Brulotti

Tecnologia, incubi e poesia

 
Scienza e tecnologia, due tentacoli che misurano il mondo. Difficile scappare dai loro ragionamenti, dalla loro neolingua, dalla loro configurazione della vita sulla terra. Esse non sono nate per caso. La loro mannaia sulle esistenze – fra becero scientismo, progresso tecnico e regresso emozionale – fissa ciò che ci circonda in due momenti ben precisi, l’uno inscindibile dall’altro: la nascita del mercato e il passaggio in cui lo Stato diviene l’unica organizzazione sociale esistente. 
Senza l’avanzamento tecnico, il commercio della coltivazione delle terre non avrebbe fatto balzi da gigante nella storia dello sfruttamento terreste. Senza tecnologia, le prime macchine industriali non avrebbero trasformato la produzione nell’unico modo concesso di esistere – egemonizzando lo spazio e devastando il tempo – con la conseguenza della creazione di enormi agglomerati urbani sostenuti da una miriade di infrastrutture come ferrovie, miniere e gallerie. Dalla campagna alla città, la parola d’ordine rimane sfruttare il più possibile, per permettere a pochi cialtroni di mantenere i propri privilegi e ad altri in ascesa di acquisirne di nuovi. Ecco perché la storia è sempre tragedia: essa è il racconto dell’oppressione. Senza la mercificazione di ogni aspetto della vita, insieme alla sua misurazione e alla sua oggettivazione, non potrebbero esistere la scienza e la tecnologia. Un legame indissolubile che spalanca il mondo ad un tetro incubo: la tecnoscienza e i suoi tecno-stregoni. 
La produzione di massa, procedendo a picchi enormi durante la prima rivoluzione industriale, non ha provocato sottomissione alle macchine senza qualche intoppo. Gli scontri violenti fra sfruttati e chi deteneva le macchine, a partire dall’inizio dell’Ottocento, rendono il luddismo uno dei primi moti di diserzione e distruzione contro ciò che rende lo schiavismo – o forse sarebbe meglio dire un miglior tipo di schiavitù – una conseguenza dell’era della tecnica. I sabotaggi, gli attacchi alle macchine e gli scontri contro padroni, padrini, tirapiedi e sbirri diventano patrimonio di creatività, per chiunque voglia mettersi di traverso contro l’opinione che i corpi devono obbligatoriamente diventare strumenti assoggettati alle macchine e al modello sociale che esse impongono. 
Il Dominio – cioè la realtà – sa benissimo leggere tecnicamente ciò che si trova davanti: è per questo che a partire dagli anni settanta del secolo scorso adotta una trasformazione della sottomissione umana con le cosiddette nuove tecnologie informatizzate. Decentralizzare le forme di sfruttamento disinnescando le enormi concentrazioni di oppressi salariati e non, ha lo scopo di rendere flessibile il consumo di merci. Esso viene estremizzato, insistendo sulla dispersione urbana con la produzione di un terzo settore dove il lavoro fisico diminuisce ma la ripetizione alienata alla macchina aumenta, grazie all’uso degli umani come controllori e sorveglianti dei dispositivi tecnici. 
Dall’industrializzazione massificata si passa all’informatizzazione continua, introducendo nuovi progetti di dominazione che aprono scenari inimmaginabili fino a poco tempo fa. 
Il dominio della scienza non abita solo nei laboratori ma assume forme di contagio. La modificazione degli organismi occupa la totalità delle esistenze in modo invisibile ma onnipresente. Da esse si sviluppano tecniche di controllo, servitù partecipata e apatia tecnologica generalizzate mai viste. 
Ciò che comporta l’intromissione del totalitarismo tecnoscientifico nel corpo è la funzionalità di accorciare la distanza tra l’essere vivente e la macchina, nel tentare di azzerare la volontà e i desideri ardenti, espressi tra il pensiero e l’azione, di ogni individuo. 
