un fatto ripugnante: del tradimento socialista che maturava. Intendiamoci: non tradimento di prezzolati, di venduti, ma di inetti ed anche di onesti... Di onesti, cioè, di gente che capiva solo allora la impreparazione idealistica della massa… di quella massa che era stata educata essenzialmente a digerire meglio, a lavorare meno, a guadagnare di più: materialisticamente.

Ma una voce grida: Badate che il nemico vi ascolta.
E che importa se il nemico ci spia da vicino e si fa arme anche delle nostre confessioni?! La verità va detta intera perché il tradimento non si ripeta; perché non ci si ritrovi domani, anche se il domani dovesse ritardare, paralizzati dalla stessa impreparazione spirituale.
Il Socialismo animò un movimento travolgente, e travolgente se pur di minoranze, finché fu mosso, alimentato dai valori ideali, spirituali, morali; finché parIò di sacrificio e di generose audacie. Ma quando creò impieghi e distribuì salari, quando stabilì graduatorie e andò a sedersi in casa del nemico e vi si trovò comodo, pur diventando movimento di maggioranze, niente più travolse, ma preparò i gorghi che dovevano attanagliarlo per i piedi, ma soffiò sull’ondata che doveva spazzarlo via.
Diciamo perciò tutte le verità che oggi si possono dire, perché gli errori non si ripetano. Forse verrà il giorno in cui se ne potranno o se ne dovranno dire anche delle altre. E rifare la storia vergognosa dei «fronti unici» e di molti scioperi...
Oggi… qui...
Oggi la libertà è sulla croce: la libertà vera. E con essa sono state crocifisse anche le piccole libertà democratiche e bottegaie. Ma noi vogliamo schiodare quella e non ci importa di queste altre che, in un primo momento, alla crocifissione di quella hanno dato mano. Gli stessi crocifissori penseranno a schiodarle loro le piccole libertà democratiche e bottegaie, quando ne avranno bisogno. Noi vogliamo schiodare la libertà vera, la libertà unica, la libertà integrale.
... Le mura di Gerico non crollarono per il clamore processionale di una folla che non voleva diversamente espugnarle, perché non era stata né materialmente, né soprattutto moralmente, preparata a combattere. Quelle mura non furono neppure diversamente assalite quando dietro di esse gli assediati preparavano le loro sortite… perché secondo il parere illuminato dei capitani non si doveva arrischiare in un urto decisivo la fortuna delle posizioni occupate. Quelle posizioni che furono poi, una alla volta, ignominiosamente perdute.
Ma, e se quelle mura fossero crollate?
Che ci avrebbero dato i condottieri del popolo eletto, i sacerdoti dell’arca santa marxista?
Ci avrebbero dato il rovescio della medaglia fascista: la dittatura nel nome del proletariato.
Ieri essi non lo dicevano apertamente anzi fra loro ne discutevano in contraddittorio; ma dopo nuovi viaggi, nuovi pellegrinaggi alla Mecca moscovita, l'unità, se non quella materiale, impossibile con tanti generali, quella spirituale, l’unità è di nuovo tra loro a proposito del fine da raggiungere, da imporre e le tendenze diverse non sono in fondo che pretesti per mascherare rivalità personali e di gruppi. Ma gli uni e gli altri vogliono lo Stato… operaio: Stato classista: cioè della classe… dei dirigenti.
Il loro ideale è quello di abbattere la presente situazione sl, ma sostituendo tirannia a tirannia. Cioè, quello di lasciare la libertà vera inchiodata sulla croce, pur servendosi di un fantasma di libertà per chiamare gente a far «blocco».
Ebbene no. Noi non dobbiamo prestarci più a simili giochi.
Noi dobbiamo dire della libertà vera tutte le bellezze, tutti i suoi austeri e generosi atteggiamenti. Noi dobbiamo renderla amata e conosciuta, proprio adesso che da molti viene invocata, come s'invoca un mito, nell'ora della cattività, nell’ora della disperazione.
Noi dobbiamo essere fin da oggi contro tutte le dittature: contro tutte, anche se tra queste ce n’è una che vuole liberarci dalla presente.
 

