Intempestivi

Nemmeno di venerdì

 
George Orwell ha scritto un romanzo — 1984 — divenuto celebre in tutto il mondo per la sua critica del totalitarismo. Ma di quale totalitarismo? Essendo stato scritto nel 1948, quasi tutti i suoi lettori lo hanno considerato una denuncia dei regimi stalinista e nazi-fascista. Il successo riscosso da 1984 si fonda quindi sulla presunzione che esso descriva un mondo ben diverso da quello in cui viviamo, dando ai bravi e buoni cittadini del «mondo libero» un’idea e una percezione di un orrore già accaduto o visibile altrove, comunque lontano nel tempo o nello spazio. 
Non era così. Orwell non intendeva affatto dimostrare una banalità, ovvero che il totalitarismo è brutto e cattivo. La sua intenzione non era neppure quella di denunciare un particolare tipo di regime politico contemporaneo, ma piuttosto di disvelare i meccanismi intellettuali e psicologici che ne stanno alla base e mostrare come questi funzionino non solo nelle tirannie, ma anche nelle democrazie. Ieri, anche fuori della Russia di Stalin, della Germania di Hitler, dell’Italia di Mussolini. Oggi, dappertutto.
L’essenza del totalitarismo infatti non si manifesta con l'onnipotenza di una polizia brutale, ma col totale controllo mentale. La sorveglianza costante, gli arresti di massa, gli interrogatori, le torture, i processi sommari e i campi di concentramento sono solo… accessori; sono mezzi per ottenere il dominio delle menti, o meglio per addestrare l'individuo a controllare da sé il proprio pensiero. Ma lo strumento imprescindibile di ogni totalitarismo non è affatto la stanza 101, che a seconda dei contesti e delle circostanze può tranquillamente essere sostituita dagli schermi televisivi (non a caso Orwell si ispirò al Mondo nuovo del suo maestro Huxley, dove il controllo totale viene raggiunto attraverso la beatitudine, e non attraverso il terrore). Se l’intento è quello di sopprimere il pensiero, non esistono sostanziali differenze tra bruciare i libri e renderli di nessun interesse. Se è difficile riscontrare un’effettiva differenza tra un territorio controllato da invadenti pattuglie di poliziotti presenti ad ogni angolo di strada ed un territorio sorvegliato da discrete telecamere disseminate un po’ dovunque, allo stesso modo qual è la differenza tra una corrispondenza cartacea intercettata dai servizi segreti ed una corrispondenza telematica a totale disposizione di multinazionali come Google o Facebook?
Nel mondo totalitario di 1984 è criminale qualsiasi pensiero, per quanto insignificante, che non sia del tutto allineato alla dottrina del Partito (cioè dello Stato). Allo scopo di scongiurare la minaccia sovversiva si distrugge la capacità critica degli individui, riducendo drasticamente il numero di parole a loro disposizione, semplificandone al massimo le possibili elaborazioni logiche. Meno parole esistono, meno riflessioni si possono fare. Una volta resi incapaci di esprimere un pensiero complesso proprio, agli individui non rimane altro che ripetere gli slogan e le frasi fatte diffuse dalla propaganda. È in questo modo che secondo Orwell il totalitarismo arriva al «controllo della realtà», al bispensiero («la capacità di accogliere simultaneamente nella propria mente due opinioni tra loro contrastanti, accettandole entrambe»). Il bispensiero viene utilizzato come arma di manipolazione psicologica, per rendere l'individuo incapace di pensare da sé; d’altronde, sostenere nel contempo qualcosa e il suo contrario non può che produrre una disintegrazione della coscienza. La negazione dell'opposizione tra due affermazioni impedisce qualsiasi rappresentazione. Non è più possibile percepire e interpretare la realtà, si può solo sperimentarla, subirla, diventarne soggetti — non analizzarla e trasformarla.