Se qualcuno parla di macchine umane è perché oggi è quasi impossibile trovarsi in ambienti privi di dispositivi tecnologici come il computer, lo smartphone (dove i nostri occhi sono fissi sugli schermi) o delle telecamere (occhi spioni sopra le nostre teste). Questa presenza artificiale viene vissuta come gesto non pervasivo. La persuasione tecnica diviene la normalità
La dipendenza è connessione fra macchine. Ognuna di esse è pur sempre parte integrante della Megamacchina, secondo la puntuale accezione espressa da Lewis Mumford. Ma se fino a poco tempo fa la struttura della tecnica era pensata in modo verticistico, oggi abbiamo davanti un’enorme orizzontalità che entra nell’individuo e dilaga nello spazio. Questo incubo tecnologico fatto di microchip, laser, sensori, antenne, ripetitori, cavi, centraline e trasmettitori è tutto ciò che rimane di materiale intorno a noi. L’onnipresenza, oltre ad aiutare oltremodo l’acquiescenza, è il perno da cui dipendiamo. Questi dispositivi hanno bisogno della proliferazione dell’elettronica. Il mondo nuovo dell’informatica è un eterno chip presente ovunque cade il nostro sguardo. 
Nell’obiettivo dichiarato dalla scienza di duplicare la realtà, tutto ciò che non è quantificabile deve essere sottoposto alla logica della misura. Gli oggetti tecnici diventano i nuovi coabitanti della terra. Potremmo dire che gli oggetti vivono
I dispositivi nanotecnologici hanno la forza indiretta di celarsi dappertutto: dai tessuti al suolo, fino ad arrivare al sottosuolo per poi passare negli organismi viventi. Uno strumento invisibile, quel pulviscolo che rende il Dominio accettabile, la cui pervasività fomenta la docilità perennemente connessa. Quando l’occhio nudo non può cogliere, l’accettazione diventa estremamente facilitata. Inoltre, tutto ciò che è smart è potenzialmente spia. Come lottare contro ciò che non vediamo? 
L’impercettibilità e l’inavvertibile fanno rima con la gelida insensibilità. Se ciò che precede l’agire umano è un calcolo di dati, possiamo ancora dire che premere un tasto e fare clic siano una conseguenza del pensiero? 
L’espansione dell’elettronica è la delega totalitaria alla macchina. Se la volontà non è addomesticabile nella sua completezza, allora gli scienziati hanno il compito di reprimere l’irrazionalità. Affidarsi ad algoritmi matematici è molto più utile per far continuare questo mondo decrepito. Se la decisione – oltre che l’indecisione – diventa ostacolo, i dati sono la base per dichiarare guerra all’unicità dell’individuo. Un mondo utile cercherà in ogni modo di incatenare ciò che l’individuo sente di irriducibile. 
Siamo così sicuri che la scienza sia al servizio della qualità? O è la quantità degli oggetti da vendere e la dignità da pagare a caro prezzo ciò che scruta la razionalità scientifica? Come ci si può dare della scienza quando essa vuole rendere la vita umana un esperimento in vitro? 
L’epoca scientifica deve controllare che tutto funzioni, niente può essere lasciato al caso. Ogni passaggio umano viene controllato. La sorveglianza nelle città e nelle strade, nei luoghi di lavoro e di svago, ha raggiunto un controllo a dir poco esorbitante: dai software per il riconoscimento facciale ai telefoni (sempre localizzabili) che indossiamo 24 ore su 24, fino ad arrivare alle più disparate telecamere e all’era dell’essere sempre connessi con i propri innocui strumenti tecnologici. Tracciati e spiati a colpi di touch
Il programma tecnologico nasce per munire di nuove armi chi fa la guerra e diviene sempre più un paradigma militaresco: dall’imposizione dei comportamenti normati da far tenere ai propri sudditi, si è passati – senza neanche accorgersene ed a una velocità disarmante – all’interiorizzazione di comportamenti adatti alla produzione e alla difesa di ciò che è mercificato e oppressivo. È da qui che la tecnica non può essere considerata una struttura, ma materialmente un rapporto sociale: la si subisce e la si riproduce. 
