Brulotti

La vita e i principi

Volin
 
C'è un solo caso — ipotetico — in cui mi vedrei costretto a rinunciare temporaneamente ad ogni giudizio, ad ogni critica sull'atteggiamento dei compagni della CNT e della FAI; vale a dire se tutti i compagni spagnoli, senza eccezione alcuna, fossero d'accordo sull'inevitabilità degli inizi, e sulla necessità assoluta delle «concessioni» compiute e confessate; fronte unico con organismi politici e riformisti, partecipazione al governo, comando unico, accordi con il governo stalinista, ecc. ecc. In questo caso mi troverei costretto a dire: «poiché tutti laggiù sono d'accordo, deve esserci davvero qualcosa di eccezionale, straordinario, imprevisto ed imprevedibile, che supera le nostre miserabili “tre dimensioni”, il nostro povero giudizio umano, il nostro pensiero e la nostra verità. Quindi, guardiamoci dal giudicare e criticare prima di stare sul posto e di poter constatare il sovrannaturale della situazione...».
Ma se ci fosse un solo compagno spagnolo che si considerasse in diritto (e in dovere) normale di giudicare, di criticare, e che, dopo aver considerato, si fosse dichiarato contro la «linea» degli anarchici «governativi» — d'un tratto non si potrebbe più ammettere, nemmeno ipoteticamente, nulla di sovrannaturale o d'anormale. Ci si troverebbe perfettamente sul «piano» umano abituale, con le sue complicazioni, le contraddizioni, i disaccordi, le lotte, le ricerche, gli errori e le correzioni di tutti i giorni.
L'esistenza di un solo «oppositore» spagnolo ci proverebbe che là tutto è normale, che esistono punti di vista diversi in Spagna come altrove, che anche la verità sia da ricercare, e che di conseguenza abbiamo perfettamente, anche noi, il diritto — e il dovere — di giudicare, di criticare, e di collocarci, se tale è la nostra opinione, a fianco dell'opposizione.
Ora, il lettore deve sapere bene quanto me che non esiste proprio nulla di sovrannaturale qui, nemmeno in Spagna, che tutto accade normalmente, come ovunque del resto; che le leggi della natura umana non vi sono né soppresse, né sospese. Il lettore deve sapere che l'atteggiamento ufficialmente noto è quello di una parte soltanto della CNT e della FAI; che esiste anche in Spagna, sul posto, e nelle fila stesse della CNT e della FAI, una forte opposizione, la quale pur rinunciando per il momento a combattere l'altra parte, il che è comprensibile, si dichiara nondimeno nettamente in opposizione alla «linea» ufficiale di questa e non rinuncia affatto al diritto naturale e sacro di giudizio e critica. Il lettore deve infine sapere che questa opposizione è già fortemente osteggiata dagli «ufficiali»; le si impedisce di agire, viene censurata, minacciata, eliminata... Ma nonostante tutto resiste. Da qualche tempo è pure in crescita, andando sempre oltre le «concessioni».
Dunque il nostro diritto integrale — e nostro dovere — di giudizio e di critica è nettamente stabilito dall'esistenza di un'opposizione nella stessa Spagna. E non è tutto. Si tratta di qualcosa di più di un semplice diritto. Sottolineo intenzionalmente la nozione di dovere. In effetti, la presenza di una opposizione nella stessa Spagna ci consente di supporre la fondatezza della nostra critica. Esistendo un'opposizione sul posto, noi abbiamo non solo il diritto di formulare «teoricamente» le nostre critiche, ma anche il dovere di porci «praticamente» dal lato di questa opposizione se siamo d'accordo con essa. In ogni caso l'esistenza reale e attiva di questa opposizione ci permette fin d’ora di scartare ogni rimprovero d'esser unicamente degli aridi dottrinari e dei teorici troppo astratti.
 