Per imporsi con le sue continue contraddizioni, il bispensiero ha bisogno di rendere la psiche degli individui molto fluida, facendoli vivere solo nel e sul presente: la verità è ciò che il Partito (cioè lo Stato) dice. O meglio, è ciò che sta dicendo. E che, un attimo dopo, potrebbe capovolgersi nel suo esatto contrario. L'obiettivo finale del potere è quindi spezzare il rapporto dell'individuo con la verità del significato, con la sua profondità storica, al fine di renderlo un essere totalmente malleabile, cioè manipolabile. In fondo è un ideale condiviso da tutte le grandi ideologie a partire dall'inizio del XX secolo: plasmare l'essere umano, riuscire a fargli credere qualsiasi cosa, addestrarlo a negare il minimo senso e talvolta anche la testimonianza dei propri sensi. Si tratta di un progetto quasi del tutto realizzato, essendo diventato il bispensiero la cosa più condivisa. 
In quale altro modo spiegarsi la pretesa di difendere la natura dal progresso industriale che la devasta, mentre si sostiene la scienza e ci si rivolge ai governanti che finanziano e realizzano questo stesso progresso? Se nel caso della giovanissima Greta Thunberg si può forse parlare di ingenuità, negli adulti che la adulano di cosa si può parlare? Non è certo difficile notare la pari assurdità fra gli slogan del Big Brother («la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza») e quelli del Fridaysforfuture («lo sviluppo è sostenibile, l'economia è circolare, la scienza è verde»). Allo stesso modo non dovrebbe essere troppo arduo capire che invitare chi detiene il potere ad «unirsi dietro la scienza» equivale a credere che il problema sia al tempo stesso la soluzione. L’inarrestabile distruzione della natura non è uno sbadato errore dell'attuale organizzazione sociale suscettibile di venir corretto una volta presone atto, bensì una delle conseguenze ovvie del capitalismo, per il quale «tutte le risorse naturali hanno il colore dell’oro. Più rapidamente le sfrutta, più s’accelera il flusso d’oro». Chiedere gentilmente a funzionari e servitori del Dio Denaro di porre fine allo sfruttamento delle risorse («fare pressione sulle istituzioni locali, regionali, nazionali, affinché siano intraprese azioni di governo e di organizzazione internazionale più efficaci nel contenere gli effetti del collasso climatico») è come chiedere gentilmente ai lupi di porre fine allo sterminio delle pecore. Non si può stare contemporaneamente da entrambe le parti. Non saranno la scienza e lo Stato a «far tornare selvaggia la natura», ma solo la lotta contro la scienza e lo Stato.
Per capire fino a che punto il bispensiero abbia annichilito ogni capacità critica basterebbe spostarsi a Taranto, città in subbuglio contro la decisione della multinazionale Arcelor Mittal di spegnere gli altiforni dell'Ilva. La preoccupazione di salvaguardare il «livello occupazionale» e di garantire «il diritto al lavoro» è tale da far convergere governo, sindacati e forze progressiste verso un unico obiettivo: impedire ad ogni costo la chiusura della più grande acciaieria d'Europa. Ma, considerato che governo, sindacati e forze progressiste non nascondono il loro sostegno alla causa ambientalista della salvaguardia del clima, eccoci di fronte a un dilemma. Essendo l’Ilva di Taranto la principale fonte di anidride carbonica presente in Italia, la prima responsabile quindi nel nostro paese del riscaldamento climatico planetario, come si può al tempo stesso sostenere la rapida riduzione di emissioni nocive nell'atmosfera ed il mantenimento di quanto diffonde veleni nell'atmosfera? Il ministro dello Sviluppo economico potrà anche delirare definendo l'Ilva «un esempio di impianto industriale siderurgico, con uso di tecnologie sostenibili, con forni elettrici e altri impianti ecosostenibili», ma è fin troppo ovvio che la difesa della natura esige l’immediata chiusura della fabbrica, altro che una produzione annuale di 8 milioni di tonnellate di acciaio! 
Ma un'Italia senza industria, e una Taranto senza posti di lavoro, come potrebbero vivere all'interno di questa civiltà fondata sull’industria e sul lavoro? Ecco una domanda a cui gli slogan che pensano al posto nostro non potranno fornire una risposta. Nemmeno di venerdì.
 
[17/12/19]