La tecnica è supportata dalla ricerca scientifica. Quest’ultima si basa sull’empirismo, nel dire la verità del mondo, e piano piano si è accostata ad un altro tipo di oppressione: la religione. La divinità scientifica procede per inerzia militare indossando una facciata umanitaria: far progredire la macchina bellica e dare un contributo per allungare la vita è il verbo dell’orrore a cui mira. Debellare le malattie genetiche, diminuire i tumori, implementare di strumenti bellici gli Stati, infiltrarsi nei corpi per renderci macchine, migliorare il controllo dello spazio e del tempo, ricorrere agli algoritmi per ricercare maggior consenso rende gli scienziati i salvatori del genere umano, annunciando la fine delle tragedie umane. 
In un mondo che è tutto da programmare, l’imprevisto e le sue turbolenze fanno ribrezzo a chi vuole codificare e pianificare l’intera vita. 
Oggi la potenza scientifica è una commistione fra controllo, autorità belligerante e penetrazione tecnica nei corpi, così come le ricerche in campo agricolo e zootecnico, l’ingegneria genetica, la robotica e le nanotecnologie sono il fulcro della dominazione scientifica. Il loro dominio non risiede soltanto nell’empirismo delle sue conseguenti applicazioni e nella sempre presente mercificazione delle vite: esse si assumono un ordine del discorso ben preciso, un’ideologia che giustifichi le peggio cose, una neutralità resa inattaccabile. La scienza, divenendo incriticabile, assume contorni totalitari proprio perché una critica radicale ad essa diviene sempre più difficoltosa. Quanto sono false le manifestazioni per la difesa della terra che difendono la scienza, chiedendo a politici ed industriali di cambiare il mondo? 
La scienza diventando unica depositaria del funzionamento della vita con la scoperta del DNA – ispezionandolo, sintetizzandolo, usandolo per scopi repressivi – è diventata un oracolo a cui sottomettersi. Il mito scientifico smaterializza le esistenze, le mette in vendita anestetizzandole con la puzza di carogna, per poi presentare questo lavorio come fine umanitario. 
La struttura gerarchica della società, espressione della dominazione dei ricchi sul mondo, è stata permessa dall’urbanizzazione, così come oggi il dominio tecno-scientifico vuole installarsi immancabilmente in ambienti piccolissimi. Il nuovo territorio da conquistare dalla scienza è diventato ciò che appare invisibile allo sguardo umano. Per questo le nanotecnologie stanno invadendo il nostro vissuto, dove l’infinitamente piccolo diventa il campo d’azione di un diverso tipo di oppressione: il laboratorio di ricerca non si definisce più con i confini di una stanza sterilizzata ma diviene prepotentemente il mondo intero. 
La collaborazione fra nanotecnologie, biotecnologie e scienze cognitive fabbrica riproduzioni tecniche degli organismi viventi, ovvero potenze artificiali. Se ogni individuo ragiona diversamente, la civiltà tecno-scientifica agisce contro questa incontrovertibile specificità. La lobotomia sociale vuole incatenare e isolare l’irrazionale per rendere la vita su misura. 
L’essere al tempo tecnologico si appresta a rinunciare alla sua parte senziente per ridefinirsi un prodotto fabbricato e diventare una matrice del mondo, proprio come nei piani più reconditi del transumanesimo. 
La manipolazione della vita umana è un obiettivo preponderante del dominio e l’insieme delle tecniche che sfruttano particolari organismi con la manipolazione e la modificazione dei geni (ciò che può essere definito biotecnologia), aprono altri spazi di sfruttamento. Dalle necro-colture di OGM alla farmaceutica passando per la chimica, si producono piante sintetiche ad alto potenziale commerciale e sfruttabile, armi di intossicazione di massa adatte allo sterminio del genere umano e animale attraverso l’artificialità dei batteri, per arrivare al lento genocidio attraverso la standardizzazione genetica del bestiame. Ovunque la vita diviene sterile, fredda come una provetta da laboratorio. 
La vita come la conosciamo e come molte sovversive l’hanno interpretata – nuda, spontanea e creativa – viene segregata da sbirri in camice bianco trincerati col nome di scienziati, ormai specialisti dell’artificio, incubando lentamente la rovina. Quando le biotecnologie devastano tutte le diversità naturali depredando gli organismi viventi, quest’ultimi vengono ridotti a geni modificati. Il programma scientifico genetico, misurando ed incatenando ciò che è vivo, assomiglia in modo terrificante ad un programma per il computer. 