Supponiamo per un attimo che tutti i compagni spagnoli, senza eccezione, fossero d'accordo con la «linea governativa» della CNT-FAI. Meglio ancora: supponiamo che questi compagni avessero ragione e che non si poteva agire diversamente. Naturalmente, in questo caso ogni critica sarebbe fuori luogo, errata. Impossibile.
Ma resterebbe comunque a ciascuno di noi una risorsa sacra, universale, assoluta, che non può mai perdere i suoi diritti: il ragionamento.
Ed in questo caso il nostro ragionamento sarebbe assai semplice e molto chiaro.
Da sempre uno dei principi fondamentali dell'anarchismo è il rinnegamento assoluto dello Stato come di un sistema che non ha nulla in comune con l'azione rivoluzionaria ed emancipatrice. L'idea di un ricorso allo Stato, di una partecipazione allo Stato, apparirebbe mostruosa in ogni caso e ad ogni anarchico. Secondo questo principio, l'azione statale dovrebbe essere sostituita in qualsiasi condizione da quella di un altro sistema.
E sono i marxisti a sostenere che nel corso della grande rivoluzione sociale non si può fare a meno dello Stato; che bisogna impadronirsene; che è infantile volerlo rinnegare e distruggere prima della vittoria completa della rivoluzione ed il consolidamento del nuovo stato delle cose.
Un altro principio fondamentale dell'anarchismo è, in ogni epoca, il rinnegamento totale del principio di governo, per analoghi motivi.
Seguendo i principi del rinnegamento di ogni partito politico, di ogni azione politica, di ogni autorità politica.
Noi abbiamo supposto che tutti gli anarchici in Spagna, tralasciando questi principi, abbiano preso parte all'azione statale e politica, accettata la partecipazione al governo e l'intesa con dei partiti politici, ammessa l'autorità politica, ecc... Allora un ragionamento chiaro ed irrefutabile s’impone: se la realtà obbliga gli anarchici ad agire esattamente al contrario dei loro principi fondamentali, e se hanno ragione ad agire così, allora quei principi sono falsi.
Fortunatamente la situazione in Spagna era ben diversa: una parte degli anarchici soltanto hanno ritenuto di dover agire contro i principi. Ed è a loro soltanto che il ragionamento deve essere applicato. Resta altrettanto chiaro ed irrefutabile: se certi compagni hanno adottato una posizione ed un’attività contraria ai loro principi, delle due l’una — o i principi sono veri, ed allora questi compagni hanno commesso un errore, oppure i compagni hanno ragione, e allora i principi sono falsi.
Questo ragionamento è assolutamente inoppugnabile. Nessun sofisma potrebbe invalidarlo. Un principio-guida è giusto, valido, se può essere applicato alla vita, se può guidarci, se è in accordo coi fatti. In caso contrario, vale a dire se a contatto con la realtà siamo costretti a lasciar da parte il nostro principio e fare l'opposto di quanto aveva previsto e affermato, quel principio è arido, sterile, quindi falso. Non serve a niente. Oppure non abbiamo saputo applicarlo, quindi abbiamo commesso un errore d'azione. È impossibile infatti che i due elementi siano giusti contemporaneamente: sia il principio che preconizza l'azione, che l'azione che lo demolisce.
 
Gli anarchici «governativi» in Spagna e quelli che ne sostengono la tesi all'estero pretendono di aver trovato la meravigliosa «pietra filosofale» che permette loro di affermare che, nella grande lotta ingaggiata, possono essere giusti, buoni, efficaci, e i nostri principi fondamentali chiamati ad orientare la lotta sulla buona via ed un orientamento esattamente contrario a tali principi e a tale via.
Vediamo quali sono i loro argomenti. Come il lettore sa di certo, questi argomenti sono i più disparati, sovente abbastanza complicati (la nostra posizione sembra loro per l'appunto «semplicista» e «ottusa»), talvolta perfino contraddittori. Siamo quindi costretti ad esaminarli uno ad uno per provare sul serio a comprenderne il valore e forse — chissà? — per lasciarci convincere.
Uno dei principali argomenti esposti in diverse maniere si riassume in questo: né la CNT né la FAI hanno mai rinunciato ai loro principi anarchici. Nei loro scritti, come nei loro discorsi, i dirigenti di queste due organizzazioni hanno sempre proclamato a voce alta d'essere rimasti su ogni punto fedeli alle loro idee libertarie. Di principio, non sono diventati né statalisti, né governativi, né diplomatici, né politicanti. Se nella pratica, e molto provvisoriamente, hanno accettato l'azione politica, la partecipazione, ecc. è accaduto semplicemente per una questione di tattica. I principi non hanno nulla a che vedere con tutto ciò. L'implacabile realtà ci obbliga talvolta a ricorrere ad una tattica che a prima vista sembra attaccare i nostri principi. Ma una tale valutazione è superficiale. Bisogna saper distinguere i principi, sempre immutabili e intatti, dalla tattica, imposta momentaneamente dal contesto concreto.
Così questi compagni cercano di eliminare ogni dibattito sul principio, puramente e semplicemente, ritenendo che nella circostanza un simile dibattito non abbia ragione d'essere.
Ammetto più che volentieri che si possano talvolta confondere questioni di tattica con questioni di principio. Ma disgraziatamente la confusione contraria, che fa passare importanti questioni di principio per secondari punti di tattica, è altrettanto importante. Bisogna allora riflettere con maturità, severamente, se si vogliono evitare errori.
 
