Brulotti

Il dialogo della giustizia

 

Han Ryner
 
Avendo udito Socrate adulare il talento di Eutidemo e sapendo che costui voleva dedicarsi alla politica, cercò l'occasione propizia per incontrarsi con lui e, vedendolo entrare nella bottega di un bottaio, entrò e l'abbordò con le seguenti parole: 
— È vero, caro Eutidemo, che hai letto e collezionato molte opere scritte da uomini che passano per savi? 
— È vero, Socrate. Ed ogni giorno continuo a studiare e collezionare tali opere, già che sono per me un tesoro che non finirò mai d'arricchire. 
— Mi sento felice, Eutidemo, nel sentirti chiamare tesoro la saggezza, preferendola all'oro e all'argento. Sai già, senza dubbio, che l'oro e l'argento non possono farci migliori; però i pensieri dei saggi, se si comprendono bene, costituiscono la vera ricchezza e la gioia vera, la ricchezza e la gioia della virtù.
Vedendo che al giovane piacevano queste parole, Socrate continuò: 
— Dimmi ciò che ti proponi collezionando tanti libri.
Eutidemo, silenzioso, pensava alla risposta da dare, ed era imbarazzato. Ma Socrate, dopo un breve silenzio, continuò: 
— Vuoi essere medico, come il mio amico Alexio? I medici hanno scritto molto. 
Socrate, come d'abitudine, moltiplicò gli interrogativi, facendo ammettere a Eutidemo di non voler essere né architetto come Ietino, né scultore come Fidia, né geometra come Teodoro, né pittore come Parrasio, né armaiolo come Pistia, né astronomo come Anassagora. 
— Cerchi forse — domandò alfine — quella scienza che rende capaci di governare uno Stato, di comandare gli uomini ed essere ad essi utile, essendolo al medesimo tempo a se stessi? 
— Sì, Socrate, è questa la scienza che cerco con ardore. È quella che voglio acquisire. 
— Per un cane la tua ambizione non è piccola. Cerchi la migliore delle scienze, se è che esiste; vuoi acquistare il primo dei talenti, se esso è possibile.
— Perché non esisterebbe questa scienza, o perché questo talento sarà impossibile? 
— Vuoi, stimato Eutidemo, condurre gli uomini e condurre te stesso secondo la giustizia? 
— Dici esattamente ciò che voglio. 
— Se un uomo pretendesse condurti colla violenza e non persuadendoti, ti sembrerebbe giusto?
— No, certamente. 
— Persuaderai, così, gli Ateniesi perché facciano ciò che è giusto? 
— Questo è ciò che mi propongo.
— E insegnerai, secondo ciò che veniamo di dire, a non comandare mai o proibir nulla senza prima persuadere coloro che debbono ubbidire?
— Oh, Socrate! È forse attuabile ciò che dici? 
— Non lo so, Eutidemo, tocca a te il vederlo. 
— Ciò che dici non è possibile. Perché sovente Atene sta in guerra e nessuno s'intrattiene a persuadere il nemico, sebbene che si vuole dominarlo. 
— E questo ti sembra giusto, Eutidemo mio? 
— Nessuno, Socrate, ha mai dubitato di che questo sia giusto. 
— Forse nemmeno nessuno, prima di Anassagora, aveva dubitato di che il sole era un dio. Credi che Anassagora fece male a farsi tale domanda? 
— Hai ragione, Socrate, indovino ciò che vuoi dire. Sì, il savio può farsi quelle domande che nessuno si era fatte e sembrato farsi prima. 
— Ammetti, senza dubbio, che vi è guerra ingiusta?
— Sicuramente. 
— Però vi sono altre guerre che forse ti sembrano giuste? 
— Certe guerre, effettivamente, mi sembrano giuste. 
— Ciononostante è preciso che ogni guerra sia ingiusta, per lo meno per uno dei due rivali. O credi forse che i lacedemoni o gli ateniesi hanno entrambi ugualmente ragione di battersi? 
— Tutti sappiamo che i lacedemoni sono ingiusti nel farci la guerra.
— Tutti, dici? Stanno d'accordo i lacedemoni con la loro ingiustizia? 
