Intempestivi

Lo Stato ci liquida? Liquidiamo lo Stato!

L’Italia è una impresa-Stato in via di liquidazione. Sull’orlo della bancarotta, con un debito pubblico astronomico, vittima designata — dopo Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna — della speculazione finanziaria internazionale, ai suoi proprietari (politici, banchieri e industriali) non resta che tagliare i costi e venderne i beni. Fare cassa, prima del tracollo o della fuga all’estero. Ad andarci di mezzo, come al solito, saranno i dipendenti di questa impresa, i sudditi dello Stato. 
Regolari e irregolari, buoni e cattivi. Tutti noi, insomma.
Se chi ha ancora un lavoro lo sta perdendo, chi lo cerca o si appresta a farlo per la prima volta rischia di non trovarlo mai. Generazione senza futuro, la chiamano, condannata ad una precarietà permanente. Ecco perché le strade si riempiono di cortei di protesta, in cui confluiscono espressioni sempre più numerose di insoddisfazione nei confronti di uno Stato che non è più in grado di fornire nemmeno i servizi minimi, che va in tilt per una semplice nevicata. 
Ma insoddisfazione per cosa? Per non poter continuare a vivere come prima? È forse questo il futuro che si vuole vedere finanziato dalla Borsa o assicurato dal governo? Gli operai licenziati che si autorecludono, possibile che sentano la mancanza della sirena mattutina che li incatena al lavoro? Gli immigrati clandestini che salgono sulle gru, possibile che ambiscano ad essere sfruttati regolarmente come salariati per non esserlo in nero come schiavi? Gli studenti sottostimati che bloccano le città, possibile che vogliano garantirsi una carriera da professionisti incravattati? 
È la scomparsa della certezza di trascinare la propria esistenza dall’ufficio al salotto, dall’autostrada al supermercato, dallo stipendio alla pensione, la ragione di questa esplosione di rabbia sociale? Perché, se invece fosse solo il futile pretesto, allora si capirebbe la gioia che nasce nei momenti di sospensione della normalità, della routine quotidiana. Perché gli scioperi sono più divertenti delle catene di montaggio, le occupazioni più piacevoli delle lezioni accademiche, il sabotaggio più eccitante della delega. Fra la vita assaporata, soli o assieme ai propri compagni di lotta, e la sopravvivenza ingurgitata assieme ai propri colleghi di obbedienza, non ci sono dubbi su cosa scegliere. Così come non hanno avuto dubbi su cosa scegliere i manifestanti che a Roma una settimana fa hanno partecipato alla battaglia contro l’autorità. È questa la scelta che fa paura.
Allora diventa chiaro perché un becero funzionario di Stato definisca «potenziali assassini» i manifestanti, o perché la magistratura imbastisca una miriade di processi per “associazione sovversiva” — mentre a Lecce sono appena stati condannati per questo reato gli anarchici che si sono battuti per anni contro un lager per immigrati, a Firenze altri anarchici, rei di praticare le proprie idee senza chiedere permesso, vengono definiti «terroristi» e processati —, o perché un questore espella come «indesiderabili» gli stranieri che alzano troppo la voce...
Il motivo è che i nodi stanno venendo al pettine e devono affrettarsi a intimidire, a reprimerne uno per terrorizzarne cento.

Lo Stato è stato. La sua bottega degli orrori ha dichiarato la crisi e, dopo averci spremuto la vita fino al midollo, ci vuole liquidare. E noi dovremmo protestare solo per tornare ad essere i suoi dipendenti scontenti, i suoi sudditi rassegnati? Saremo sempre una generazione senza futuro, finché accetteremo di vivere in una organizzazione sociale senza futuro. 

 

[volantino distribuito a Firenze nel dicembre 2010]