II. La fatica di Sisifo

L'uomo, con una costanza non più ammirevole, ma stomachevole, per una lunga teoria di secoli, si è affaticato a rinnovare le sue pene sperimentando e risperimentando, dopo averli ritoccati, i diversi regimi politici ed economici che in tutti i tempi hanno formato la sua infelicità. Cosl come a più riprese ha cambiato i suoi iddii, così e più spesso ha cambiato di padroni. Ha sostituito il capo tribù col gran sacerdote, il pontefice col capitano di ventura, l'autocrate col re costituzionale, il presunto re travicello col presidente più o meno democratico di una repubblica più o meno oligarchica; si è dato dei dittatori ed ha fatto persino delle rivoluzioni per trovare delle brave persone che si sacrificassero a governarlo in suo nome....
Ha fatto, corretto e disfatto ed è tornato a fare quanto aveva demolito... Si è spinto avanti ed ha camminato a ritroso… Ma oggi come ieri, o come ieri l’altro, tirata la somma di tutte le sue fatiche e di tutte le sue esperienze, è costretto a confessare… a se stesso (per paura di essere arrestato dai gendarmi che lui stesso ha voluti e che lui mantiene) che le cose vanno molto male e che è sempre lontano dal raggiungere quello stato di vivere civile che deve farlo signore della sua propria esistenza e non conservarlo sempre schiavo di pochi o di parecchi.
Pure a studiar bene tutta la sua «via-crucis» bisogna constatare che relativamente esso ha progredito: i suoi ricorsi storici li ha effettuati percorrendo una spirale. Se sente di più la schiavitù di oggi è perché ha dimenticato quella di ieri. Nondimeno bisogna pur riconoscere che il suo andare si svolge lento ed a zigzag; spesso incerto e contraddittorio. Fatto un passo avanti alle volte ne fa tre indietro, per poi più tardi riprendere l'interrotta marcia. E di tanto in tanto piega sotto il peso della sua croce e si accascia, inerte, abbrutito.
Però se lo consigliate a liberarsi appunto del peso di quella croce, della croce ch'egli crede fermamente suo destino doversi trascinare dietro, egli scandalizzato farà un gesto di rifiuto. Si ricuserà persino a tentarne l'esperienza. Pure se insistete vi ascolterà e se lo trovate in un momento di disperazione acuta vi applaudirà anche. Ma non uscirà di lì… ripreso dalla «logica» di un suo antico ragionamento: un ragionamento che non è il suo, ma che altri ha fatto per lui e che lui ha appreso a memoria come un precetto morale.
— Come farò a camminare liberato da questo peso? Questa croce è per me quello che è la coda per le scimmie, il timone per la nave: equilibra i miei gesti ed i miei sforzi, mi rimette sulla diritta via ogni volta che ne esco. L'hanno fabbricata gli avi dei miei avi ed attraverso i secoli è stata più volte restaurata. Vi sono perciò in essa delle superstrutture più o meno nuove ed anch’io vi aggiungerò qualche cosa per i miei discendenti. Ma la sua ossatura interna è vecchissima, putridissima forse, perciò sacra.
Questa croce del resto ha un nome glorioso che fa abbassare il capo a molta gente superba: si chiama la croce della Tradizione. Ora se io mi libero della Tradizione che cosa sarà di me? Io sarò come un fanciullo che ha perduta Ia madre: ritornerò come un bambino che ignora tutto e dovrò apprendere di nuovo tutto. Meglio perciò portarmi dietro questa croce non ostante il suo peso: essa dopo tutto mi dà anche la conoscenza storica dei miei mali, il che è sempre una consolazione...
— Ebbene se quella conoscenza dei tuoi mali è reale conservati quella, tienti bene in mente soltanto quella. Ma sbarazzati di un peso che ti schiaccia e che si aumenta di inutili superstrutture. Tenta una vita nuova nella piena libertà dei tuoi movimenti. Se ne avrai voglia potrai sempre ritornare sui tuoi passi, e curvare di nuovo le tue spalle sotto il peso della Tradizione. Ma sei sicuro che ne avrai poi voglia?
Passato lo stordimento del primo istante, dopo avere barcollato nei nuovi tuoi primi passi tu proverai il piacere di sentirti padrone dei tuoi movimenti; conoscerai la libertà vera e camminerai spedito e con animo allegro, giocondamente, verso la tua perfettibilità.
Ma l’uomo non dice né sì, né no. Vorrebbe, ma non osa. È che la sua volontà non funziona come una forza che può diventar «causa» dopo essere stata «effetto». Mille piccole paure ed egoismi la ottenebrano, la paralizzano.
 

III. La libertà problema di volontà

Diamo perciò una volontà all'uomo, educhiamolo a volere.
— Ma questa è precisamente la missione, anzi la funzione, del determinismo economico, il quale può anche sostituirsi a quella nelle sue fatiche, determinando in sua vece una evoluzione di giustizia; suggeriscono i marxisti.
Dietro il groviglio delle parole che sostituisce il Padre Eterno col Determinismo economico, contro il volontarismo che libera, si scorge in armi la Forza delle cose che «casualmente» può anche liberare.
Perché la forza delle cose è una forza cieca. Agisce, ma si contraddice.
Prepara una situazione, ma non la risolve. E, come il pendolo, oscilla tra i due estremi e percorre e ripercorre strade già battute.
Affinché la volontà dell'uomo possa intervenire come elemento direttivo e risolutivo nel gioco delle forze cieche bisogna educarla spiritualmente, animarla con una idea che la sublimi e la conforti a tutti i sacrifici ed a tutte le audacie.
Il problema della libertà è soprattutto un problema di volontà.
I grandi movimenti di popolo sono una risultanza della forza delle cose in azione, dalla lotta tra le nazioni alle insurrezioni, alle rivoluzioni che modificano l’assetto politico ed economico di un paese. Non è stata la forza delle cose che ha mosso i primi nuclei umani alla conquista della Terra? La tribù nomade non si è forse fissata sul suolo coltivato in virtù della forza delle cose?…
Vero; ma se a queste risultanze, nel loro aspetto generico reali, togliamo il contributo dell'intelligenza, la consapevolezza del gesto compiuto o da compiersi, la maturata volontà di agire, l’intuizione spontanea o ragionata di quello che dovrà essere, il desiderio passionale che ciò sia, l'influsso morale persuadente allo sforzo da compiersi in un dato senso, avremo sì, sempre il movimento, il gioco della forza delle cose in azione, ma le probabilità di una conseguenza realmente di progresso saranno ridotte a pochissime, e dovranno far calcolo più sul caso che su di una conseguenza che non può essere logica perché è mancato, o è stato limitato, il ragionamento che doveva prestabilirla o indirizzarla logicamente ad una meta intravista.
 