— Scherzi, caro Socrate. Invece di stare di accordo, pretendono che siamo noi che siamo in errore. 
— Conosci, Eutidemo, tutte le cause, prossime o lontane della guerra? Conosci pure tutte le mancanze di entrambi i governi e puoi giudicare con sicurezza fra noi e quelli di Lacedemonia?... Non rispondi?... Non sei, allora, uguale al popolo di Atene e a quello di Sparta? Perché non credono l'uno e l'altro che la sua patria ha sempre ragione perché è la sua patria? 
— In effetti lo credono. 
— E non conosci pure degli imbecilli che credono di aver sempre ragione e che tutto ciò che dicono o fanno è perfetto, giacché sono essi che lo fanno o lo dicono? 
— Conosco vari uomini di questo stampo. 
— Credi, perciò, Eutidemo, che l'amore alla patria acceca i popoli, nella medesima forma che l'amor proprio acceca gli imbecilli? E disprezzi l'amor proprio e l'amore alla patria? 
— Ho paura, Socrate, di ciò che ho detto e delle conseguenze che da esso si possono trarre. Di modo che non m'azzardo a dir di più. 
— Il savio, caro Eutidemo, è forse colui che mai ha paura di ciò che dice la sua ragione e delle conseguenze che deve dedurre. 
— Forse, caro Socrate. Però sto constatando che è molto difficile essere savio. 
— Tutte le cose belle sono difficili, Eutidemo. E non disprezzi tutti coloro che retrocedono davanti alle cose costose? 
— Li disprezzo, in effetti. 
— Procuriamo allora non retrocedere, alfine che Eutidemo non ci disprezzi. Vuoi che supponiamo un istante che, nella guerra che immerge entrambi i paesi nella desolazione, le prime ingiustizie e le più considerevoli provengono dagli ateniesi? 
— Acconsento a ciò per aggradire a Socrate il quale amo. Se è che questa supposizione non sembra empia al Socrate ateniese.
— Non hai sentito dire che mi proclamo uomo prima che ateniese e cittadino del mondo prima di qualsiasi città? 
— Avevo udito queste cose però non sapevo se dovevo crederle. 
— Non poteva succedere che tu o io ci sbagliassimo? 
— Effettivamente, potrebbe succedere. 
— E pure una disgrazia simile può occorrere ad ognuno degli ateniesi, no? 
— Indubbiamente. 
— Credi che l'assemblea del popolo può essere più prudente e meno appassionata che ognuno degli ateniesi presi a parte? 
— Non so che risponderti. 
— Non ha commesso mai l'assemblea alcuna ingiustizia contro alcun cittadino? 
— Credo che ne ha commesso qualcuna. 
— Sei senza dubbio al corrente della questione dei dieci generali? 
— Sì. 
— Ti ricordi che l'assemblea del popolo li condannò? 
— Mi ricordo perfettamente. 
— In cambio, più tardi, l'assemblea del popolo abominò questa condanna. 
— Non lo ignoro. 
— È quindi preciso che l'assemblea del popolo sia stata ingiusta in uno o l'altro di questi giudizi, sia in quello che condannava i generali, oppure in quello che condannava, se oso dirlo, quella condanna.
— Necessariamente, esso è preciso. 
— Ed i dieci generali non erano cittadini? 
— Lo erano. 
— E non lo erano pure i loro giudici? 
— Pure.
— Da ciò che dici sembra dedursi che una o l'altra delle assemblee del popolo commise un'ingiustizia verso i cittadini. 
— È innegabile. 
— Ora esamino il seguente: Credi che il popolo può essere più benevolo per gli stranieri che per i cittadini? 
— Credo tutto il contrario, Socrate. 
— E credi che si può essere più facilmente ingiusti verso coloro che uno ama che verso coloro che non si apprezzano in nulla? 
— Verso coloro che non si amano. 
— Così potrebbe essere che Atene fosse ingiusta verso Lacedemonia? 
— Esso ormai non mi sembra impossibile. 
— E se esso è così, la guerra che sosteniamo è ingiusta da parte nostra. 
— Io stesso sarei ingiusto se mi rifiutassi a confessarlo. 
— Però la credi giusta da parte degli altri? 
— Certo che sì. 
— No, Eutidemo, dovevi dire: certo che no... 
