Brulotti

Ingannare le apparenze

«Con riferimento disposizioni vigenti che vietano pubblicazione atti istruttori richiamo attenzione SS.LL. su grave sconcio che si verifica quotidianamente ad opera dei giornali mediante riproduzione fotografie di delinquenti arrestati sotto imputazioni gravi reati [...] che sono così elevati agli onori della più biasimevole pubblicità».
 Luigi Federzoni, Ministro degli Interni,
telegramma n. 17916 ai prefetti del 31 luglio 1925 
 
È tristemente noto l'uso della censura durante il fascismo. Una volta eliminate le voci d'opposizione, il regime aveva assegnato allo strumento della propaganda un compito pressoché esclusivo, favorendo la progressiva fascistizzazione del paese. All’interno del Paese non bisognava più schiacciare il nemico ostile presente, ma crearvi, anzi, produrvi l’amico fedele. Si trattava di imporre ovunque una percezione sociale della realtà corrispondente agli interessi e alla ragione di Stato, in modo da riscuotere un consenso praticamente automatico ed unanime. Progetto impossibile da realizzare senza un’incessante manipolazione e la deformazione di buona parte degli accadimenti. La realtà molteplice, quella con tutte le sue sfaccettature conflittuali e caotiche, doveva essere selezionata, amputata, calibrata, aggiustata, confezionata, per farla apparire univoca e comodamente presentabile. Uno degli obiettivi principali di questa edulcorazione della realtà era far scomparire ogni traccia di disordine, non solo dalle strade ma perfino nel pensiero. 
La prima misura presa in tal senso fu il decreto legge sottoposto al Re da Mussolini nel 1923, che prevedeva la diffida del gerente di un giornale reo di aver diffuso notizie relative al turbamento dell'ordine pubblico, all'odio di classe o alla disobbedienza delle leggi. Poi fu la volta della creazione di un Ufficio Stampa ministeriale, del monopolio dell'informazione concesso ad un'unica agenzia, dell'istituzione di un albo dei giornalisti (tuttora vigente)… Il linguaggio doveva essere codificato, le notizie opportunamente filtrate: ad esempio, si doveva prestare particolare attenzione ai dati sulla situazione finanziaria (i quali non potevano che essere esaltanti), tacere gli arresti di oppositori, minimizzare i fatti di cronaca nera (in qualche caso, giornali come La Stampa o L'Unione sarda vennero sequestrati per aver dato troppo spazio a certi delitti di cronaca). Insomma, la censura mussoliniana mirava a fornire agli italiani l'impressione che sotto il fascismo la vita sociale fosse stabile e ordinata.
Si tratta di fatti conosciuti del passato, quasi banali oggi da ricordare. Ma… qual è l'uso della censura sotto il totalitarismo democratico? Si crede davvero che la realtà che traspare oggi dai mass-media sia quella che viviamo? Che le nuove tecnologie non abbiano messo a disposizione di chi detiene il potere micidiali mezzi per «formattare» le menti, predisponendole all’obbedienza, e che questi non ne approfitti?
Insomma, fino a che punto ciò che consideriamo realtà corrisponde a un dato di fatto accaduto, tangibile, e non a un dato di (arte)fatto percepito, virtuale? Ci sia permesso qui fare un piccolo esempio concreto: gli atti individuali di rivolta, i sabotaggi. A dare retta ai grandi mezzi di informazione, qui in Italia avvengono assai di rado, sporadicamente. A venire alla pubblica luce sono soprattutto quelli che vengono successivamente rivendicati dagli autori, ancor più se in maniera roboante, oppure quelli che hanno conseguenze troppo visibili ed eclatanti per essere taciuti. Anzi, per meglio dire, quegli atti che per — talvolta ovvie e talvolta insondabili — motivazioni istituzionali non vengono neutralizzati nella maniera più semplice e sbrigativa: derubricati sotto la voce «guasti tecnici». Rimanendo pure alle notizie di dominio pubblico, non è forse fin troppo evidente a chi conviene sostenere che ad aver scatenato un incendio sia stato un banale cortocircuito anziché un singolare fiammifero, e per quali ragioni? Chi mai noterà la notizia di un guasto tecnico? A differenza di un sabotaggio, un malfunzionamento non corre il rischio di saltare agli occhi e soprattutto di dare il cattivo esempio. 
