Contropelo

Ma chi ha detto che non c’è

Odoteo/Crisso

 

«Supponiamo un momento che di anarchismo non si fosse finalmente più parlato;

che anche noi lo avessimo relegato in soffitta, facendone un’astrazione evanescente

e in pratica avessimo anche noi giostrato tra i Costituenti, i Consulenti,

i Sindaci di Stato, i parastatali del sindacalismo: che cosa di meglio 

ne sarebbe risultato nella miserevole situazione italiana?

Niente altro che qualche girella in più»

 

Così si esprimeva un anarchico, immune dai furori individualisti, al suo ritorno in Italia nell’immediato dopoguerra. Dopo oltre vent’anni di esilio, vi trovò un paese in rovina in preda all’incertezza assoluta, ed un movimento sparuto e attonito dinanzi a quella che si poteva ben definire la fine di un’epoca. Niente più “maestri” di teoria, niente più grandi giornali, niente più Case del Popolo, niente più ospitalità sui giornali di sinistra, niente più masse al proprio fianco... niente di niente, a parte un confusionismo che lasciava spazio ad ogni ambiguità. In un simile contesto la tentazione revisionista e riformista allettava perfino i più insospettabili. Con alle spalle l’esperienza della Settimana Rossa e dell’occupazione delle fabbriche, istruttiva sul fatto che «la mania “quantitativa”, contagiandoci, poteva gonfiarci non accrescerci», questo compagno si ritrovò scaraventato in dibattiti in cui «l’idea che il fattore numero valesse zero in una questione in cui primeggiava il categorico essere o non essere, pareva assente». 

Sollecitato ad intervenire, ribadì la propria “conferma anarchica”, precisando che «i nemici interni erano tre: centralismo, politicantismo, azione indiretta; gli amici erano tre: autonomismo, indipendenza dai partiti, autodecisione per l’azione diretta. La doccia dovette sembrare fredda a parecchi...», i quali reagirono definendolo un’antichità cascata dalla luna.

Qualcuno il cui nome forse non merita di essere ricordato sosteneva già un secolo fa l’esistenza di due anarchismi, uno che affonda le sue radici nel fatto economico, l’altro nel fatto etico. Il primo è quello che avanza in primo luogo le proprie ragioni in merito ai bisogni umani e tende ad assumere forme sempre più pratiche, concrete, realizzatrici, e in quanto tale compreso nel ciclo storico degli esperimenti sociali. L’altro, invece, è troppo appassionato dei sogni umani per preoccuparsi di occupare un ruolo nel mondo. Più che di una tensione razionale in balia degli eventi e dei contesti storici da cui si attende una verifica, si nutre di una tensione viscerale che lo rende irriducibile. 

Il primo s’immerge nella realtà con la speranza di avvicinarla al sogno, il secondo s’immerge nel sogno con la speranza di sconvolgere la realtà. Il primo cuce rapporti, il secondo provoca rotture. In passato, a proposito di questa diversità non sempre così netta, qualcuno ha coniato la distinzione fra anarchici «ragionanti» e anarchici «convulsionari».

Questa differenza ha attraversato il movimento anarchico lungo tutta la sua storia, dilaniandolo in più di un’occasione, e la ritroviamo ancora oggi. Ognuno segue le proprie inclinazioni e attitudini, naturalmente, ma ci sia permesso porre una domanda. Se il sogno dolce agli anarchici — un mondo privo di ogni forma di autorità — è rimasto pressoché immutato, soprattutto per chi non ha mai pensato di gestire in maniera alternativa l’esistente, che dire della realtà in cui ci troviamo a vivere? Quella da cui secondo tanti compagni bisognerebbe partire? Quella da cui dovremmo fare attenzione a non isolarci? Dove sono quegli sfruttati divisi in varie tendenze, certo, ma uniti da una coscienza di classe? Quando Malatesta si dichiarava disponibile a una lotta comune con altre forze, si riferiva a partiti persuasi che fosse giunta l’ora dell’estremismo, intendeva leader sindacali che non disdegnavano di fare l’occasionale apologia di Gaetano Bresci. Era lo stesso Malatesta che parlava all’Arena di Verona strapiena di operai accorsi ad ascoltarlo, lo stesso Malatesta la cui sola organizzazione vantava 20.000 militanti e che dirigeva un quotidiano la cui alta tiratura turbava i vertici di molti partiti. Gli anarchici allora erano una vera e propria forza sociale, che si trovava accanto ad altre forze disponibili a parole ad una rivoluzione che era nell’aria.