— Come? 
— ... Già che mi sembra che è ingiusto castigare a vari innocenti perché vi è in qualche parte un colpevole. Però chissà credi giusto di ferire a destra e a sinistra, all'azzardo, quando si è commesso un delitto? 
— Non penso questo odioso assurdo. 
— Così credi forse che ognuno degli ateniesi che è morto dal principio della guerra fu personalmente colpevole con i lacedemonesi? 
— Personalmente, no. Però...
— Prosegui, Eutidemo. Perché ti arresti per il cammino? Afferma, perciò, già che incominciasti, che le mancanze non sono personali, e che, se commetti un assassinio, sarà giusto ucciderti. 
— No, Socrate, non dirò tali cose, benché in modo più o meno confuse, le odo dire da quando comprendo le parole degli uomini. Però gli altri parlano nelle tenebre e tu hai proiettato già troppa luce in me, perché ripeta certe parole oscure. 
— I lacedemonesi sono, perciò, colpevoli verso tutti i soldati che uccisero o ferirono. 
— Però tien conto, Socrate, che questi soldati volevano uccidere quelli. 
— Lo facevano tutti liberamente? Non combattevano quasi tutti per forza?
— Vero. Quasi tutti combattevano per forza. 
— Così è che non meritavano la morte. Giacché li si obbligava a combattere, furono castigati per una ingiustizia che soffrivano. 
— Però, Socrate, come regolarsi se la guerra era dichiarata?
— Cercheremo altra volta ciò, che pensi sopra questo assunto. Per oggi dici che una guerra è, per ambo le parti, un congiunto di ingiustizie. Ma non dovrai dire pure che le ingiustizie di un combattimento solo sono già più numerose e meno sopportabili che quelle che si pretende combattere? 
— È necessario, in effetti, che lo confessi.
— Così, secondo te, i lacedemoni non dovevano aver fatto la guerra, benché noialtri avessimo commesso un'ingiustizia verso di loro. Ciò che avrebbero dovuto fare è persuaderci a riparare il nostro errore.
— Però, chissà, non lo avrebbero conseguito. Giacché è molto difficile poter persuadere un popolo in tali frangenti.
— Hai ragione, Eutidemo. Dimmi, perciò, che dovevano fare dopo di aver fallito nei mezzi ragionevoli. 
— Mi domandi qualcosa che non so, Socrate.
— Ti sbagli, Eutidemo mio. Sai che non si debbono mai impiegare mezzi irragionevoli e ingiusti. Sai che non si deve ferire né uccidere un uomo perché un altro uomo abbia commesso un errore. Sai che i lacedemoni dovrebbero aver sofferto un'ingiustizia prima d'incominciare a commettere miriadi d'ingiustizie. 
— Se un oratore dicesse queste cose al popolo che si irrita contro un'ingiustizia, questo medesimo popolo lo condannerebbe a morte. 
— Ti avvicini alla verità. 
— Non si possono dire queste cose al popolo che soffre un'ingiustizia. 
— Credi che il popolo ingiusto sarà meglio disposto ad ascoltare parole giuste? 
— Sembra che sa ancor meno. 
— Così allora, Eutidemo, dici che un oratore non saprebbe parlare con giustizia quando si tratta di una guerra a dichiarare ed ancor meno quando tratta di una guerra già cominciata? 
— Sembra che consigli, Socrate, di non parlare al popolo in tali occasioni. 
— Mi sembra, Eutidemo, che sei tu che ti dai adesso questo consiglio. 
Il giovane rifletté alcuni istanti, poi disse:
— Non parlerò, né mi vedo forzato a parlare nelle assemblee del popolo fin che dura la guerra. Però, se alcuna circostanza mi obbligasse a parlare, consiglierò che si faccia la pace per ritornare alla giustizia. 
— Se dici queste cose a qualche oratore, ti si accuserà e sarai condannato a morte come nemico di Atene. 
— Non accostumi dire, Socrate, che la morte non è né un bene né un male e che la menzogna è uno dei mali peggiori? 
— Lo dico di frequente, in effetti, e per parte mia preferirei morire prima di mentire. 
— Perché vuoi che io sia meno valoroso di te?