Vediamo da vicino. Il contenuto stesso della concezione anarchica è stata in tutti i tempi l’immensa, la folgorante idea che mai il principio autoritario, statale, politico e governativo — quale che sia la sua concretizzazione — dovrebbe essere accettato dalla masse lavoratrici, perché è un principio falso, sterile, nefasto. L'idea anti-autoritaria, anti-statale, anti-politica ed anti-governativa è sempre stata per noi un'idea di base e di fecondità iniziale (e reale), poiché è essa a dare nascita a tutte le nostre tesi di libere comuni, di auto-organizzazione delle masse, di federalismo, ecc. così come a tutto il nostro tesoro di idee sull'azione diretta, sul sindacalismo, sui metodi efficaci delle nostre lotte e delle nostre realizzazioni. Una volta eliminata questa idea fondamentale — questo principio — tutto il resto perde di senso, vacilla, scompare.
E oggi troviamo «anarchici» che pretendono che l'accettazione o la non-accettazione dell'attività autoritaria, statale, governativa, ecc. sia solo una semplice questione secondaria «di tattica e d'opportunità» che comporta soluzioni intercambiabili e che non ha niente a che vedere con i principi anarchici?!...  Ma se è così, allora non esistono principi anarchici. Allora, tutto l'anarchismo non è che un’accozzaglia di regole di tattica più o meno vaghe e inapplicabili, eccettuate alcune aspirazioni, altrettanto vaghe e lontane, buone per consolare qualche sentimentale a corto di filosofie nebulose. E allora sono i bolscevichi ad aver ragione quando dicono a noi anarchici: davanti alle terribili realtà della lotta sociale, le vostre idee rappresentano solo una cattiva tattica, inapplicabile, oltre ad un sogno che non ha alcun nesso con l'attualità. Per il sogno ci metteremo forse d'accordo da qui a qualche centinaio d'anni. Ma quanto al presente, dovete fatalmente ricorrere alla nostra tattica oppure venire eliminati in quanto ostacolo nella lotta.
Ebbene! Siamo costretti a constatare che ci sono «anarchici» che oggi danno pienamente ragione ai loro avversari di ieri.
Se qualche anno fa un anarchico avesse scritto che la non-partecipazione al governo non è che una mera questione di tattica, come per tutti i partiti politici, e che ci potrebbero essere situazioni in cui gli anarchici devono entrare in un ministero, lo si sarebbe considerato abominevole. Lo sventurato sarebbe stato sicuramente — ed a ragion veduta — biasimato in nome dei principi anarchici da molti dei suoi compagni, i quali oggi ci rimproverano la nostra «ottusa e biasimevole intransigenza sedicente di principio». Non è un’aberrazione inaudita, che si può spiegare — ma non giustificare — con il caos generale che talvolta fa perdere il filo anche ai cervelli più solidi?
Ad ogni modo, se si vuole discutere correttamente, bisogna innanzitutto avere il coraggio di ammettere che sono state fatte per l’appunto delle concessioni di principio. E occorre cercare argomenti adeguati, piuttosto che sostituire la nozione chiara e irrinunciabile d'un principio con quella — sfuggente e ambigua — di una «tattica».
Diciamo subito che ci sono anche compagni che non esitano a porre la discussione sul suo autentico terreno: quello dei principi
 