Mentre oggi? I partiti hanno smesso da oltre mezzo secolo di dare il minimo credito ai nemici dello Stato, le arene si riempiono solo per concerti scacciapensieri, quanto agli anarchici e ai loro giornali, sono talmente irrilevanti da dare qualche preoccupazione solo agli sbirri e più per dovere preventivo che per altro. Per le strade non si invoca più la rivoluzione, al massimo un calcio di rigore a favore della propria squadra. Oppure si spettegola sugli scandali che coinvolgono una classe politica disgustosa, ma che la maggioranza delle persone continua imperterrita a votare. E quando la rabbia monta, quando il sangue va alla testa, quando si arriva al limite della sopportazione... non di rado si compiono gesti estremi contro se stessi per poter andare in televisione e fare richieste al Presidente della Repubblica. 

È del tutto inutile perciò scomodare le scelte di quel Malatesta per giustificare i propri accordi con gli avanzi decomposti della politica rivoluzionaria, vecchi vitaminici o giovani ruderi che siano. L’anarchico Malatesta che nel 1914 o nel 1920 contava sul PSI era già criticabile, e venne difatti criticato, ma era ancora comprensibile. Un suo allievo moderno che nel 2000 se la fa con i Carc è inenarrabile.

E sia chiaro che a perderci, in simili intrallazzi strategici, saranno come sempre gli anarchici. Ieri carne da cannone, oggi manovalanza quando le cose vanno bene e capri espiatori quando le cose vanno male. Ma senza di loro, senza la loro generosità, senza il loro entusiasmo, senza la loro energia (senza la loro dabbenaggine?), cosa avrebbero mai fatto tanti orfani del comunismo di Stato che fino a qualche anno fa parevano ben avviati verso le pattumiere della storia? Da quando si sono imbattuti negli anarchici, sono come ringiovaniti. Chi organizza per loro le iniziative? Ma gli anarchici! Chi raccoglie fondi per i loro detenuti? Ma gli anarchici! Chi pubblicizza e diffonde i loro libri? Ma gli anarchici! Chi rioccupa le loro sedi per restituirgliele, anche contro le loro stesse intenzioni? Ma gli anarchici! Chi fa da badanti alle loro cariatidi sbavanti? Ma gli anarchici! Chi fa da servizio d’ordine ai loro slogan autoritari? Ma gli anarchici!

Non tutti gli anarchici, sia chiaro. Solo quelli pratici e concreti, suadenti e sorridenti, presenti e attenti ai rapporti di buon vicinato che possono sempre fare comodo. Loro e il gregarismo che li produce. E che per questo pensano che la differenza fra chi odia l’autorità e chi auspica un’altra autorità sia solo un pregiudizio ideologico di cui sbarazzarsi, e non un “post-giudizio” storico da tenere bene a mente. Sono sicuri soprattutto che il fare sia più importante del dire, e le dinamiche che si innestano facendo siano più importanti anche dello stesso fare. Il che sarebbe pure vero, se si mantenesse ben saldo il legame fra mezzi e fini. Sciogliendolo, si arriva alla conclusione che si può dire e fare tutto e il suo contrario; purché ci sia agitazione continua.

Agitazione, parola magica, mobilitante, carica di storia. Contro l’immobilismo, agitazione, agitazione, agitazione. A noi tutta questa agitazione che non si preoccupa nemmeno di cosa dice e cosa fa, tutto questo correre su e giù, a destra e a manca, a testa bassa per meglio caricare (ma così facendo senza nemmeno guardare dove si sta andando), ci fa venire il mal di mare. Ci dà la nausea. È un moto proprio o un riflesso condizionato? Tanto per rispolverare vecchie distinzioni, è un agire basato su una progettualità o è un fare coatto? Ci si muove in una determinata direzione in virtù delle proprie idee e prospettive, oppure — dopo aver constatato l’inutilità pratica di idee e prospettive in un mondo che dà senso solo al denaro — ci si muove e basta nella speranza di imbroccarla?

