Intempestivi

La stura

Dare la stura significa «sturare, levare il tappo e lasciare che il liquido scorra. In senso figurato significa dar libero sfogo a parole, versi, ingiurie...». È questa l'impressione che si ha alla lettura dei numerosi comunicati di condanna e di distinguo dagli attacchi, avvenuti nelle scorse settimane, contro uomini e strutture del dominio. Che sia stata data la stura. Come se fino ad ora il rifiuto di differenziarsi agli occhi della repressione, il disprezzo verso coloro che vogliono farsi passare per "bravi ragazzi", magari un po' scapigliati ma tutto sommato bonaccioni, non fosse affatto una spontanea e naturale manifestazione del proprio essere, della propria individualità, delle proprie scelte di vita, ma unicamente una imposizione ideologica a cui ci si sentiva costretti a sottostare. Una specie di precetto astratto, di ricatto morale da sopportare, spesso a denti stretti, con mal celata pazienza. E, come è noto, anche la pazienza ha un limite.

Questo limite è stato superato con il ferimento (da parte di anarchici) dell'amministratore delegato della Ansaldo Nucleare a Genova, e con le molotov (anonime) alla sede degli strozzini istituzionali di Equitalia a Livorno. Ora basta! — si sono detti in molti — non staremo più zitti, ma prenderemo la parola per esprimere chiara e forte la nostra estraneità! Soprattutto se tutto ciò accade accanto all'uscio della propria casa. Così, da un silenzio evidentemente sofferto come omertoso si è passati d'un tratto ad un rumore considerato virtuoso. A quanto pare l'etica — quell'etica tanto decantata dagli anarchici — non era che un "tappo" contro cui si stava ammassando e premeva il liquido merdifico, lo sfogo rancoroso della dissociazione. Dissociazione non da una organizzazione a cui non si è mai partecipato, naturalmente, ma da una certa pratica dell'azione diretta: quella che non ha bisogno di venir legittimata da nessuna approvazione popolare. 
Se a Genova è stata la rivendicata violenza contro un uomo in carne ed ossa a dare (pretesto di) scandalo, a Livorno è stata l'anonima violenza contro le cose. Ciò dimostra come sia l'idea stessa della possibilità di attaccare lo Stato al di fuori di un contesto allargato, collettivo, condiviso, ad essere considerata una aberrazione da stroncare con ogni mezzo. Non ce ne meravigliamo affatto. È solo un passaggio della china intrapresa dal movimento. Del resto, quando si va ripetendo a martello che nelle lotte si parte insieme e si torna insieme, quando s'impone l'alternativa secca fra la condivisione e lo Stato, quando si tenta in ogni modo di coniugare rivolta e politica, è inevitabile che prima o poi l'azione individuale si trasformi in qualcosa di controproducente da cui distanziarsi (o, per i più imbecilli, di losco da denunciare). 
È peraltro assai probabile che chi ha dato la stura non si sia reso nemmeno ben conto delle conseguenze di quanto andava facendo. Forse pensava di allentare soltanto la pressione, di dare sfogo per un attimo alla propria irritazione al fine di potersi contenere più a lungo in seguito. Non è così. Il tappo, una volta smosso, è saltato del tutto. Un flusso di merda e bile sta schizzando fuori impetuoso, appestando l'ambiente e contaminando gli animi. Facile immaginare la soddisfazione di chi ha lanciato l'amo, nel vedere quali e quanti pesci stanno abboccando.
Di fronte a tutto ciò viene davvero voglia di tornare bambini. Di tornare ad essere quegli scolari monelli che, quando la maestra esigeva di sapere chi era il responsabile di una marachella, sapevano solo tacere per solidarietà di classe. A nessuno di loro sarebbe mai venuto in mente di strillare «Io no, signora maestra, io non sono stato». Davanti agli odiati insegnanti, tutti zitti! Che poi, i conti «tra di loro» si potevano regolare altrove e in un altro momento.
Ma oggi no, oggi non siamo più bambini. Siamo cresciuti. Siamo diventati adulti. Il gioco che cercava il piacere è stato sostituito dal lavoro che pretende risultati pratici. Abbiamo perduto quell'innocenza che non conosceva calcoli e strategie. In cambio abbiamo ottenuto una reputazione che — per puro calcolo e strategia — sa solo proclamarsi innocente.
 
[20/5/12]