Brulotti

Uscire dalla comunità statale

Gustav Landauer
 
«Chi non si trovi d’accordo con le convinzioni della Chiesa cui formalmente appartiene dalla nascita, esca da quella comunità religiosa, con la quale non ha più niente in comune; e chi non si trovi d’accordo con i principi, le decisioni e le procedure interne all’ordine statuale in cui è nato, annunci alla comunità statale la propria fuoriuscita». Ogni spirito semplice che finora non abbia dovuto occuparsi del «diritto positivo» vigente ed effettivamente dominante sugli uomini troverà questa frase logica, ragionevole e del tutto ovvia. Tuttavia, se un uomo volesse uscire da un sistema statale senza cadere in balìa di un altro, dovrebbe rifugiarsi nelle regioni del Polo Nord. E neanche lassù sarebbe al sicuro: una volta raggiunto il Polo, infatti, il primo atto degli scopritori sarebbe probabilmente quello di conficcarvi la bandiera della propria nazione dichiarando l’annessione dei territori limitrofi, nonché degli orsi bianchi e delle foche che ci abitano. Il monarca del caso, poi, potrebbe assommare ai molti altri titoli quello di «Signore del Polo Nord», cosicché, se l’insofferenza dei suoi «sudditi» dovesse aumentare a tal punto che la permanenza nei suoi Stati ereditari si rivelasse troppo difficile, egli potrebbe ancora tentare di rendere felici i suoi Stati polari impiantando il regno fra gli orsi e le foche.
Ho scelto qui di proposito l’esempio del monarca per accennare al fatto che il moderno Stato coercitivo scaturisce dal possesso della terra e dalla conquista territoriale. Quando una terra appartiene a un determinato uomo e alla sua famiglia per diritto divino, è comprensibile che costui imponga le proprie condizioni a tutti coloro cui benevolmente concede di vivere su quella terra e di cercarvi nutrimento. Li tiene così in suo potere come servi e sudditi. Questa forma originaria di Stato assomiglia molto allo Stato feudale del Medioevo. Prima di giungere al moderno «Stato di diritto» c’è ancora un lungo cammino: non lo affronterò, perché non mi propongo qui di offrire una descrizione storica, anche se risulterebbe estremamente interessante, visto che la genesi dello Stato è una storia di torti e violazioni ricorrenti. 
È noto che ancor oggi i monarchi, anche quando i loro diritti sono stati fortemente limitati dagli amati sudditi, legittimano la loro autorità riferendosi al diritto divino o alla grazia divina. Uno dei maggiori meriti della Rivoluzione francese è stato di aver aperto brecce non più richiudibili nella dottrina dello Stato per grazia divina. Benché la Francia e il Belgio, per esempio, siano ancora deliziati dalla monarchia (la prima di tanto in tanto, il secondo ancor oggi), non si tratta certo di monarchie per grazia divina, bensì per grazia rivoluzionaria. 
Ipotizziamo di essere d’accordo sul fatto che non si possa mettere in discussione la fondazione dello Stato coercitivo sulla volontà di Dio, per il semplice motivo che non si può mettere in discussione Dio; resta comunque inevasa una questione: da dove si vuol far derivare il diritto dello Stato di intervenire con mano ferrea nelle faccende e nel destino di individui che del suo intervento farebbero volentieri a meno? Rousseau ha risposto con il contratto sociale. Ma un siffatto accordo non fu mai concluso, e anche se fosse stato concluso, gli avi non dovrebbero avere alcun diritto di vincolare la libertà di decisione dei posteri, neppure di uno solo.      
Ammesso che la questione, anche se ritenuta superflua, venga posta in questi termini, l’epoca nostra, vile, alessandrina, bizantina, risponde correntemente così: il diritto naturale non esiste, esiste solo il diritto storicamente tramandato, l’ordinamento del diritto positivo, e l’uomo deve adattarsi, in quanto non può sottrarsi al momento storico in cui vive. Nel secolo scorso, sotto le insegne del diritto naturale e dei diritti dell’uomo, si è prodotta molta retorica inaccettabile e antiscientifica nonché, soprattutto, molta indifferenza: affermare che il concetto di diritto non si possa definire astrattamente ma solo dedurre storicamente, è una pietosa menzogna. Il mio diritto è costituito dalle relazioni con il mondo e con i contemporanei che io accetto, ovvero, per servirmi di un’espressione che se ben ricordo fu usata da Stirner: il mio diritto è la mia forza. 