 

«Siamo dei perdenti — lo ammettiamo — 

soprattutto se essere perdenti significa non vendere i propri sogni. 

Ma, a ben vedere, chi sono i vincenti? Chi “vive il proprio tempo”,

cioè chi per essere sempre sulla cresta dell’onda si adegua al nuovo corso? 

Chi “partecipa al futuro perché vuole affrontare la realtà, non evitarla”

e per fare questo si immerge nella Realtà Virtuale?»

 

C’è stato un tempo in cui gli anarchici venivano definiti «cavalieri dell’idea». Esseri umani, coi loro pregi e difetti, non esenti da scivoloni. Ma capaci di trascorrere una vita intera a rincorrere la medesima aspirazione. Gente, come suol dirsi, tutta d’un pezzo. Nel tempo presente, dove non si va più in cerca della coerenza ma della convenienza, dove la fermezza dell’Idea è stata sostituita dall’elasticità dell’Opinione, persone simili come verrebbero considerate? Fanatici, minimo. Ottusi, diciamolo. Scontati, soprattutto. Chi rimane uguale a se stesso è da compatire in quanto povero di spirito, chi muta continuamente è da ammirare perché ricco di esperienza. Solo lo zapping permette di essere aggiornati, di assaporare il brivido della novità. Cambiare canale, mutare immagine, alternare nuovi programmi, nuovi suoni, nuovi colori, producendo una cacofonia in cui tutto si mescola, si diluisce e si equivale. Tutto ciò ci ricorda qualcosa.

È uno dei riverberi della razionalità tecnologica che ha preso possesso dell’intera società sottomettendola alle sue leggi. Lo zapping è un effetto della frenesia imposta dall’accelerazione del progresso. Non viviamo più in un mondo organico, ma in un suo surrogato artificiale. Da quando la scienza è riuscita a penetrare il “segreto della vita”, frantumando l’atomo e ispezionando il dna, ha iniziato a pretendere di essere Dio e di poter ricreare l’intero universo. La totalità dell’esistenza è andata distrutta, smaterializzata in frammenti di volta in volta riorganizzati per essere messi in vendita. Ciò spiega la diffusione in tutti gli ambiti di sempre nuove chimere, la cui proliferazione è resa possibile dalle infinite combinazioni disponibili fra le singole parti che le compongono.

Il trionfo della tecnologia ha prodotto un universo chiuso, auto-rigenerante, autonomo, che ha reso superfluo l’intervento dell’essere umano, ipnotizzato da un caleidoscopio di immagini rutilanti. La ricerca del mezzo più efficace in assoluto, in ogni ambito, costituisce il tratto distintivo della nostra epoca. L’essere umano moderno è diventato lo strumento dei suoi strumenti, il mezzo è diventato fine, la necessità è stata eretta a virtù che non contempla altro. Impossessatasi della parola, la propaganda fa entrare l’agire in un mondo di immagini e tende a trasformare ogni singola azione in esercizio illusionistico. La combinazione dello Stato con l’idra tecnologica ha provocato — come da tempo era stato previsto — «un enorme disordine mondiale che si tradurrà in contraddizioni e smarrimenti».

All’inizio degli anni 90, in un testo anarchico che più tardi avrebbe attirato le malevole attenzioni della magistratura, si metteva già in guardia dall’avvento della nuova mentalità forgiata nei laboratori del potere: morbida, leggera di contenuti, basata «sull’aggiustamento nel breve periodo, sul principio che niente è certo ma tutto si può aggiustare». Il capitale stava già preparando i suoi schiavi ad introiettare una flessibilità utile a far loro sopportare una vita di incertezze e precarietà. Già allora questa mentalità veniva definita il primo ostacolo alle lotte insurrezionali contro lo Stato, in quanto produceva «un degrado morale in cui la dignità dell’oppresso finiva per venire contrattata e svenduta dietro la garanzia di una penosa sopravvivenza». Laddove «tutto collabora e concorda nel costruire individui modesti sotto ogni aspetto, incapaci di soffrire, di trovare il nemico, di sognare, di desiderare, di lottare, di agire», le lotte non possono che affievolirsi e scomparire.