La forza delle cose potrà sommuovere migliaia e migliaia di disoccupati, o di salariati angariati da una troppo ingorda usura padronale, e potrà anche sollevare un popolo affamato e costretto colla violenza a rassegnarsi alla propria miseria, ma alla sommossa, alla sollevazione di tali elementi, la forza delle cose non concederà che uno spazio assai limitato per svolgersi, per esaurirsi. Gli affamati si fermeranno al saccheggio dei depositi delle vettovaglie, i salariati forse riusciranno ad imporre una più equa considerazione della fatica loro, i disoccupati dopo essersi sgolati nel chiedere pane e lavoro forse verranno a scaglioni sistemati in qualche provvisoria occupazione. E la forza delle cose paga delle sue… vittorie si riposerà preparando nuove situazioni che ripeteranno i fatti già avvenuti, oggi con vantaggio, domani con perdita.

La forza delle idee invece, pur non disprezzando il coefficiente della forza delle cose, anzi vigilandola per poterne usare con profitto, la sommossa trasformerà in rivoluzione per un atto di volontà; e darà battaglia per un fine non transitorio e contraddittorio, ma per un ideale di giustizia e di libertà che raggiunto, collocherà l'uomo e la specie su di una piattaforma diversa da quella sulla quale fino ad oggi si è agitato e dalla quale potrà muovere verso un sempre più luminoso avvenire.
 

Gli ultimi avvenimenti che in Italia hanno fatto la fortuna non di un partito, ma dei fuoriusciti da tutti i partiti — fuorusciti per avidità di potere, per stanchezza di sacrifici, per non maturati convincimenti, per conquista di impieghi e di sinecure — sono lì colla eloquenza del fatto consumato a confermare che è stoltezza basare tutto un movimento di masse e di folle soltanto o prevalentemente sull’egoismo o l'interesse di classe, ovverosia sulle necessità economiche.

Lo sconforto attuale della quasi totalità del proletariato, in uno colla sua sconfitta, ha dimostrato che laddove non agiscono impetuose e frementi le forze ideali, le forze morali, non si ha audacia per le arrischiate conquiste, né eroico spirito di sacrificio per le disperate difese.
Il fascismo stesso — sebbene confortato da tante complicità — ha sentito il bisogno di inventare dei miti e con questi entusiasmare ed esasperare compatte schiere di giovani, che altrimenti non avrebbe potuto trascinarsi dietro in un primo momento e spingere avanti in un secondo.
Bisogna dunque rivalorizzare le idee e generalizzare il più possibile una tale valorizzazione: bisogna riabilitare i valori morali rialzandoli alla loro importanza atta a muovere la storia.
E urge impostare il problema della libertà non come un problema di classe che la classe — lei e non altri — deve risolvere, ma un problema umano che interessa tutti e deve appassionare tutti.
Lavoratore o professionista, dotto od incolto, figlio della miseria o della agiatezza, venuto dal basso o sceso dall'alto, colui che si approssimerà all'ara della libertà per sacrificarvi la sua offerta di fede e di speranza deve essere accettato come un fratello...
Classificarlo in base alla sua origine o respingerlo perché non idoneo a trattare degli interessi economici di una categoria, o a irrigidirsi nella disciplina di partito anziché a muoversi dentro quella delle idee, non è opera né avveduta, né onesta.
Che la forza delle cose intervenga nel fatto economico e ne stabilisca i conflitti; ma chi vuole a quei conflitti dare una soluzione che non sia un succedersi di ripetizioni pressoché sterili degli stessi conflitti, educhi la propria volontà e quella dei simili a subordinare quella soluzione alla soluzione del problema della libertà.
Fuori del quale non v’è salvezza.
Ma v’è la fatica di Sisifo.
 

IV. Il problema della libertà e la violenza

Per l’uomo che non vuole opprimere né sentirsi oppresso; per l'uomo che vuole raggiungere la propria felicità e vivere la sua vita nella pace e nel benessere non vi è che un problema «unico» sociale, politico ed umano da risolvere: quello, cioè, della libertà.
Tutti gli altri problemi, intorno ai quali pur tanto si affaticano gli uomini, hanno una importanza secondaria ed il loro valore è solo degno di rilievo quando essi al massimo dei problemi, o a quello che io chiamerò somma di tutti i problemi di giustizia, si approssimano e giovano.
Perciò non vi possono essere rivoluzioni — la rivoluzione intesa come generalmente è sempre stata intesa, cioè come un episodio di progresso — che non si prefiggano risolvere il problema della libertà.
Tutti quei movimenti di propaganda e di conquista che un tale problema scartano (o rinviano, per una soluzione, ad epoche successive, o lo dimenticano, o addirittura lo ripudiano), della rivoluzione usurpano il nome e non sono di fatto rivoluzioni ma colpi di mano o di Stato; sopraffazioni di partiti, di caste, di classi ed anche di masse.
Perché non è detto che dove è la massa, cioè la maggioranza, sia necessariamente una comprensione chiara e precisa del divenire sociale, del perfezionamento dei sistemi politici di vita collettiva, dell'esaltazione del diritto d'ogni singolo, della finalità libertaria vantaggiosa per tutti.
Così quando il fascismo vanta una sua «rivoluzione» in atti si dimostra, non ostante tutte le sue competenze, perfino incompetente a valutare ciò che per rivoluzione da tutti i popoli e in ogni tempo ed in ogni luogo si è inteso e voluto. Per inserirsi nella storia in veste da galantuomo, il fascismo fa della pura e semplice demagogia truffaldina. Esso non ha compiuta una rivoluzione, ma una specie di colpo di Stato col consenso dello Stato.
E quando i comunisti russi parlano di una rivoluzione in efficenza, da loro difesa, protetta, ampliata, essi pure, colla presunzione propria di tutti gli arrivati, dei servi fatti padroni, dell'inquisito elevato a inquisitore, del ladro fatto guardiano, della recluta promossa a generale, tentano una frode degna di giocolieri da strapazzo… così come la tentano i fascisti, dei quali sono il rovescio della medaglia.
Ma gli uni e gli altri si trovano soli ad acclamare e giustificare se stessi. E intorno al loro carro trionfale anche se il consenso dei vinti e dei vili, e dei ben sazi clienti e dei ben pagati pretoriani, fa gazzarra, si assiepano le moltitudini nel cui animo l'odio «brucia tuttavia in silenzio».
Il problema della libertà non può essere compreso dai partiti che hanno un loro programma da imporre e che cospirano o patteggiano per imporlo.
La stessa «giustizia sociale» che si vuol far consistere «tutta» nell’eguaglianza economica raggiungibile attraverso i decreti di un nuovo Stato, non comprende, come si vuol far credere, la soluzione di quel problema, anzi, una volta in pratica, lo allontana. E lo allontana riconciliando l'individuo, o una somma d’individui, con sistemi più ingiusti economicamente parlando, ma più tolleranti verso opposte e diverse manifestazioni spirituali e politiche; facendo rimpiangere i tempi in cui la povertà non escludeva l’uso delle più comuni libertà.
Certi sistemi cosiddetti comunisti che pretendono elevare l'umanità adescandola per il ventre, ricattano l’individuo come Giacobbe ricattò Esaù; vogliono, cioè, sopprimerne la personalità compensandogliene la perdita con una scodella di zuppa sulla quale luccicherà qualche isola di grasso sebaceo, colato dalla sudante collettività diventata «libera» di controllare il perfetto funzionamento del proprio giogo. Forse una zuppa per tutti, però la libertà per nessuno.
Ma vi saranno sempre uomini, pochi o assai, i quali si ribelleranno alla meccanizzazione che si vorrà fare di essi; vi saranno sempre uomini che cospireranno per la rivoluzione che dovrà liberare il corpo e lo spirito.
 

