Brulotti

Noi rifugiati

Hannah Arendt 
 
In primo luogo non desideriamo essere chiamati “profughi”. Solitamente il termine “profugo” designava una persona costretta a cercare asilo per aver agito in un certo modo o per aver sostenuto una certa opinione politica. È vero, noi abbiamo dovuto cercare asilo; tuttavia, non abbiamo fatto nulla e la maggior parte di noi non si è mai sognata di avere un'opinione politica radicale.
Con noi, il significato del termine “profugo” è cambiato. Ora “profughi” sono quelli di noi che hanno avuto la grande sfortuna di arrivare in un paese nuovo senza mezzi, e che per questo hanno bisogno dell'aiuto dei Refugee Committee
Prima che la guerra scoppiasse eravamo ancora più sensibili al fatto di essere chiamati “profughi”. Facevamo del nostro meglio per dimostrare agli altri che eravamo solo comuni immigrati. Abbiamo dichiarato di essere partiti di nostra spontanea volontà per paesi scelti da noi e abbiamo negato che la nostra situazione avesse qualcosa a che fare con i “cosiddetti” problemi ebraici. Eravamo “immigrati” o “nuovi arrivati” perché, un bel giorno, avevamo lasciato i nostri paesi, nei quali non era più opportuno rimanere, o per ragioni puramente economiche. Volevamo ricostruire le nostre vite, e questo era tutto. Per ricostruirsi la vita è necessario essere forti e ottimisti. Per questo noi siamo molto ottimisti.
Il nostro ottimismo, in effetti, è ammirevole, anche se siamo noi ad affermarlo. La storia della nostra lotta è stata alla fine conosciuta. Abbiamo perso la casa, che rappresenta l'intimità della vita quotidiana. Abbiamo perso il lavoro, che rappresenta la fiducia di essere di qualche utilità in questo mondo. Abbiamo perso la nostra lingua, che rappresenta la spontaneità delle reazioni, la semplicità dei gesti, l'espressione sincera e naturale dei sentimenti. Abbiamo lasciato i nostri parenti nei ghetti polacchi e i nostri migliori amici sono stati uccisi nei campi di concentramento, e questo significa che le nostre vite sono state spezzate.
Tuttavia, non appena siamo stati salvati — e la maggior parte di noi è stata salvata parecchie volte — abbiamo cominciato le nostre nuove vite, cercando di seguire quanto più fedelmente possibile tutti i buoni consigli dei nostri salvatori. Ci è stato detto di dimenticare, e abbiamo dimenticato più velocemente di quanto sia possibile immaginare. Ci è stato amichevolmente ricordato che il nuovo paese sarebbe diventato una nuova casa; poi, dopo quattro settimane in Francia o sei settimane in America, si è preteso che fossimo o francesi o americani. I più ottimisti fra noi sarebbero persino disposti ad ammettere che tutta la loro vita precedente è trascorsa in una sorta di esilio inconsapevole e che solo dal loro nuovo paese hanno imparato che cosa sia realmente una casa. È vero che qualche volta ci siamo opposti alla richiesta di dimenticare la nostra opera precedente; inoltre, di solito, non abbandoniamo facilmente gli ideali del passato se il nostro valore sociale è in pericolo. Con la lingua, tuttavia, non abbiamo avuto difficoltà: dopo un solo anno gli ottimisti sono convinti di parlare l’inglese tanto bene quanto la loro madre lingua, e dopo due anni giurano solennemente di parlare l’inglese meglio di ogni altra lingua — il loro tedesco è una lingua che ricordano appena.
Per dimenticare meglio evitiamo anzi ogni allusione ai campi di concentramento o di internamento che abbiamo provato in quasi tutti i paesi europei — la qual cosa potrebbe essere interpretata come pessimismo o come mancanza di fiducia nella nuova patria. Inoltre, ci è stato detto tante volte che a nessuno piace ascoltare tutto ciò; l’inferno non è più una credenza religiosa o una fantasia, ma qualcosa di tanto reale quanto le case, le pietre e gli alberi. Sembra che nessuno voglia riconoscere che la storia contemporanea ha creato un nuovo genere di esseri umani — quelli che sono stati messi nei campi di concentramento dai loro nemici e nei campi di internamento dai loro amici.