Passiamo a quelli che non negano che le concessioni e le deviazioni degli anarchici «governativi» in Spagna siano precisamente dei compromessi di principio.
Uno degli argomenti principali con i quali si cerca di giustificare tali compromessi è la seguente: 
La situazione in Spagna è del tutto eccezionale. Si tratta infatti per il momento non di una rivoluzione nel senso proprio del termine, ma di una guerra difensiva terribile contro le forze riunite del fascismo internazionale sostenute dall'atteggiamento per lo meno equivoco dei governi «democratici». È questa situazione eccezionalmente grave ad imporre agli anarchici spagnoli il loro atteggiamento, per forza di cose anch'esso eccezionale, sotto minaccia di una vittoria decisiva del fascismo mondiale che significherebbe la fine di tutto.
Ed ecco la prima divergenza di valutazione. Essa è fondamentale. In realtà io non considero eccezionale — ma proprio per niente — la situazione in Spagna. E quando parlo di anarchici che «non hanno saputo prevedere nulla», penso appunto a tutti quelli che oggi rinunciano ai «principi» davanti ad una situazione cosiddetta «eccezionale».
Gli anarchici immaginavano forse che la rivoluzione sociale e l'azione libertaria sarebbero scivolate «come sui pattini», senza scontrarsi con un'accanita resistenza da parte di tutte le forze reazionarie, senza provocare un intervento degli elementi contro-rivoluzionari di diversi paesi, sostenuti da una «neutralità» traditrice degli elementi «democratici»?
Da tempo borghesi e socialisti pongono agli anarchici questa semplice domanda: «Come farete ad applicare i vostri principi anarchici durante la rivoluzione se — cosa certa — i capitalisti degli altri paesi lanceranno un intervento invadendo il paese in rivoluzione, in accordo coi contro-rivoluzionari del posto? Come vi resisterete, coi vostri principi?». Gli anarchici hanno forse risposto che, in tal caso, sarebbero costretti a rinunciare ai loro principi, a ricorrere all'autorità e allo Stato, ad andare al governo, a diventare ministri, ecc.? No, mai, che io sappia. Bisogna quindi ammettere che questi borghesi e questi socialisti sono più lungimiranti di certi anarchici. Poiché, incontestabilmente, coloro che, non avendo risposto in tal senso, si vedono oggi costretti ad agire così, non hanno saputo prevedere la realtà così com'è.
Per fortuna, non pochi anarchici hanno previsto questa realtà. L'hanno analizzata in anticipo. E sostengono, considerato il tutto, che in alcun caso e in nessuna maniera, i principi e l'azione libertaria debbano essere sacrificati. Per loro, la situazione in Spagna non ha niente di eccezionale. E vorrebbero oggi agire di conseguenza.
Chi di loro ha ragione? Senza dubbio, questi ultimi. Perché bisogna prevedere, bisogna dirsi in anticipo che sempre e ovunque la rivoluzione provocherà istantaneamente e automaticamente resistenze ed interventi feroci; che sempre e ovunque la rivoluzione sarà innanzitutto una guerra difensiva terribile contro le forze riunite del fascismo internazionale, sostenute dall'atteggiamento per lo meno equivoco dei governi «democratici». È questa la base ineluttabile di ogni rivoluzione. Del resto è accaduto già in passato (1789, 1917). Ma più la rivoluzione è vigorosa, profonda e minacciosa, più la tecnica militare è avanzata — più ampi, accaniti e omicidi sono e saranno la resistenza e l'intervento.
Una tale situazione — bisogna capirlo in anticipo e agire di conseguenza — non è affatto eccezionale. È vero precisamente il contrario: gli avvenimenti in Spagna sono tutto ciò che vi è di più normale, di più «classico», nel corso di una rivoluzione.
Vediamo! Se una situazione di lotta accanita fra la spinta rivoluzionaria e tutte le forze opposte è «eccezionale» e comporta in quanto tale la rinuncia all'applicazione dei nostri principi, allora ogni rivoluzione, essendo una situazione «eccezionale» e terribilmente grave, ci costringerà a rinunciare a noi stessi. E allora, quand'è che le nostre idee verranno applicate, quando, dove e come?
Se i nostri principi non sono applicabili nel corso di una lotta decisiva tra il passato e il futuro, vale a dire proprio nel momento in cui dovrebbero essere applicati, qual è allora il loro valore? A cosa possono servire?
Eh, sì! Se ogni volta in cui si presenta la «terribile realtà», assolutamente normale e «classica», siamo costretti a rinunciare ai nostri principi, allora questi ultimi non sono vitali, non sono validi, non sono giusti. E se ogni volta ricorriamo all’espediente di rifugiarci dietro alla presunta «situazione eccezionale», contrariamente alla verità storica ed al buon senso, allora — e proprio allora — i nostri principi diventano morti e sterili. Non è possibile ragionare altrimenti.
Ora, per l'appunto, per noi questi principi non sono valori morti. Ed è per questo che pensiamo che i compagni che si rifugiano in tal maniera hanno assolutamente e profondamente torto, e che la spiegazione del loro atteggiamento va ricercata non in una cosiddetta «situazione eccezionale» che tale non è, ma in fatti di tutt'altra specie.
 
