Brulotti

Una speranza nel declino della civiltà

Gilbert K. Chesterton
 
L'altro giorno stavo vagando trasognato in taxi. In cuor mio ero consapevole di essere in ritardo per un appuntamento; probabilmente il più sperduto dei giornali provinciali americani lo avrebbe definito un impegno complicato. E ricordo i bei vecchi tempi, quando si poteva andare da una parte all’altra di Londra più velocemente in taxi che a piedi. Seduto nel taxi mi sentivo un privilegiato, in quanto parte di un blocco consistente o di una colonia stabile di taxi, che restava immobile mentre alcuni poliziotti distanti cercavano di convogliare l'intero traffico di Londra attraverso qualche piccola fessura fra due barricate, che bloccavano la strada meglio delle barricate della rivoluzione.
Il ritardo non mi disturbava affatto, in quanto sono rilassato e conservatore per carattere. Piuttosto, mi faceva piacere immaginare che avremmo potuto rimanere lì per sempre, mentre la massa di taxi si trasformava a poco a poco in una massa di villette. Mi divertiva pensare che l’edera potesse crescere sulle ruote e arrampicarsi lungo i finestrini. E godevo al pensiero di quel vasto numero di persone che avevano comprato o noleggiato un’auto perché erano tutte concentrate sulla velocità. Ma soprattutto ero colpito dal fatto che questa situazione fosse singolarmente simbolica dell'odierna situazione sociale generale. Non è impossibile che il nostro frettoloso industrialismo possa essere semplificato malgrado se stesso, proprio come i taxi possono trasformarsi in villette. Potrebbe diventare stabile tramutandosi in ciò che si direbbe piantato nel fango. Le comunicazioni potrebbero interrompersi, e gli uomini essere costretti a vivere come meglio possono dove si trovano; e da questa strada interrotta potrebbe riproporsi la semplicità.
Alcuni guardano ancora con speranza al progresso, inteso nel senso di avanzamento della civiltà scientifica. Altri disperano per il declino della civiltà. Ma in pochi sono così eccentrici da sperare nel suo declino. Eppure penso che vi sia qualcosa da dire a favore di questi eccentrici; a dire il vero, non sono affatto sicuro di non farne parte. Provo quanto meno degli stati d'animo che mi inducono all’allegria e all’ilarità di cuore se penso a quanto sia probabile, dopo tutto, la prospettiva di una ricaduta nella barbarie. Chi può dire che tutto sia buio davanti a noi quando questa luminosa stella di speranza brilla sopra il sentiero? L’uomo di una volta, poi precipitato nelle maglie dell’impero, della burocrazia e degli affari, era soddisfatto di una vita più semplice. Era soddisfatto di mangiare all'aperto come un vagabondo fra le rovine dei suoi stessi palazzi. Era soddisfatto che i suoi cavalli selvaggi o il suo bestiame errante si nutrisse con l'erba che cresceva nelle strade delle città che aveva costruito. Ciò che l'uomo ha fatto, l'uomo può fare. Non ne saremmo avviliti. Se le nostre città diventassero deserti e i nostri palazzi cadessero in rovina, forse ci sarebbe una possibilità per l’umanità di diventare umana.
Alcuni insistono che devono esserci sempre più meravigliose invenzioni scientifiche; ma non daremo ascolto a questi lugubri profeti di sventura. Non sono solo lugubri, sono per di più ignoranti. Sono ignoranti sul passato; ecco perché si affannano ad essere profeti del futuro [...] sappiamo bene che incrementare i macchinari moderni non renderà felice il nostro mondo. Non avrebbe salvato l’umanità concedere al popolo di Roma più panem et circenses. Non salverà l’umanità dare al proletariato moderno più sussidi di disoccupazione e sale cinematografiche. Ciò che non funzionava nella formula di panem et circenses non era il fatto che la carità o i divertimenti fossero un male in sé. Era piuttosto il fatto che la gente otteneva cose che non poteva controllare o comprendere; le ricevevano in forma artificiale e indiretta, invece di trovarle in modo diretto e naturale. Ricevevano il pane invece di coltivare il grano, e lo ricevevano da schiavi e non da uomini liberi. [...] 
Ciò che propongo potrebbe apparire una buona novella «dell’età oscura», un vangelo di gioiosa ironia. Penso che sia bene insistere che, anche se la nostra civiltà industriale si dissolvesse, non si tratterebbe solo di distruzione. Anche se si frantumasse in tante parti, ogni parte risulterebbe liberata più che perduta. Persino la fine della moneta come mezzo di scambio potrebbe ristabilire la posizione dell’uomo che crea le cose, al posto di quello che semplicemente le compra e le vende.
 
 
[Illustrated London News, 11 ottobre 1924]