Persino tra di noi non parliamo di questo passato. Abbiamo invece trovato un nostro modo di padroneggiare un futuro incerto. Poiché tutti fanno progetti, hanno desideri e nutrono speranze, così facciamo anche noi. Tuttavia, a prescindere da questi atteggiamenti generici e naturali, noi cerchiamo di rendere chiaro il futuro in modo più scientifico. Dopo tanta sfortuna, vogliamo procedere sicuri. Perciò, abbandoniamo la terra con tutte le sue incertezze e volgiamo lo sguardo al cielo. Le stelle — e non i giornali — ci dicono quando Hitler verrà sconfitto e quando noi diventeremo cittadini americani. Le riteniamo più attendibili di tutti i nostri amici; esse ci mostrano quando dovremmo pranzare con i nostri benefattori e quale sarà il giorno più propizio per compilare uno degli innumerevoli questionari che accompagnano le nostre vite presenti.
Qualche volta non ci fidiamo nemmeno delle stelle, ma solo delle linee della mano o dei segni della nostra scrittura. In questo modo ne sappiamo meno degli avvenimenti politici, ma più dei nostri cari io, anche se la psicoanalisi non sembra essere più di moda. Quei tempi più felici sono finiti insieme alle conversazioni che signore annoiate e gentiluomini dell’alta società facevano sulle piacevoli trasgressioni della loro prima infanzia. Essi non vogliono più storie di fantasmi; è l’esperienza concreta che fa loro accapponare la pelle. Non c’è più alcun bisogno di cercare i fantasmi nel passato; esso è abbastanza stregato nella realtà. Così, nonostante il nostro sincero ottimismo, usiamo ogni sorta di trucchi magici per evocare gli spiriti del futuro.
Non so quali ricordi e quali pensieri dimorino nei nostri sogni notturni. Non oso fare domande perché anch’io sono stata piuttosto ottimista. Qualche volta immagino tuttavia che almeno di notte pensiamo ai nostri morti o ricordiamo le poesie che un tempo amavamo. Posso anche capire che i nostri amici della costa occidentale, durante il coprifuoco, abbiano avuto idee tanto singolari, come quella di credere che noi siamo non solo «potenziali cittadini», ma anche, attualmente, «nemici stranieri». Alla luce del giorno, naturalmente, diventiamo nemici stranieri solo «tecnicamente» — tutti i profughi lo sanno. Ma quando ragioni tecniche impedivano di lasciare la propria casa durante le ore notturne, non era certamente facile evitare cupe congetture sulla relazione tra tecnicismo e realtà.
No, c’è qualcosa che non va nel nostro ottimismo. Tra di noi ci sono quei bizzarri ottimisti che, dopo aver fatto un mucchio di discorsi ottimistici, vanno a casa e aprono il gas o si servono di un grattacielo in modo del tutto imprevisto. 
Costoro sembrano provare che la nostra decantata allegria si fonda su una pericolosa preparazione alla morte. Educati nella convinzione che la vita sia il bene più alto e la morte l’evento più spaventoso, diventiamo testimoni e vittime di paure più grandi di quella della morte — senza essere stati capaci di scoprire un ideale più alto di quello della vita.
Così, per quanto la morte non sia più per noi così spaventosa, perdiamo la volontà e la capacità di rischiare la vita per una causa. Invece di lottare — o di pensare a come riacquistare la capacità di lottare — i profughi si sono abituati a desiderare la morte per gli amici e i parenti; se qualcuno muore, ci rallegriamo all’idea che abbia potuto evitare tanti guai. Così, molti pensano che anche noi potremmo evitare dei guai — e agiscono di conseguenza.
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Per descrivere il nostro comportamento, è stata inventata una bella storiella; un bassotto émigré, derelitto e angosciato, comincia a parlare dicendo: «Un tempo, quando ero un San Bernardo...».