— Sei necessariamente tanto valoroso quanto me se sei persuaso delle medesime cose. Però hai sentito dire che io abbia parlato al popolo perfino in tempo di pace? 
— Nulla di questo ho udito dire ed esso in verità mi sorprende. 
— Credi che il popolo ascolta meglio la parola giusta che quella appassionata? 
— Non lo so, Socrate. Sono ancora troppo giovane e non ho assistito ancora alle assemblee. 
— Dalla prima volta che andrai colà ti renderai conto che gli oratori adulano il popolo invece di consigliarlo. Dicono che la giustizia è la volontà del popolo e che è sempre giusto fare la sua volontà sovrana. 
— Mi hanno detto già tali parole. 
— Che fa un oratore nell'assemblea? 
— Fa molte cose. 
— E non è la principale proporre leggi?
— Dici, in effetti, la principale occupazione degli oratori. 
— E credi che è giusto proporre una legge? 
— Sì, sì, per lo meno se la legge che propone è giusta. 
— Credi, allora che una legge può essere giusta?
— Lo credo.
— Un momento fa credevi possedere un'opinione simile concernente la guerra. Affermavi, se non ricordo male, che certe guerre sono ingiuste e altre giuste. 
— Ricordi bene, affermavo queste cose prima di aver riflettuto sufficientemente.
— Però adesso sai che ogni guerra è ingiusta?
— Sì, adesso lo so. 
— Forse, Eutidemo, è lo stesso con ogni legge scritta... 
— Non so che dirti, Socrate. Ciononostante, mi sembra che certe leggi sono giuste. 
— Le leggi delle quali parli castigano quelli che le disubbidiscono?
— Sì, li castigano. 
— Li castigano di voglia o con la forza? 
— Con la forza. 
— Non hai detto un momento prima che se ti obbligavano con la forza a fare ciò che tu non vuoi, crederesti che ti fanno un'ingiustizia? 
— Mi ricordo, in effetti, che ho detto qualcosa di simile.
— La legge che, dimenticandosi di persuaderti, ti obbliga con minacce o castighi, commette perciò un'ingiustizia verso di te? 
— Chissà. Però che vuoi dedurre da ciò?
— Nulla Eutidemo, giacché nulla dico per me. Ti aiuto solamente a respingere certe cose che ti hanno detto gli altri. E ti aiuto a parlarti a te stesso e ad ascoltarti a te stesso. 
— Però mi fai udire in me parole che mi ammirano.
— È forse, caro Eutidemo, che ho fatto tacere in te i rumori della moltitudine e le affermazioni degli ignoranti, che altri ignoranti ripetono. E chissà, caro Eutidemo, che ho saputo fare in te un gran silenzio. Ascolta perciò in questo silenzio. Ascolta se dici che è giusto persuadere agli uomini e che è ingiusto obbligarli a operare o a non operare. 
— Sì, Socrate, quando riesco a dimenticare tutto ciò che mi hanno insegnato, sembra che mi dica queste cose. 
— Però, credi che è giusto proporre un'ingiustizia?
— Sicuramente che no.
— L'oratore che propone una legge non ti sembra che commette un'ingiustizia? 
— Non oso risponderti. 
— Bene, però fra un momento, quando ti troverai solo, ti risponderai a te stesso. E, giusto come sei, non oserai mai proporre alcuna legge. 
— Ti sei occupato, Socrate maligno, a distruggere tutto il mio futuro. 
— Non ti obbligo a nulla, caro Eutidemo. Ti invito solamente perché guardi la tua propria luce. Essa dissipa infatti un futuro di nebbie e fantasmi che credevi apprezzare. Però i fantasmi sono amanti ingannevoli e oggi la tua ragione ti salva da tutto un futuro di tenebre, di disgrazie e di affanni. 
— Ciononostante, Socrate, vacillo a ringraziarti. 
— Quando le idee che vieni a scoprire in te ti siano familiari, amerai queste realtà molto di più di quello che amavi qualsiasi fantasma. E darai ogni giorno i ringraziamenti al tuo cuore per aver dissipato quei fantasmi e per aver illuminato i tuoi fantasmi.
E, senza aspettare risposta, Socrate sparì.
 
 
[da Les Véritables entretiens de Socrate, 1922]