Lo Stato, quindi, se volesse trovare fondamento su qualcosa di diverso dalla violenza, potrebbe trovare la giustificazione della propria esistenza esclusivamente nel mutuo accordo dei suoi membri, un patto da cui ogni singolo dovrebbe poter recedere in ogni momento. 
Per inciso, quando noi anarchici combattiamo con accanimento i tentativi socialdemocratici di fondare uno Stato sociale coercitivo, a mio giudizio non contestiamo primariamente il carattere irragionevole che ne è alla base, per cui la cura dei mali del nostro tempo sarebbe un alcunché di diverso dalla libertà. In fin dei conti, ognuno ha il diritto di essere irragionevole e incompleto: noi cerchiamo con tutte le nostre forze di illuminarlo, ma a lui concediamo di non lasciarsi convincere. Tuttavia, in questa battaglia di prima linea noi ci preoccupiamo soprattutto di salvare la pelle, perché l’obiettivo che si vuole perseguire si riduce in definitiva a una nuova versione del vecchio Stato coercitivo: anche lo Stato socialdemocratico, infatti, si basa sul diritto positivo, cioè sulla violenza, non già sulla libera unione. 
Qui non voglio dilungarmi in un’esposizione dettagliata di come apparirebbe una società socialista del futuro, in cui una parte degli uomini fondasse uno Stato, mentre altri territori venissero abitati da liberi anarchici, eventualità che potrebbe benissimo verificarsi*. Preferisco piuttosto sottolineare come tutti i rapporti esistenziali sarebbero trasfigurati se gli Stati, invece di basarsi sulla violenza, si fondassero sulla libera associazione, con la facoltà di recedere dalla medesima. 
Immaginiamo che domani, svegliandomi di buon mattino, io leggessi sul giornale che si è verificato un enorme rivolgimento. In un caso simile, lancerei immediatamente un appello alla ricerca di compagni disposti a vivere con me, sempre in Germania, ma al di fuori di quello Stato che si definisce «Impero tedesco». Prima di tutto ciò, direi all’ufficiale giudiziario che si presentasse ad apporre il suo sigillo su uno dei miei mobili di restarsene fuori a contemplare la porta di casa, giacché non ho più nulla a che vedere né con lui né con i suoi superiori: sono uscito dallo Stato, io. La prima conseguenza dell’uscita dallo Stato sarebbe quindi lo sciopero fiscale. Al contempo, se avessi citato in giudizio qualche mio debitore, comunicherei immediatamente al tribunale di voler ritirare la denuncia, rinunciando per sempre a dar lavoro ai giudici in quanto, vista la nuova possibilità che si è data e di cui hanno appena dato notizia i giornali, io sono uscito dallo Stato. La seconda conseguenza sarebbe pertanto la rinuncia alla protezione del tribunale e della polizia. Quanto alla terza, risulterei privato di tutti i diritti di carattere pubblico, tra essi il diritto di voto, e quanto alla quarta non avrei più il diritto né il dovere di prestare servizio militare, oltre a perdere il diritto di mandare i miei figli alla scuola pubblica. Non ci sarebbe più bisogno di registrarsi presso l’Ufficio di Polizia e, qualora mi unissi a una donna uscita come me dallo Stato (lasciamo da parte per un attimo i rapporti poligamici), i miei rapporti con l’altro sesso non sarebbero più sottoposti al controllo che lo Stato esercita attraverso l’istituto del matrimonio. In breve, mi sarei liberato d’un sol colpo di una grandissima quantità di diritti e di doveri, e tutto ciò mi darebbe una gioia infinita. 
Finalmente sarei del tutto fuorilegge, libero e senza protezione come l’uccello che volteggia nell’aria. Ora, pensando a eventuali ladri e assassini contro i quali lo Stato non mi protegge più, potrei in primo luogo comprare una pistola senza bisogno del porto d’armi; in secondo luogo, però, la cosa risulterebbe notevolmente alleggerita e impreziosita dal fatto di aver trovato fin dal primo giorno migliaia di compagni. Infatti, anche se oggi il movimento anarchico è ancora alquanto debole, le persone che non vogliono saper nulla dello Stato – io li definirei anarchici inconsapevoli – sono milioni. In brevissimo tempo lo Stato sarebbe