I nostri nuovi amici, oppressi come sono dal gran numero di divi e di celebrità, non si rendono perfettamente conto che alla base di tutte le loro descrizioni di antichi splendori sta una verità umana: una volta la gente si preoccupava di noi, gli amici ci amavano, persino i padroni di casa ci conoscevano come quelli che pagavano regolarmente l’affitto. Una volta potevamo fare la spesa e viaggiare in metropolitana senza sentirci dire che eravamo indesiderati. Siamo diventati un po’ nervosi da quando i giornalisti hanno cominciato a individuarci e a dirci in pubblico di smettere di comportarci in modo sgradevole quando compriamo il latte e il pane. Ci chiediamo come si possa agire in questo modo; in ogni momento della giornata stiamo già così terribilmente attenti ad evitare che qualcuno indovini chi siamo, che passaporto abbiamo, da dove provengono i nostri certificati di nascita — e che a Hitler non eravamo graditi. Facciamo del nostro meglio per inserirci in un mondo in cui è necessario avere un atteggiamento da politici per andare a fare la spesa.
In queste condizioni, il San Bernardo diventa sempre più grosso. Non posso dimenticare quel giovane che, nel momento in cui ci si aspettava da lui che accettasse un certo tipo di lavoro, disse con un sospiro: «Leinon sa con chi sta parlando; io ero direttore di reparto al Karstadt [grande emporio di Berlino]». Ma c’è anche la profonda disperazione di quell’uomo di mezza età che, dopo aver sopportato innumerevoli stratagemmi messi in atto da differenti comitati allo scopo di salvarlo, alla fine ha esclamato: «E qui nessuno sa chi sono io!». Poiché nessuno voleva trattarlo come un essere umano dotato di una sua dignità, cominciò ad inviare cablogrammi a personaggi di rilievo e alle sue conoscenze importanti. Imparò rapidamente che in questo folle mondo è molto più facile venire accettato come «uomo importante» che come essere umano.
Meno siamo liberi di decidere chi siamo o di vivere come desideriamo, più ci sforziamo di presentare una facciata, di nascondere i fatti e di recitare una parte. Siamo stati espulsi dalla Germania perché eravamo ebrei, se non che, dopo aver attraversato con difficoltà il confine francese, siamo stati trasformati in «boche» [termine spregiativo con cui i francesi indicano i tedeschi] Ci è stato persino detto che dovevamo accettare questo appellativo se veramente eravamo contrari alle teorie razziali di Hitler. Per sette anni abbiamo recitato la ridicola parte di quelli che cercano di essere francesi — o, per lo meno, potenziali cittadini; eppure, all’inizio della guerra, siamo stati ugualmente internati come «boche». Nel frattempo, tuttavia, la maggior parte di noi è diventata a tal punto fedele alla Francia, che non abbiamo potuto nemmeno criticare un ordine del governo francese. Così abbiamo dato il benestare al nostro stesso internamento. Siamo stati i primi «prisonnier volontaire» che la storia ricordi.
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Dopo lo scoppio della guerra e la catastrofe che si è abbattuta sugli ebrei d’Europa, il semplice fatto di essere dei profughi ci ha impedito di mescolarci con la comunità degli ebrei nativi, una regola confermata da poche eccezioni.
Queste leggi sociali non scritte, per quanto mai riconosciute pubblicamente, hanno la stessa grande efficacia dell’opinione pubblica. E una tacita opinione e consuetudine di tal genere è più importante per le nostre vite quotidiane di tutte le dichiarazioni ufficiali di ospitalità e di buona volontà. L’uomo è un animale sociale e la vita non è facile per lui quando vengono recisi i legami sociali. Nel tessuto sociale è molto più facile conservare gli standard morali. Pochissimi individui hanno la forza di conservare la loro integrità se la loro condizione sociale, politica e giuridica è del tutto indefinita. Mancando del coraggio di lottare per un cambiamento della propria condizione sociale e giuridica, molti di noi hanno invece deciso di cercare di cambiare l’identità. E questo singolare comportamento peggiora la situazione. La confusione in cui noi viviamo è in parte opera nostra.