Qualche anno dopo, da parte dell’accademia, veniva pubblicato un saggio che descriveva le caratteristiche del nuovo spirito del capitalismo. Un capitalismo moderno, ipertecnologico, anzi «connessionista». Secondo gli autori, «l’immagine del camaleonte è tentatrice per descrivere il professionista che sa condurre i propri rapporti al fine di andare più facilmente verso gli altri», giacché «l’adattabilità è la chiave d’accesso allo spirito di rete». Ecco perché è «realista, in un mondo in rete, l’essere ambivalenti..., perché le situazioni che si devono affrontare sono esse stesse complesse e incerte». Senza troppe ipocrisie, veniva riconosciuto che ciò equivale al «sacrificio... della personalità intesa nel senso di una maniera d’essere che si manifesterebbe con atteggiamenti e comportamenti simili quali che siano le circostanze». Insomma, «per sistemarsi in un mondo connessionista, bisogna mostrarsi sufficientemente malleabili». E chi non accettasse di diventarlo? Allora non ci sono dubbi, «la permanenza e, soprattutto, la permanenza in se stessi o l’attaccamento duraturo a dei “valori”, sono criticabili in quanto rigidità incongrua, ovvero patologica. E, a seconda dei contesti, in quanto inefficacia, maleducazione, intolleranza, incapacità di comunicare».

Già mezzo secolo fa, nel denunciare come la tecnologia avesse reso antiquato l’uomo, un filosofo annotava che non esistevano più torri d’avorio in cui rifugiarsi dalla realtà, perché la realtà stessa ci aveva rinchiuso nella sua torre piena di false immagini dove rispecchiarci. Una diversione compiuta «per un preciso scopo realistico», quello di plasmarci e manipolarci. E rammentava come essa definisca «“introversi” coloro che le oppongono resistenza, “estroversi” le sue malleabili vittime».

Siamo arrivati: chi vuole difendere la propria individualità dall’invasione di una società totalitaria è criticabile in quanto introverso, inefficace, intollerante, autistico; chi viceversa accoglie i valori e modelli sociali, avendo rinunciato alla propria individualità o non avendola mai posseduta, è da ammirare perché estroverso, attivo, disponibile, comunicativo. In tal modo l’orgoglio ribelle viene liquidato come sintomo di ottusità mentale e la versatilità servile premiata in quanto manifestazione di apertura mentale.

Siamo qui di fronte a quella che è stata definita razionalità dell’incoerenza. Il dominio tecnologico non si è limitato a ridurre il significato, lo ha radicalmente rovesciato, ottenendo un terribile risultato — la differenza fra libertà e servitù ridotta a mera sfumatura. Pensiamo al concetto di contraddizione, un tempo guardata con sospetto perché era dato per implicito che ne derivasse una incompatibilità, indice di falsità ed opportunismo. Oggi è considerata una virtù che manifesta una giustapposizione, sinonimo di pluralismo e ricchezza. Significa che tutto è diventato compatibile, non esistendo più conflitti e antagonismi irriducibili. Non è casuale che nell’ultimo periodo il linguaggio politico sia stato investito da una infinità di ossimori che hanno il solo scopo di minare il pensiero, di disorientare l’intelligenza critica sbriciolandone i punti di riferimento. La guerra umanitaria, la banca etica, il mercato equo e solidale, la videocamera di sorveglianza “amica”, gli inceneritori che tengono pulito l’ambiente, il nucleare sicuro... tutte queste espressioni ingurgitate vanno di pari passo con i pomodori che sanno di pesce o le mucche che producono latte di pecora. Non si tratta della perversione poetica che spalanca la porta alla fantasia, sottraendo le parole alla logica utilitarista e mercantile, ma della manipolazione propagandistica che prepara il terreno ai progetti del potere.