L'uomo non appena salito di un gradino oltre il livello della propria animalità vissuta nel branco, non sente altra aspirazione assillante che quella della conquista della sua particolare indipendenza. E tutti i suoi sforzi attraverso il tempo e lo spazio, non tenderanno che a raggiungere l’agognata emancipazione.

E come l’individuo, così i gruppi, così i popoli.
Avviene però che, assai spesso se non sempre, da ciascuno — individuo o gruppo, o nazione — per evidente errore di calcolo, la conquista della propria libertà la si poggia sulle vacillanti basi del danno altrui; su di una diminuzione delle altrui libertà.
È oggi verità corrente, in un certo mondo, che una nazione per sentirsi pienamente libera, cioè padrona di se stessa, deve necessariamente schiacciare i suoi vicini o pesare sopra di essi colla propria egemonia politica e commerciale; — così pure, un cittadino, per raggiungere la sua libertà deve conquistarsi una posizione finanziaria o politica che lo collochi in una situazione di privilegio.
Come ognuno, senza ricorrere ad uno sforzo di indagine e di critica, può facilmente constatare, si tratta di supposte soluzioni parziali del problema della libertà e che escludono a priori ogni qualunque processo di continuità e di sviluppo collettivo, universale.
Colla imposizione e colla sovrapposizione non si può risolvere il problema della libertà, né tanto meno sostituendo situazioni di tirannia di classi o di gruppi: perché chi opprime non è libero di godere neppure quella che considera la propria libertà; perché chi si colloca in una situazione di privilegio, di eccezione, di superiorità, non è mai sicuro di conservarla ed in ogni momento dovrà sentirla martellata dalle maledizioni e dai colpi di tutti coloro ai quali è di peso o di usura, di tutti quelli che necessariamente deve opprimere.
Dunque: non esercizio della libertà, ma possibilità di arbitrio; — non godimento della libertà, ma orgia di violenze transitoriamente fortunate; — non diritto, non giustizia, non sincerità, ma usurpazione, sopraffazione, inganno: tirannia sempre.
Il problema della libertà non può avere per fattori privilegi che devono pesare sugli altri, di questi altri menomando, senza reciprocità di sacrificio e di vantaggi, l'uso dei particolari diritti.
Il problema della libertà non è e non può essere un problema esclusivamente classista, ma umano; non di chiesa o di partito, ma universale.
E chiunque ne imposti la soluzione deve necessariamente coordinare il fine ai mezzi. Alla libertà bisogna andare colla libertà.
Ché una libertà la quale per realizzarsi deve violare o sopprimerne altre, imponendo (non col ragionamento o coll’esempio che persuadono, ma colla violenza che piega e incatena) il proprio programma — un programma che non si discute — non è più libertà, ma dispotismo.
Una libertà che per mantenersi ha bisogno del birro e dell'inquisitore, della spia e del carnefice, è frode ciarlatani politici e può essere sopportata soltanto da un popolo che ha l'abitudine del servaggio.
Scartata invece l’imposizione non vi possono essere libertà che si elidono, ma libertà diverse che contrattano e si conciliano e si armonizzano. Cioè, non urto, ma ragionamento.
 

Fino ad oggi gli unici che hanno osato affrontare la discussione del problema della libertà, impostandolo nella sua interezza e dimostrando l'urgenza e l’indispensabilità e l’improrogabilità della sua soluzione sono stati gli anarchici e quegli studiosi la di cui critica dei diversi ordinamenti economici e politici esistenti e sorpassati, ha dovuto sfociare, per sincerità d'indagine e di deduzione, anche se partita da opposte premesse e promesse, nella conclusione anarchica.