Esistono individui refrattari a questo ordine tecnico? Certo. E allora, come inoltrarsi nello spirito quantistico dei tempi, cioè lo spirito tecnologico? Come far entrare nei ranghi le tensioni di liberazione? La risposta a queste domande prende le sembianze di un robot. 
Parliamo di robotica come quel particolare ramo dell’ingegneria che permette ad una macchina di avere sembianze umane, allo scopo di riprodurre gesti ripetitivi e meccanici propri dello sfruttamento umano. Vi è poi anche la biorobotica, che combina robotica e ingegneria biomedica, quando artificialità ed essere vivente si fondono in un’unica soluzione. 
La civiltà tecnologica cerca di entrare nel corpo per svuotarlo: con l’intromissione della tecnica nel corpo umano, essa lo dichiara obsoleto. Accrescendolo e strutturandolo per nuove forme di sfruttamento lo si trasforma in una macchina efficiente senza emozioni. 
La fabbricazione del corpo-macchina, a cui il vecchio corpo umano serve solamente da sostegno, è uno dei modus operandi in cui la scienza cerca di superare i limiti biologici dell’essere umano. Siamo ad un inizio: la fine programmata della vita nuda e cruda. 
Negli ultimi tempi dalla robotica si è passati a macchine con specifici software che possono produrre gli oggetti più disparati, come le stampanti 3D. E allora come non credere all’intuizione di Günther Anders che recita: «Se ormai vivere significa essere niente, morire è non essere mai stati»? Triste constatazione della tendenza depressiva in atto... 
La gabbia tecnica della scienza ci rinchiude in ciò che non siamo e che non potremmo essere. In passato il nostro corpo esanime se lo prendeva la scienza (senza che quel corpo lo potesse decidere autonomamente), oggi le apparteniamo da vivi, inconsapevolmente e senza un minimo di autonomia, proprio come dei cadaveri. 
Le prime manette stanno dentro la mente e riescono a proiettarsi nel tanto declamato rinnovamento strutturale in corso. Strutture tecnologiche chiamate start-up, nomignolo dato a quelle imprese che riguardano l’ambito più diversificato della produzione: da quello militare a quello del controllo urbano, passando dalla distribuzione per arrivare anche a quello del divertimento, o per meglio dire stordimento. Breve è stato il passo di creare poli tecnologici dedicati, dove interi quartieri vengono modellati secondo l’ideologia della smart-city: connessioni wi-fi sempre presenti, ecosostenibilità tecnologica per i più gretini, accesso ai servizi grazie alle applicazioni sul proprio smartphone, massima sicurezza e confort tecnici. Mettiamoci anche la cacciata delle frange di indesiderabili attraverso la gentrificazione, dove i nuovi quartieri ipertecnologici trasudano la moda di morte del momento, assomigliando sempre più ad un carcere a cielo aperto. 
Per fortificare tutti questi cambiamenti, per farci meglio ingerire la pillola dell’oppressione latente, vengono intaccati gli strumenti mnemonici del pensiero. 
Se leggessimo 1984 di George Orwell avvertiremmo una profonda somiglianza con ciò che sta accadendo oggi. Nell’intrigante romanzo dello scrittore inglese la neolingua venne creata da chi dominava il mondo, con lo scopo di controllare le menti, facendo riferimento ad un vocabolario striminzito per esautorare la capacità di pensare dei propri sudditi. Attraverso la riduzione della lingua e la conseguente devastazione sintattica e irregolarità filologica, la neolingua distrusse la comunicazione umana con lo scopo di far perdere la capacità di comprensione degli individui. Con un linguaggio senza significato, spogliandolo della sua perentoria immaginazione, si diminuisce drasticamente la facoltà di pensare. 