ridotto ai soli funzionari statali d’alto rango e ai proprietari dei mezzi economici di dominio. Sicché, a parte questi, nessuno avrebbe più voglia di pagare le tasse e i signori funzionari si dovrebbero far mantenere dai grandi proprietari terrieri. Il che risulterebbe un peso terribilmente gravoso per questi, tanto che, in un momento di rabbia e d’imprudenza, desidererebbero anch’essi uscire dallo Stato, e lo Stato sarebbe ridotto ai soli funzionari. I signori proprietari fondiari e proprietari dei mezzi di produzione, però, si troverebbero in gravi ambasce, visto che i poveri e i non possidenti sfrutterebbero subito l’occasione per aprire un confronto radicale con i possidenti in tutta tranquillità e radicalmente, senza temere l’intervento statale. 
Mi sono lasciato andare allo scherzo, com’era doveroso in un’ipotesi che mai si potrà realizzare. Ma qualcosa di serio si può ancora aggiungere. Se lo Stato si strutturasse sulla base della libera unione, potrebbe mantenere in piedi una gran parte delle leggi e delle prescrizioni per tutti coloro che non vogliono espressamente tirarsene fuori. Potrebbe, per esempio, proteggere la proprietà privata dei suoi membri e impedire a tutti di attentarvi. Se un individuo uscito dallo Stato minacciasse la proprietà privata di un cittadino, lo Stato potrebbe considerarlo alla stregua di un nemico esterno e, se riuscisse ad arrestarlo, potrebbe applicare contro di lui le norme severe di un codice promulgato per questi casi. Vorrei far rilevare, però, che se lo Stato si spostasse sul terreno del libero patto, tutta una serie di prescrizioni attualmente in vigore dovrebbero essere abrogate anche nei confronti degli appartenenti allo Stato, il quale conserverebbe il diritto di immischiarsi nelle faccende che riguardano l’insieme di quanti vi hanno volontariamente aderito, ma non potrebbe intromettersi in quei rapporti e in quelle relazioni istituiti dai singoli membri senza danneggiare gli altri. 
Temo che questi discorsi potrebbero suscitare violente reazioni da parte di alcuni socialdemocratici, ma secondo me lo Stato dovrebbe immediatamente cessare di condannare il duello, che rappresenta certamente un’idiozia dettata dall’autorità morale della corporazione, ma che resta comunque un accordo fra due persone, di cui nessuno deve occuparsi in termini legali. Se due uomini decidono di spararsi l’un l’altro o di battersi con la spada, nessuno ha il diritto di immischiarsi con la forza nelle loro faccende private. 
Uno Stato fondato su un contratto annullabile, inoltre, non dovrebbe atteggiarsi a tutore della virtù, e quando due uomini adulti, per esempio, si sentono attratti l’uno verso l’altro dai loro anomali istinti sessuali, io non riesco a capire quale sia per la comunità il legittimo interesse a condannare questo genere di omosessualità. In quest’ottica, è naturalmente ancor più sconvolgente il fatto che in Inghilterra venga tuttora punito il tentativo di suicidio: si tratta di una brutale ingerenza nella sfera del diritto individuale, perché il modo in cui mi atteggio nei confronti della vita e della morte è una faccenda privata, che devo risolvere solo con me stesso. 
Già che siamo arrivati a toccare il suicidio, colgo l’occasione per chiudere su questo punto. Com’è noto, sul continente il suicidio non viene perseguito a norma di legge; quindi per noi esiste di fatto, anche oggi, una possibilità per uscire legalmente dallo Stato: il suicidio, appunto. Per coloro che amano la vita e la vogliono organizzare più libera e felice, non riesco a trovarne un altro, ché lo Stato è come una trappola per topi: il grasso della vita ci attrae fin dalla nascita, ma poi sei dentro e dentro rimani, e chi si vuol ribellare s’infila nella carne le spine della legge. Per questo è indispensabile un chiarimento a tutto campo sulle spaventose contraddizioni dello Stato coercitivo, affinché gli uomini promuovano una trasformazione radicale unendosi in liberi gruppi d’interesse, senza la costrizione dell’autorità e senza l’autorità della costrizione. 
 
[Der Sozialist, V, n. 3, 31 agosto 1895]
 
 
* Si veda il romanzo di Th. Hertzka, In die Zukunft entrückt, interessante benché, per molti versi, discutibile.