Sia chiaro, qui non si sta dicendo che in Italia divampa incontrollato il fuoco sovversivo — significherebbe cadere nell'errore di percezione opposto — ma solo che oggi ancor più che nel passato quella che chiamiamo realtà è il più delle volte una costruzione. Programmabile, correggibile, estendibile, riducibile, confezionabile. Per convincersene basterebbe dare una occhiata alle disavventure successe in quest’ultimo anno alle strutture che riforniscono di energia il mondo in cui sopravviviamo. Quelle riportate dai grandi mezzi di informazione. Quelle che, sfuggendo allo sguardo, sfuggono anche alla riflessione.
Così, dopo una ricerca pur minima, con una certa sorpresa scopriamo che: il 26 febbraio si verifica un incendio alla cabina elettrica inverter di un parco fotovoltaico a Girifalco (Catanzaro); il 20 marzo una cabina Enel interrata va in fiamme a Loseto (Bari); il 14 aprile scoppia un incendio in una cabina di distribuzione di corrente elettrica a Cremona; il 23 aprile una cabina Enel va in fiamme a Villanova di Bernareggio (Monza); il 3 maggio, a Livorno, un incendio in una cabina Enel provoca un black-out sul lungomare e nei quartieri sud della città; il 5 maggio una cabina Enel va in fumo a Palermo; il 9 maggio si verifica un principio di incendio in una cabina Enel nei pressi di Feltre; il 10 maggio, a Riglione (Pisa), un ripetitore della Telecom va in fiamme (la causa ufficiale? corto circuito); il 15 maggio, anche a Firenze un ripetitore telefonico divampa di calore; il 12 giugno s’incendia una cabina Enel a Forlì; il 17 giugno, ancora un incendio nell’ennesima cabina elettrica ad Afragola (Napoli); il 18 giugno sono ben quattro le cabine Enel che vanno a fuoco a Corchiano (Viterbo); il 20 giugno si verifica un incendio in una cabina Enel a Vasto Marina (Chieti); il 22 giugno, una cabina Enel viene letteralmente fulminata ad Asolo (Treviso); il 26 giugno, a Sassuolo (Modena), un incendio in una cabina elettrica provoca l’ennesimo disagio; il 10 luglio, una cabina Enel va in fiamme a Cagliari; il giorno dopo, 11 luglio, la scena si ripete ad Orco Feligno (Savona); il 21 luglio brucia un ripetitore telefonico a Pieve di Compito (Lucca); il 7 agosto, l’Enel perde un’altra cabina a Germignaga (Varese); il 24 agosto va in fumo una cabina elettrica a ridosso di un parco fotovoltaico ad Arquà Polesine (Rovigo); il 25 agosto, un’altra cabina elettrica va in fiamme a Manocalzati (Avellino); il 27 agosto, il centro di Pescara è interessato da un black-out a causa dell’incendio scoppiato in una cabina Enel; il 9 settembre va in fiamme l’ennesima cabina elettrica Enel a Prato Perillo di Teggiano (Salerno); e abbiamo tutti letto che il 13 settembre, a Roma, un black-out ha bloccato la metropolitana.
Ora, tutti questi fatti (precisiamo che si tratta di una lista non esaustiva, stilata in maniera alquanto frettolosa, per cui è giustificato domandarsi quanti altri simili “accidenti” si siano potuti verificare) sono stati presentati dai mass-media come frutto di «guasti tecnici» o «corto-circuiti». Eppure, almeno nel caso di quello avvenuto a Pisa il 10 maggio, è circolata in rete una rivendicazione anonima. Se di per sé questo non significa affatto che tutti questi incendi siano stati generati da sabotaggi, si può però sostenere anche l’esatto opposto: non è vero che siano stati tutti dei corto-circuiti. E dove comincia e finisce la menzogna di Stato è impossibile da definire. Se poi a ciò aggiungiamo anche i numerosi tentativi di incendi finiti male (perché non scaturiti, immediatamente spenti o sventati in anticipo), i quali di certo non trovano risalto sui grandi mezzi di informazione, ecco che i fatti avvenuti ma mai riportati aumentano in quantità che sfugge ad ogni calcolo.
No, non vogliamo far intravedere o sognare una realtà già quasi travolta da chissà quali imprese focose. Vogliamo semplicemente (cercare di) mostrare come ciò che appare, sui grandi mezzi di informazione oltre che sui piccoli mezzi di controinformazione, sia un pessimo punto di riferimento, un criterio assai poco valido per cogliere ciò che davvero si muove e le sue potenzialità. Dolersi o rammaricarsi perché «non accade mai nulla» ha poco senso. Ne ha molto più domandarsi come (e dove e perché) far accadere qualcosa e, qualora lo si ritenga necessario, come fare per comunicarlo, bucando la censura tecno-democratica e riuscendo a dare a tutti il cattivo esempio. E, una volta trovata la possibile risposta, mettervi mano.
 
[26/9/19]