L’Italia, nazione-laboratorio della controrivoluzione, è da anni tiranneggiata da un ricco capitalista che si pretende “operaio”, nonché piduista in affari con la mafia al tempo stesso legislatore ed amato capopopolo, nonché servitore di Washington ma anche cameriere di Mosca per tornaconti miliardari, nonché becero sessuomane e nel contempo propugnatore dei valori cristiani... nemmeno la sua somiglianza a Caligola con le sue cavalle elette ministro riesce ormai a stupire. Più in generale, in politica i confini fra destra e sinistra sono talmente evaporati che oggi è l’ex pupillo di un fucilatore di partigiani a chiedere il diritto al voto per gli immigrati. La frantumazione di ogni senso non ha risparmiato nulla, nemmeno il cosiddetto «senso dello Stato». Storditi da queste vorticose mutazioni, che delineano un panorama impensabile in passato, alla fine si giunge all’assuefazione. Si impara a conviverci non facendoci più caso. Le proteste contro questo o quel «conflitto di interessi» rappresentano i residui retrogradi di chi è incapace di comprendere che, in nome dell’interesse, ogni conflitto è stato abolito. 

Questa desolazione, diffusa in tutti i campi dell’esistente, la ritroviamo oggi anche all’interno di un movimento che non rifugge affatto la miseria ambientale, riflettendola perfino nel suo tracollo etico. Nell’era del precariato e dell’insicurezza generalizzata, la maggioranza dei compagni non ha più convinzioni proprie, è diventata pragmatica. Ha solo opinioni, perennemente rivedibili. Non ci si chiede più se una cosa è giusta o sbagliata (questione etica) ma se è efficace o inefficace (questione tecnica). Senza un futuro per cui sognare, senza un passato da cui imparare, non resta che partecipare all’eterno presente cibernetico, agitandosi per conservare le apparenze di una iniziativa abbandonata alla mercé delle leggi dello spettacolo e della propaganda. 

Se per l’uomo qualunque è reale solo quello che ha visto alla televisione, per il compagno qualunque è reale solo quello che ha letto in rete, meglio se con qualche immagine di accompagnamento. E più si compare, più si è attivi! Più si è attivi, più si acquisiscono preferenze! Da qui la profusione di comunicati, di azioni che una volta immortalate diventano performance. Da qui anche l’uso delirante del superlativo, come quello che trasforma un imbrattamento in «attacco» o una telefonata di protesta in «azione diretta» (altro che «un milione di posti di lavoro»!). Quella in cui viviamo è una virtualità reale dove tutto diventa relativo, compatibile e quindi possibile. Ed è risaputo che nella società tecnologica «il possibile è quasi sempre accettato come obbligatorio, ciò che si può fare è ciò che si deve fare». Ciò è dovuto alla trasformazione dello stesso mezzo in fine, il che determina semplicemente la scomparsa del fine, con la cieca esaltazione di (quasi) ogni pratica che ne deriva. 

Ecco perché affinità non compare più nel vocabolario degli anarchici, perché l’affinità è condivisione di una prospettiva andata persa. 

In chimica l’affinità è definita «una proprietà degli elementi chimici che indica la tendenza di uno di loro a legarsi con un altro». Ad essere affini, anche in questo campo, sono quindi le sostanze, non le forme. Ma chi è privo di sostanza, e ancor più chi vorrebbe rappresentarle tutte, ha i suoi buoni motivi per guardare solo alle forme. Il primo giustifica la sua confusione, il secondo la sua ambizione. Così, nel corso degli anni le varie pratiche salite alla ribalta sono state celebrate a prescindere dalle loro motivazioni. La lotta armata, o l’occupazione di spazi, o gli scontri di piazza, o i blocchi... ogni epoca si contraddistingue per un mezzo elevato a criterio di giudizio e a punto di incontro. Ma solo quella odierna ha la pretesa di aver reso autonomi gli strumenti, di averli sganciati dai loro obiettivi, il che è esattamente una delle caratteristiche della tecnologia. Oggi, ci viene detto e ripetuto, esistono mezzi senza fini. Per cui, se non si vuole rimanere indietro in questo mondo che va troppo in fretta, bisogna correre dietro al come senza fermarsi a riflettere sul cosa e sul perché