Le diverse scuole democratiche e socialiste, o la libertà hanno considerato come il semplice diritto all'uso di alcune comuni possibilità di azione politica, o l'hanno subordinata talmente al dogma dell'assoluta eguaglianza economica da lasciar supporre che la umanità nuova non possa svilupparsi se non come un enorme ventre le di cui funzioni sarebbero regolate da un potere centrale mostruoso, mastodontico, schiacciante.
E qualche scuola socialista è arrivata più oltre: è arrivata a schernire direttamente il principio di libertà; ad affermare che lo respinge giudicandolo piccolo borghese, e cioè reazionario.
Così abbiamo veduto fascisti e comunisti affaticarsi per dimostrarsi gli uni più degli altri liberticidi nelle parole e nei fatti.
Si potrà osservare che non sono mancati anarchici che nella valutazione di un tale problema si sono contraddetti o che hanno finito col divagare nel mondo dell'assoluto filosofico e che molti fanatici della libertà alle volte assumono atteggiamenti di carnefici della stessa libertà.
Verissimo.
Ma ciò può dipendere dalla somma delle contraddizioni che attanagliano l'individuo in un ambiente di dispotismo, da particolari stati d’animo, come pure dal fatto che molti sovversivi e studiosi, arrivando all’anarchismo vi sono arrivati colle spalle ricurve sotto il peso di un bagaglio ingombrante: bagaglio di postulati economici, di promesse economiche, di determinismo economico, di materialismo storico e di classismo catalogato con una assurda rigidezza.
Così quelli sui quali tale bagaglio pesava non videro il problema della libertà se non come un problema dipendente dal fattore economico e fecero gridare da San Paolo — perché proprio da lui? — chi è povero è schiavo. Come se non vi fossero stati anche al tempo di San Paolo degli eunuchi ricchissimi e dei servi panciuti.
Ed altri, passati sotto il torchio di tutte le tirannie, nel nome della libertà calpestata, avvilita, negata, finirono, per un eccesso di reazione, per sognare soltanto un'ora di allegra vendetta da compiersi sui tiranni ed i loro clienti di ieri.
 

Ora non richiede fatica l’ammettere che si possa arrivare ad assicurare accidentalmente una certa somma di benessere bucolico agli abitanti tutti di una data regione, per compenso di una generale oppressione o sottomissione al volere dei pochi verosimilmente onesti ed animati dalle migliori intenzioni.

E non deve costare neppure fatica l’ammettere che si presenti nella storia un tiranno il quale possa per un certo periodo di tempo far banchettare i suoi sudditi e stordirli con feste carnevalesche.
Ma tutto ciò non può avere che una durata di momento, effimera al cospetto della storia.
Il benessere assicurato a tutti su un piano di eguaglianza e razionato con identica misura non contenterà che pochi e forse nemmeno questi e verrà assai presto a mancare — come beneficio per tutti — perché la capacità produttiva sarà grandemente diminuita dai «lavori forzati», i quali soffocheranno ogni iniziativa e abbrutiranno i membri della collettività colla imposta livellazione degli sforzi da compiere e delle necessità da soddisfare.
Senza contare poi la corruzione che i pochi elevati, o elevatisi, a reggitori inconsciamente assimileranno per la deformazione professionale della loro potenzialità amministrativa e che si manifesterà dispotica non appena dovranno creare e manovrare classi privilegiate, categorie speciali, con funzione permanente, per fare eseguire e rispettare determinate prescrizioni.
In quanto all'abbondanza regalata dal tiranno e scontata colla servitù avrà la durata di un abbondante raccolto o di una pingue rapina in casa altrui.
La ricchezza per tutti nel senso largo ed onesto dell'espressione non può essere il risultato di disposizioni dittatoriali, di accentramenti burocratici, di razionamenti conventuali — diversi poi in pratica per i novizi e... per i frati effettivi — ma sì il risultato della libertà per tutti.
E non potrà, anche se diversamente raggiunta, mantenersi se tutti non avranno la libertà di contribuirvi e quella di compenetrarsi delle necessarie eventuali limitazioni.
L’uomo deve avere la libertà di produrre e di consumare.
 

Il problema della libertà è unico e indivisibile.