È vero che un uomo che vuole liberarsi del proprio scopre le possibilità dell’esistenza umana, le quali sono tanto infinite quanto lo è la creazione. Tuttavia, il recupero di una nuova personalità è tanto difficile — e tanto illusorio — quanto una nuova creazione del mondo. Qualunque cosa facciamo, qualunque cosa pretendiamo di essere, non riveliamo altro che il nostro insano desiderio di essere trasformati, di non essere ebrei. 
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È quell’immigrato ideale che, in qualsiasi tempo e luogo sia stato condotto da un destino terribile, immediatamente vede ed ama le montagne del posto. Poiché però non si ritiene ancora che il patriottismo sia una questione di pratica, è difficile convincere la gente della genuinità delle nostre continue trasformazioni. È questo conflitto che rende così fragile la nostra società; chiediamo piena affermazione come individui perché non siamo in una posizione tale da ottenerla come gruppo. I nativi, messi di fronte ad esseri tanto singolari quali noi siamo, diventano sospettosi; dal loro punto di vista, di regola, soltanto il fatto che rimaniamo fedeli ai nostri paesi è incomprensibile. Questo ci rende la vita molto amara. Potremmo vincere questo sospetto se spiegassimo che, in quanto ebrei, il nostro patriottismo aveva una forma molto particolare nei paesi d’origine. Nondimeno, era veramente genuino e profondamente radicato. Abbiamo scritto grossi volumi per dimostrarlo; abbiamo pagato un’intera burocrazia per indagare il suo passato e definirlo in termini statistici.
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Se è vero che gli uomini imparano raramente dalla storia, è altrettanto vero che possono imparare dalle esperienze personali che, come nel nostro caso, si ripetono infinite volte. Ma prima di gettare la prima pietra contro di noi, ricordate che essere ebrei non dà alcuno status giuridico in questo mondo. Se cominciassimo a dire la verità, e cioè che non siamo altro che ebrei, ciò significherebbe esporci al destino degli esseri umani i quali, non essendo protetti da alcuna specifica legge o convenzione politica, non sono altro che esseri umani. Mi è difficile immaginare un atteggiamento più pericoloso, perché realmente viviamo in un mondo in cui gli esseri umani in quanto tali hanno cessato di vivere per tanto tempo; perché la società ha scoperto che la discriminazione è la grande arma sociale con cui uccidere gli uomini senza spargere sangue; perché i passaporti o i certificati di nascita, e qualche volta persino le ricevute dell’imposta sul reddito, non sono più documenti ufficiali, ma questioni di differenziazione sociale. È vero che la maggior parte di noi si basa interamente sui criteri di vita abituali; perdiamo fiducia in noi stessi se la società non ci approva; noi siamo — e siamo sempre stati — pronti a pagare qualsiasi prezzo per essere accettati dalla società. Tuttavia, è altrettanto vero che i pochissimi tra noi che hanno cercato di tirare avanti senza tutti questi trucchi e queste farse hanno pagato un prezzo sproporzionato rispetto ai loro sforzi: hanno messo in pericolo le poche opportunità che un mondo sconvolto offre anche ai proscritti.
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Quei pochi profughi che insistono nel dire la verità, addirittura fino all’indecenza», ottengono in cambio della loro impopolarità un vantaggio inestimabile: per loro la storia non è più un libro chiuso e la politica non è più un privilegio dei gentili. Sanno che la proscrizione del popolo ebraico in Europa è stata subito seguita da quella della maggior parte delle nazioni europee. I profughi costretti di paese in paese rappresentano l’avanguardia dei loro popoli — se conservano l’identità. Per la prima volta la storia ebraica non è separata, bensì legata a quella di tutte le altre nazioni. Il rispetto reciproco dei popoli europei è andato in frantumi quando, e perché, permise che i membri più deboli fossero esclusi e perseguitati.
 
 
[1943]