Assomigliarsi per assemblarsi, assemblearsi per essere più efficienti, solo questo conta. Allora, ecco l’anarchico collaborare con l’ambientalista di Stato, il libertario presentare libri su grandiosi eserciti maoisti (magari assieme ad ex “brigatisti” spacciati per irriducibili… giornalisti di sinistra), il miscredente commuoversi davanti all’adempimento dell’obbligo islamico alla preghiera... e sono solo alcuni degli innumerevoli esempi che si potrebbero fare e che purtroppo sono destinati ad aumentare. In tutto ciò, cosa c’è di strano? Oramai niente, dal punk che lavora per la grande industria, al compagno che reclama l’incolumità per gli infiltrati... anche qui si è giunti all’assuefazione. Anzi, semmai è farli notare ad apparire strano. Strano e di cattivo gusto. Se fosse ancora vivo, Andrea Costa se la prenderebbe con il «rancore personale» dei suoi critici, li accuserebbe di essere dogmatici che tengono il libro nero delle marachelle altrui, settari col fucile puntato a guardia dell’ideologia. E sicuramente verrebbe applaudito! Perché «dopo tutto ognuno è libero di dire e fare quello che gli pare, in fondo siamo tutti compagni, qualcosa è sempre meglio di niente».

È questo il bello delle forme, dei mezzi. A differenza dei fini, uniscono perché sono facili da condividere. Talmente facili da essere alla portata di chiunque… persino degli sbirri. E qui tocchiamo con mano una delle conseguenze più nefaste dello slittamento in corso. L’affinità ieri irrinunciabile richiedeva conoscenza reciproca, approfondimento di contenuti, scambio continuo di pareri e critiche, lungo un percorso progettuale comune. L’attuale ricerca di rapporti e di affettività si accontenta dell’effimera condivisione di situazioni particolari. Se compagni non sono più coloro che possiedono le stesse idee, che applicano gli stessi metodi, che hanno le stesse prospettive, ma coloro che risultano presenti agli stessi appuntamenti, frequentano gli stessi luoghi, compiono gli stessi gesti; se ogni diversità viene azzerata per non limitare il numero dei partecipanti e favorire la frenesia attivistica... che non ci si lamenti poi per la presenza di spioni ed infiltrati di ogni forma e divisa.

La ricerca dell’affinità è stata abbandonata perché oggi è considerata una perdita di tempo, una selezione troppo esigente che rischia di portare all’isolamento. Ma perlomeno, rimanendo sul piano puramente tecnico di questo ragionamento, eviterebbe ogni strumentalizzazione e individuerebbe i propri complici mettendo un filtro a chi ha ben altri intenti, dai più ingenui ai più loschi. Rimuovendo il filtro allo scopo di accrescere il volume di portata, l’inquinamento è inevitabile. In questo modo, sopprimendo l’idea a vantaggio del sentimento, quanti danni si producono e quanto tempo occorrerà per porvi rimedio? Non che il sentimento in sé sia deprecabile, tutt’altro. Ma un conto è il sentimento che ci accompagna nel nostro percorso, dando emozione a quanto rischierebbe altrimenti di essere freddo programma. E un conto è il sentimento in contrasto con l’idea, vischioso afflato che intralcia ogni progetto singolare. 

Inoltre, chi pensa che un bagaglio più leggero assicuri un viaggio più lontano, presto o tardi avrà motivo di ricredersi. È il guaio di ogni nichilismo, quello di avere il fiato corto. A meno di vivere in fretta e morire giovani, prima o poi si è costretti ad affrontare la questione del divenire. E qui, chi in gioventù si è compiaciuto di fare tabula rasa rischia di ritrovarsi sguarnito di strumenti e costretto ad aggrapparsi a quanto di peggio c’è in circolazione. 

Se il rifiuto dell’accademia non può diventare apologia dell’ignoranza, la volontà di sapere non può nemmeno prendere la scorciatoia della presa in prestito di concetti. Qui come altrove, bisogna decidersi a trovare una strada il più possibile autonoma. Altrimenti si finirà, pur con le migliori intenzioni, col percorrere quella degli altri. Il plagio è necessario, il deturnamento è anche preferibile. Ma lasciamo perdere i cori, per favore. Ci pensino bene quei compagni che, per sembrare intelligenti e alla moda, si ostinano a denunciare «stati di eccezione permanenti» che possono turbare solo anime belle democratiche oppure a rivendicare «forme-di-vita» che nel migliore dei casi sono muschi di sopravvivenza negli interstizi del capitale. 