L'insuccesso d’ogni regime democratico è conseguenza della divisione e suddivisione ch’esso compie del principio di libertà.
La libertà non la si concede in parte e fino ad un certo punto… Non la si può ammettere e permettere in un senso e negare in un altro. Le limitazioni la contraddicono: il frazionamento la nega.
Per educare alla libertà non c’è niente di meglio che l'uso della stessa libertà.
La libertà integrale deve essere spirituale, politica ed economica. Se la si limita ad uno solo dei suoi caratteri fondamentali, se per una rinunciasi alle altre funzioni che la integrano, si risolve in una beffa atroce come avviene nelle nazioni a regime democratico, o in una tirannia peggiore delle altre come nel regime comunista autoritario del quale la Russia ci offre oggi un nient'affatto ammirevole esempio.
L'uomo libero per sentirsi di fatto tale non deve subire nessuna dipendenza economica e politica; non deve essere coartato nel suo modo di pensare; deve godere della facoltà di potere senza restrizione comunicare il suo pensiero: non deve essere costretto a compiere cosa che ripugna alla sua coscienza.
C’è chi dice: — La libertà per tutti, ecco un nobile e generoso ideale; ma come conciliare tutte le fedi, armonizzare tutti i bisogni, impedire la soggezione di determinati gruppi da parte di altri gruppi più sviluppati o meglio favoriti da speciali condizioni ambientali?
La risposta a questi interrogativi è nella loro stessa presentazione.
Infatti bisogna conciliare le diverse fedi nella tolleranza reciproca e non negare a questa o a quella il diritto di vita: necessita armonizzare i bisogni e non collocarli in contrasto permanente: urge spingere la solidarietà dei gruppi fortunati verso quelli derelitti, di quelli evoluti verso quelli retrogradi, per un calcolo nobilmente egoistico e non esclusivamente sopraffattore e di spoliazione.
Si chiederà: volete allora stabilire un rapporto di tolleranza reciproca, per esempio, tra l’eretico e l’inquisitore; tra il servo ed il padrone; tra la tribù colonizzabile ed i pionieri della civiltà? Sarebbe un tentativo assurdo.
Rispondiamo: Niente di tutto ciò. Nei confronti della libertà non vi possono essere rapporti di reciprocità se non tra gente libera o che vuole raggiungere la propria libertà senza trasformarla in oppressione per gli altri.
L’uso della libertà presuppone la conquista della libertà.
Dunque non eretici e inquisitori, ma individui liberi di credere o di non credere in questa o quella divinità.
Dunque non servi e padroni, ma individui e gruppi di produttori collocati — ed ecco il socialismo nella sua parte fondamentale, essenziale, logica, onesta ed umana — nella possibilità di poter usufruire dei mezzi di produzione come di un patrimonio messo a disposizione di chiunque lo voglia far fruttare.
Dunque, non colonizzati e colonizzatori per mezzo delle autoblindate, ma espansionismo che benefica, beneficiandosi e che non sarà mai respinto se darà garanzia di non volere imporre nuove leggi, nuove religioni ed usi diversi.
C’è anche chi dice: per andare verso la libertà vera ed integrale… bisogna rinunciare alla civiltà: anche a tutto quello che la civiltà ha costruito di onesto, di utile, di bello. Bisogna ritornare alla vita semplice; riprendere la vita dei boschi; spogliarsi di vesti inutili e liberarsi di fatiche superflue e vane.
Altri più modesti si limitano invece a sostenere i vantaggi… diuretici ed economici dell’alimentazione vegetale.
Altri ancora vorrebbero addirittura mettere il contatore agli organi fecondativi ed elevare un monumento ad Onan. E non manca chi nella disperazione di un rancore impotente contro l’umanità che non sa o non vuole liberarsi invoca Origene.
Ma in questi ricorsi ad un misticismo inconcludente, o nell’esagerazione di misure… profilattiche, nell’universalizzazione di sistemi di vita monacale che possono anche fare la felicità di pochi rinunciatari e per un tempo limitato, non vi è un’ascesa verso un godimento maggiore di libertà, ma l’illusione che un miliardo di uomini possa decidersi d’un tratto alla rinuncia di quanto l’uomo ha penato millenni nel costruire… per ritornare alle lotte dei trogloditi, lotte contro la natura sempre avara verso chi non la sa far produrre; lotte per il braciere acceso, per la femmina desiderata, per il campicello seminato, per il bestiame riunito.
Rinunce mostruose per ritornare daccapo, per ricominciare daccapo maculati dallo stesso peccato di origine?
No! No!… ecco gridare uomini che vogliono vivere nel mondo come oggi è: nessuna rinuncia; conquistiamoci invece la «gioia di vivere» a mano armata. Imponiamo il regno della libertà.
 

Il problema della libertà non può essere risolto per mezzo della violenza. Tutti coloro che riusciranno a conquistare la loro libertà per stabilirla su di una base solida ed estenderne l’influenza dovranno agire sugli altri colla forza dell’esempio, colla propaganda del fatto, senza di che non vi sarà consenso, ma imposizione e conseguentemente ribellione.

L’anarchismo è dottrina di libertà: esso traccia a grandi linee, ma con sicurezza, una sistemazione libertaria per l’uomo e per la collettività.
Nondimeno esso non può essere imposto come un altro; è inconcepibile che si possa imporre l’anarchismo come s’impone un comunismo di Stato, o un fascismo di oligarchie facenti capo a un dittatore schiavo di esse oligarchie.
Però è inconcepibile che chi si sente oppresso cerchi di spezzare il giogo che l’opprime. La violenza è una necessità che non si discute quando essa viene imposta come l'unico mezzo rimasto per far valere o dimostrare le proprie ragioni.
Chiunque viene chiuso in una tomba condannato a morirvi soffocato ha non solo il diritto, ma anche il dovere di forzare colle spalle la pietra del suo tumulo e rovesciare con essa le guardie del sepolcro.
Il diritto alla violenza non accompagna la libertà, ma comincia laddove la libertà finisce. E quella che spezza ceppi, o strappa bavagli è violenza di liberazione che la storia celebra e non condanna.
La violenza legittima è dunque quella che scaturisce da una necessità di liberazione. Tale legittimità è stata sempre ammessa dalla storia. E se i magistrati del momento hanno condannato, la Storia ha sempre assolto. Ma non ha mai assolto i violenti che hanno servito la tirannia.
Non tutti i violenti sono perciò dei ribelli e ci si può ribellare ad una sopraffazione senza usare della violenza.
La violenza per la violenza pure se applicata ad una visione apocalittica, nichilista, di distruzione non risolve niente. L’umanità e gli individui vogliono vivere, non suicidarsi. Nello stesso nichilismo distruttore non vi è che una grande disperazione per un sogno immenso di vita che si crede svanito per sempre.
 

Pure quei discepoli sono più logici dei loro maestri, socialisti e comunisti, nel tirare dall’apologo, stupidamente inquadrato al posto d’onore, la morale della favola, perché dall’apologo essi certamente deducono soltanto il concetto della rappresaglia riparatrice. Però i maestri più… profondi sanno che quella «morale» ben altro insegna.