Il linguaggio dell’era tecnologica, la cosiddetta lingua digitale e informatica, ha impressionanti similitudini con la neolingua di orwelliana memoria: i vocaboli vengono abbreviati, la sintassi viene sacrificata in nome della semplicità e della velocità, le sfumature di significato scompaiono. Tutto questo sta devastando anche la memoria perché mutilando certe parole – soprattutto quelle pericolose per il sistema – il linguaggio non entra più nel mondo dell’evocazione e dell’enunciazione, ma viene ridotto a mero strumento tecnico. Le parole non vengono più espresse ma digitate. 
Ridurre la creatività del pensiero vuole dire limitare drasticamente la possibilità di scagliarsi contro ciò che riteniamo inaccettabile. Ed è per questo che la presunta neutralità della scienza e della tecnologia è una fandonia: è evidente che la tecnologia e la scienza hanno eroso le capacità umane della scoperta spontanea, devastando il modo di pensare. 
Se dovessimo tornare ad un’invenzione tecnica che ha stravolto la vita sulla terra di fine ottocento quale è stata l’automobile, ci potremmo rendere conto come essa abbia rovinato il mondo e i suoi spazi; ha meccanizzato nella totalità le nostre esistenze, ingabbiando i pensieri, diminuendo la nostra capacità di immaginare e riducendo a mera percorrenza la percezione di ciò che ci circonda. L’avvento dell’era della macchina ha sradicato la reciprocità delle relazioni senza mediazioni tecniche, ha cementificato l’ambiente in cui viviamo, ha meccanizzato le nostre vite sessuali compiendo una profonda de-erotizzazione (come la chiama Thuillier), inquinando l’aria con la produzione e e il consumo. Inoltre ha inciso nei cuori e nelle teste degli individui, a forza di consenso ordinato, il mito del sacrificio e del lavoro, tentando di sbarazzarsi del disordine delle passioni umane. 
È drammatico sottovalutare la forza e la persuasione della tecnica. Per fare degli esempi banali, la massificazione della televisione non ha ridotto milioni di esseri in rincoglioniti davanti al tubo catodico, automi comodamente distesi sul proprio divano? L’energia atomica non ha trasformato il mondo in un immenso incubo radioattivo, destinato al totale annientamento? Il computer non sta curvando sulla tastiera un’intera generazione di fantocci? 
Se tutto quello che si ha è il proprio smartphone o il proprio computer, tutto ci sembra un applicazione. 
Un mondo applicato che sembra invulnerabile ha bisogno, però, di una quantità industriale di energia. Non a caso, in tutto il mondo, si stanno realizzando (e non mancano proteste più o meno veementi) progetti per accaparrarsi nuove e vecchie risorse energetiche: dai gasdotti ai parchi eolici, dalla costruzione di nuove linee ad alta tensione fino ad arrivare alla costruzione di nuove centrali nucleari. Questi progetti fanno da detonatore alla guerra globale in corso. 
Inoltre, essi implicano una disseminazione delle proprie ramificazioni di vaste proporzioni, formate per di più da semplici cavi, centraline ed impianti energetici. Ciò che li supporta sono apparecchi tecnologici e scientifici, prodotti da determinate aziende, pubblicizzati e lavorati da individui e strutture ben visibili. 
Chi detiene il potere spreme quantità inimmaginabili di energia del pianeta. Dallo sfruttamento dell’atomo attraverso l’energia nucleare, alla dispersione di gas e petrolio per gli impianti termici, passando per il carbone dove la terra viene divorata dalle miniere, per arrivare alla cattura di raggi solari e vento con immense distese di pannelli fotovoltaici fatti di silicio e pale eoliche, tutto questo sfruttamento energetico viene indirizzato in mega-trasformatori e mastodontici elettrodotti che solo in minima parte raggiungono i luoghi che abitiamo. Se la suggestione dell’esistenza significa circondarsi di merci e di protesi tecniche, allora l’energia potenziata con strumenti tecnologici serve quasi sempre in modo ineluttabile a fortificare il mondo dell’autorità. 
Se il naufragio sociale prodotto dalle guerre globali per potenziare ogni autorità commerciale e statale necessita della continua depredazione di ciò che riteniamo essere vivo, perché dovremmo essere timorosi, per esempio, di fronte alla magnifica e lungimirante idea di tagliare, bloccare e staccare l’energia di questa putrida civiltà? 