Ci si dirà, ci è stato già detto: — La vita è infinitamente più complicata dei vostri sacrosanti «principi». Vi irrigidite troppo sulla base di teorie astratte. Queste teorie vanno bene finché le si elabora in camera e in pantofole. Ma quando la vita è là, reale, implacabile, immensa, complicata, contraddittoria, e quando sotto la minaccia di un pericolo immediato essa esige soluzioni pratiche e rapide, non possono riguardarci delle «formule da studio». Siete soltanto aridi dottrinari, sterili filosofastri. Ve ne infischiate della vita concreta. Per voi, che crepi tutto purché restino i vostri «principi». Ma noi, posti davanti alla terribile realtà, non possiamo ragionare così. Cosa ne faremmo dei vostri «principi» dopo la sconfitta totale? A cosa servirebbero in mancanza di predicatori e di pubblico?
Ho già detto in precedenza che, se un simile ragionamento fosse giusto, allora i nostri principi sarebbero non solo aridi e sterili: sarebbero falsi e inservibili. Allora bisogna dirlo chiaramente. E rifiutarli. In questo caso, tutta la concezione anarchica è da rivedere da cima a fondo.
Ma io affermo categoricamente che è il ragionamento in questione, quello che contrappone la vita reale ai nostri principi di base, ad essere errato. Inventato ad hoc al fine di mascherare e giustificare il fallimento, non dei principi, ma degli uomini.
Non è vero che i «principi» anarchici sono stati elaborati da dottrinari in camera e in pantofole. I Bakunin, i Kropotkin, i Reclus, i Malatesta e tanti altri che hanno apportato le loro pietre all'edificio erano militanti, uomini d'azione, lottatori, osservatori perspicaci. Ed erano al tempo stesso dei pensatori. Ma i loro pensieri, le loro idee, i loro «principi» sono nati dall'azione, dallo stretto contatto con la realtà, da un'analisi della vita. Le loro concezioni si sono formate nella sofferenza, nella lotta, nella tormenta.
E rimando la palla ai sedicenti «realisti». Proprio coloro per cui i principi sono solo formule da studio, morte e inutili nell'esistenza reale, sono aridi dottrinari. Coloro che condividono e predicano le concezioni anarchiche per puro ragionamento, senza averle sofferte, senza averle imbevute del sangue caldo della vita, senza aver compreso la loro profonda penetrazione nei tessuti frementi della realtà, quelli pronti ad abbandonare i propri principi — per loro freddi — al primo contatto con questa realtà, sono aridi dottrinari, teorici sterili e inconcludenti. Giacché per loro, i principi sono una cosa e la vita è un'altra.
Ma quelli che hanno sofferto le loro idee, che le hanno pescate faticosamente nelle profondità stesse della vita, che hanno sentito, intuito o trovato la soluzione, la vera sintesi delle idee e della realtà complicata — in poche parole, quelli per cui la vita ed i principi si confondono in un insieme concreto, palpitante e intero, come possono essere definiti «aridi dottrinari»?…
 
 
[Terre libre, anno IV, 1937, n. 31 (maggio), 32 (giugno), 33 (luglio), 34 (agosto), 36 (25 settembre)]