Ma se questa «morale della favola» può anche rientrare, sulle spalle del governo operaio, nella morale socialista e democratica, per gli anarchici invece essa dovrebbe rappresentare soltanto la conclusione interessata di un altro apologo truffaldino tolto da quella raccolta classica della quale Menenio Agrippa, abile ciurmatore romano, fu uno dei primi collaboratori.
Ricordate anche quello?
La plebe romana, stanca di essere angariata dai patrizi si era ritirata chi dice sull’Aventino e chi al di là dell'Aniene sul Monte Sacro e «quivi — i ribelli — senza avere alcun capo, essendosi fortificati di fossi e di steccati, vi stettero alcuni giorni, non pigliando del paese se non le cose al vitto necessarie, né offendendo, né essendo offesi da alcuno». Perché pare che in tutti i tempi il popolo in rivolta siasi comportato sempre più umanamente degli eserciti… liberatori e delle milizie disciplinate.
Quella diserzione spiacque ai senatori ed ai patrizi i quali conclusero che era meglio «riconciliarsi colla plebe». Ed allora inviarono ai ribelli un plebeo rinnegato, Menenio Agrippa. E costui — racconta Tito Livio — ricevuto in campo, si dice, che con quello antico e rozzo modo di parlare, non disse altro che questo: — Nel tempo nel quale tutti i membri del corpo umano non erano d'accordo, come ora, e che ciascuno d'essi aveva il suo parere, e medesimamente il parlare separato, tutte le altri parti del corpo erano sdegnate, perciocché, per l'opera e la fatica loro ogni cosa s’acquistasse pel ventre e questo vi stesse nel mezzo ozioso, né altro facesse che godere i piaceri ministrati. Onde congiurarono tutti i membri, né vollero che le mani porgessero il cibo alla bocca; né la bocca lo pigliasse, né i denti lo masticassero.
E così per cotale ira, mentre che le membra volevano domare il ventre con la fame, esse e tutto il corpo si condussero a una estrema corruzione e quindi si conobbe che il ministero e l’opera del ventre non era vana, e che quello non era più degli altri membri nutrito, ch’egli si nutrisse loro, rendendo il cibo digesto in tutte le parti del corpo questo sangue maturo, mediante il quale viviamo, e spargendolo per tutte le vene.
E così facendo da questa intrinseca discordia di membri comparazione, mostrando quanto fosse somigliante l'ira della plebe contro i Padri, piegò gli animi degli uomini» e questi indusse, persuase a ritornare alle guerre ed ai sacrifici, non a favore dello stomaco che assimila scerne e distribuisce in vantaggio della comune economia, ma dei parassiti del corpo… sociale che per sé si prendono d'ogni cosa la parte migliore e maggiore.
Ed ecco come un apologo che avrebbe dovuto, anziché alla plebe, essere interpretato onestamente ai senatori ed ai patrizi, dimostrando i vantaggi della solidarietà di tutti i membri del corpo… sociale, sia nella fatica che nel consumo, per l'utile generale; un apologo che avrebbe dovuto insegnare come essendovi un aggregato tutti i componenti di esso devono nel loro vantaggio particolare, concorrere al benessere comune, interpretato alla rovescia, servì invece a fare le fortune dei ventri oziosi che ricevono e non distribuiscono, o distribuiscono appena quanto serve a mantenere in attività produttrice gli uomini destinati per giunta alle guerre ed ai sacrifici.
Ma un apologo… corregge l'altro. La Scala Capovolta è la vendetta delle membra sfruttate. Quel filosofo…
Quel filosofo compì forse un atto di apparente, transitoria giustizia, ma capovolgendo la scala, in verità, egli non fece che iniziare una nuova ingiustizia. Sostituì privilegio a privilegio.
Senza contare poi quello che un sociologo borghese avrebbe potuto osservargli: Mio caro collega; la scala così capovolta non ha più la sua stabilità. In basso la parte stretta, cioè, i pioli meno lunghi, in alto la parte larga, cioè i pioli più lunghi e lunghissimi...
Il centro di gravità potrà essere facilmente spostato: l'equilibrio sociale spezzato. Basterà un colpo di vento. E la scala si rovescerà a terra, nel fango. E si spezzerà…
— Benissimo che si spezzi... osserverebbe, se presente, a questo punto, un nichilista.
Sì; il nulla, il caos, la distruzione pura e semplice, poi si vedrà. Poi... per restare nel mondo delle scale e dei pioli, si... ricostruirebbe la scala coi pioli che stanno in alto e con quelli che stanno in basso: quelli nel sole e questi nel fango.
E le membra laboriose tornerebbero ad estenuarsi nel rimpinzare i ventri parassitari: i ventri che assorbono e che distribuiscono soltanto quanto basti perché le membra laboriose non si abbandonino sfinite.
E allora?
 

Allora bisogna lasciare da una parte i pioli e considerare invece gli uomini; trovare la «morale» nella vita e non negli apologhi.

I gradini di una scala saranno sempre i gradini di una scala. E vi saranno sempre i pioli che staranno in alto e quelli che staranno in basso, anche se i filosofi della filosofia dei gesti sterili capovolgessero la scala ogni quindici giorni.
Ma gli uomini possono restare tutti sullo stesso piano di giustizia.
Basta che lo vogliano.
Basta che ognuno dia tutto quello che può e che sa dare.
Basta che ognuno prenda quello che a lui è necessario.
Tra gli uomini la scala dell’ingiustizia comincia quando uno prende per accumulare, quando uno si approfitta delIa forza o del sapere per elevarsi su gli altri onde dominarli, opprimerli e sfruttarli.
Ma se nessuno sfrutta, se nessuno opprime... è l'eguaglianza.
Non l'eguaglianza della stessa zuppa o della stessa razione di godimento spirituale; ma quella d’ogni IO soddisfatto nei suoi particolari bisogni.
Soddisfatto anche per il sacrificio, se necessario, liberamente accettato.
 