Cosa fare? Come agire per fermare la catastrofe – che è già qui – prodotta dal dominio scientifico? 
Spezzare servitù ed obbedienza significa scegliere di agire contro la misura totalizzante della tecnoscienza. Se ciò che è interno all’individuo è il bersaglio cruciale della tecnica, ciò che viene amputato è il pensiero, per far perdere la possibilità di immaginarsi tutt’altro. 
Assumersi l’orrore che non esistono più torri d’avorio in cui rifugiarsi dalla realtà, perché essa ci ha incatenato alle sue immagini del falso, è quanto mai necessario. Se preferiamo la libertà della giungla all’apatia del deserto, come fermare il treno in corsa senza perdere la possibilità di sperimentare l’avventura? Staccare la spina a questo mondo alimentato elettronicamente ci potrebbe aprire le porte dell’inconoscibile, sogno recondito alla portata di chiunque lo voglia. 
Per far saltare in aria i piani del nemico, il pensiero dovrebbe trovare modi per disorganizzare le sue forze e i suoi alibi, inceppare i suoi progetti di morte e seminare la confusione fra le sue fila. Per mettere in discussione l’ordine delle cose, ma anche l’ordine del discorso del dominio, portare il caos dove il nemico meno se l’aspetta potrebbe scatenare delle possibilità d’attacco. Nel mirino di ciò che ci domina ci sono i nostri sensi e le nostre conoscenze, pian piano svuotate dal freddo e vuoto gergo tecnologico. Per (ri)sentire ciò che di selvaggio risiede ancora in noi, provocare il silenzio della macchina, per far parlare la carne umana, potrebbe portare il panico alla superficie delle cose. 
È ancora possibile seminare il dubbio che una vita altra possa nascere, vivere e diffondersi per riverbero. Ciò che ci opprime potrebbe bloccarsi con un blackout, uno shock o tanti incendi con l’odore vivo di circuiti fusi. 
Fino a che punto lasceremo il campo ad apparecchi tecnici e rapporti di servitù che stanno modificando anche le nostre relazioni autentiche? Quando penseremo ed agiremo nel tentare di bloccare la realtà? 
«L’idea è un’autentica creazione che mette in gioco tutte le facoltà umane, che fa appello alle risorse dell’immaginazione e che si radica nelle zone più profonde dell’affettività» (Pierre Thuillier, La Grande Implosione). 
Se il razionalismo tecno-scientifico si sta dedicando allo sterminio della poesia, organizzando scientificamente l’umanità, ciò che può fermare il mostro è aprirsi all’incanto del sabotaggio diffuso del sistema, che vada a colpire con uno sguardo attento sia i flussi energetici che lo alimentano, che i luoghi di produzione del sapere scientifico (università, centri di ricerca, start-up). Nessun programma e nessuna previsione ci potranno dire a cosa porterà questa potenzialità di agire, ma questa è sicuramente ciò che ci sembra oggi più di inafferrabile: la libertà. 
Una libertà che scalpita da non riuscire a contenere l’emozione nel constatare come il Potere abbia sempre e comunque i piedi di argilla. Tutta la sua celebrata grandiosità e la sua tracotante invulnerabilità dipendono da fragili cavi sparsi ovunque e da pochi edifici situati sia nelle città che nelle campagne. Passeggiando all’aria aperta, si può toccare con mano come mandarlo in tilt, senza chiedere il permesso a nessuno. 
Perché ciò che è sempre successo come gli atti di sabotaggio – tanto denigrati da chi idolatra le ipnosi da narrazioni collettive e tanto affascinanti, invece, per chi sogna con pensieri critici – possa accadere ancora. 
Vergare silenzi, alla luce del sole come nell’oscurità della luna, notando l’inesprimibile, cogliendo l’ebbrezza delle vertigini, potrebbe portarci nei sentieri scoscesi del meraviglioso. Intelligenza sovversiva contro intelligenza artificiale, questo è ciò che ci attende e ci sfida. 
 
[Postfazione]
 
Pierre Thuillier
Contro lo scientismo  
S-edizioni
 
Una copia singola cinque di vile denaro (quattro sopra le 5 copie) 
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