Si dirà: quanto tu hai fin qui detto è giusto e desiderabile.

Ma perché il regno della giustizia idilliaca abbia il suo avvento e perché gli uomini si educhino all'uso della libertà e nella tolleranza reciproca l'uso non trasformino nell'abuso che ridesta l'oppressione e conseguentemente la ribellione... quale immensa rivoluzione non dovrà prima svolgersi e radicarsi nei cervelli e nei cuori?
Ed allora — io chiederò di rimando — dovremo continuare la corsa cieca dentro un circolo di ferro spinato, dentro un circolo di pena e di morte?
Certamente no... Ma non si può cambiare la faccia al mondo da un giorno all'altro.
Ed anche questo è verosimile.
Però se noi mai usciremo da quel circolo, se mai noi otterremo o ci conquisteremo, fuori d'esso, la libertà d'incamminarci verso una via nuova, con fede nuova, verso speranze nuove, le facce che quel mondo ci presenterà saranno sempre le stesse, qualunque sia il colore del belletto che vorrà renderle più schifosamente seducenti e diverse.
Da ciò la necessità di render culto — e culto di passione — agli ideali di liberazione: di sostenerli, di difenderli contro tutte le insidie e contro tutte le oppressioni.
La soluzione del problema della giustizia sociale è dipendente dalla soluzione del problema della libertà. È un problema di libertà.
Fino ad oggi non vi è stato problema di diritto e di giustizia che non si sia tentato di risolvere coll’autoritarismo.
Perfino dove è stata possibile una esperienza socialista si è voluto guidarla e regolarla con una ancor più spietata autorità.
E sebbene si parlasse di Stato risultato di una somma di individui o di gruppi autonomi, non si è avuto di fatto che lo Stato il quale — sopprimendo ogni libertà di esperienza, imponendo una legge comune misurata sullo stesso metro per nuclei diversi — ha governata e calpestata la somma degli individui.
Quindi... un insuccesso di più.
La verità dunque è questa: tutti i tentativi, sia pure i più generosi, fino ad oggi compiuti per ricondurre la pace tra gli uomini dentro e fuori la nazione sono falliti. Tutti. E tutti sono stati compiuti, collocando la libertà da una parte: lasciandola per più tardi. Tutti. E così anche quelli che si vorrebbero compiere… e che perciò sono destinati all’insuccesso.
Perché dunque non tentare una via nuova? Perché non cercare di salvare l’uomo e l'umanità… colla libertà?
Alla rivoluzione «per liberare» il popolo, o il proletariato, o un proletariato, perché non anteporre non preferire la rivoluzione degli individui, dei popoli, dei proletariati che «si liberano»?
Perché volere fin da oggi — ed è insana fatica cominciata fin da ieri — imprigionare il domani in un programma di limitazioni?
Perché dire: le tavole della legge sono queste. Sono state fatte da alcuni uomini giudicando delle necessità e delle aspirazioni di questo o quel popolo; ma dovranno essere identiche per tutti, anche se tutti non volessero accettarle, o non «potessero» accettarle?
Perché dire all’oppresso di oggi, io ti libererò dell'attuale oppressione acciò tu domani possa vivere nella «mia» libertà e non nella «tua» libertà?
Ma questo domani di libertà — chiedono gli uomini che vogliono ipotecare il futuro — questo domani avrà pure un nome so non tutto un suo sistema fisso e dogmatico?
Sì, lo ha; ed io, e noi, lo chiamiamo federalismo anarchico.
Cioè, gli individui che si federano nel gruppo — per volontà loro, per l'utilità loro, e i gruppi che si federano nella regione, e le regioni che fanno gli aggregati nazionali e le nazioni che fanno l'umanità.
Cioè, i liberi contraenti che vivono «la loro vita», che si sforzano di dimostrare la superiorità della loro vita, che non la impongono perciò e però al vicino o al non associato, ma con esso contrattano e stabiliscono un patto di scambievole utilità.
Cioè, la libera associazione degli uomini e dei gruppi che avendo acquistata o conquistata — colla propaganda che aumenta il numero dei consenzienti e colla forza che spezza e spazza la coazione — la libertà di poter regolare, essi stessi la loro vita ed i rapporti di reciprocità che la renderanno sociale e socievole, diverranno di fatto gli artefici ed i responsabili del proprio destino.
Cioè una vera e propria rivoluzione in atti che con una nuova esperienza, con nuove esperienze, scriverà la storia che ricomincia del diritto umano — che è diritto di vita — liberato dai ceppi che per lui batterono nel ferro gli adoratori e i servi dello Stato. Di quello Stato che, monarchico o teocratico, assolutista o democratico, fascista o comunista sempre dice e dirà: «la somma delle esperienze vissute o da vivere e delle verità rivelate o rilevabili è in me, soltanto in me. Il piombo e la galera attendono chi non ne è ben persuaso. Io ordino; non discuto. Questa è la legge».
La legge che tiene stretta l'umanità tutta dentro un circolo di pena e di morte.
Ora, fuori di quel circolo non vi sarà più la legge, ma la libertà.
E certamente la vita.
Perché non «volerla»?
 
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