 

 

«Ogni uomo è l’avventuriero della sua idea»

 

Non solo la morte, volgare è pure la vita «che danza senza avere sul dorso le ali di un’idea». Senza ali, per dirla con un vecchio compagno, si hanno solo rospi borghesi e rane proletarie alle prese con il loro pugilato ventristico, con le loro lotte rachitiche che sollevano fango fino a insudiciare le stelle. Per avere un esempio concreto pensiamo all’odierno discorso sovversivo e osserviamo fino a che punto il suo asse si sia spostato, passando dalla realizzazione del desiderio alla soddisfazione del bisogno. Il desiderio è l’assalto al cielo stellato. Il bisogno è lo sguazzare nel fango, è ciò che unisce rospi e rane. È il pane quotidiano, il cui sapore ha sempre un retrogusto amaro perché ottenuto con la sottomissione al lavoro. Ma l’essere umano non ha bisogno solo di riempirsi lo stomaco. Vogliamo il pane, ma anche le rose! «Le rose, dove sono le rose?», si chiedeva il solito vecchio compagno. 

Già, ce lo chiediamo anche noi. Oggi, quando ci troviamo tutti con le spalle al muro e un coltello puntato alla gola, con portafogli leggeri e conti da pagare, con militari per le strade e centrali nucleari in costruzione, a chi volete che interessino le rose? Ecco perché ci si limita a parlare di bisogni. Ecco perché nessuno guarda più alle stelle. Ecco perché anarchici e stalinisti si trovano oggi fianco a fianco. Oggi, bisogna battersi in difesa del pane. Domani, chissà, si andrà anche in cerca delle rose. Secondo alcuni studi, i salari degli operai italiani negli anni 70 erano fra i più alti in Europa mentre oggi sono fra i più bassi. Adesso si è costretti ad elemosinare lo stretto necessario pur di tirare a campare, accettando ogni ricatto padronale. Quando è la stessa sopravvivenza biologica ad essere messa in pericolo, si finisce per battersi in favore della mera sopravvivenza.

È quello che accade a chi sale sulle gru, sui tetti, o si rinchiude in ex carceri. Dopo un’esistenza trascorsa al servizio degli altri, vengono destinati al macero. Cosa fare se non battersi per poter continuare a sopravvivere? C’è chi dice che a molti sovversivi scaldi il cuore veder lottare per non essere più sfruttati come schiavi, ma come salariati. A noi no, ce lo gela. Come le lacrime del minatore disperato di non udire più il rassicurante suono della sirena mattutina. Capiamo questa disperazione umana, la dura necessità di dare un tetto e del cibo alle proprie famiglie. Ma non accetteremo mai di rivendicare il diritto ad una vita di merda. Non capiamo cosa ci sia di entusiasmante nell’arrabattarsi per rinegoziare al ribasso i termini di un ricatto. Ci sono già i sindacati ad assolvere questa funzione. Se non ne sono più in grado, perché dovremmo essere noi a farlo?

Uno Stato a rischio bancarotta non è più in grado nemmeno di fornire quei servizi minimi che gli garantivano il sostegno popolare: dar da mangiare agli affamati, curare i malati, accogliere i senzatetto... Dovremmo essere noi a raccogliere il testimone e far vedere al gregge popolare attorno a quale pastore si deve stringere? Non riuscendo a risvegliare la coscienza delle masse, dovremmo attirare la loro passività con l’efficienza della nostra organizzazione assistenziale? Dalle Black Panters ad Hamas, è quello che hanno sempre fatto i racket politici (e le chiese). Trovare consenso fra gli strati più poveri della popolazione soddisfacendo i loro bisogni primari: io ti fornisco un servizio essenziale condito con un po’ di dottrina ideologica, tu mi contraccambi con la tua militanza.

Quando la sovversione si mette al servizio della miseria, quando è il reale che tende a diventare immaginario, allora il cerchio si chiude e il dominio ha ottenuto la sua vittoria più atroce. Dopo aver messo alla catena i nostri corpi con il lavoro, dopo aver invaso e colonizzato i nostri sensi con la tecnologia, attraverso la minaccia più brutale è riuscito a mettere alla berlina anche i nostri sogni, costringendoci a preoccuparci solo delle mancanze più immediate. La riproduzione sociale è così completa, senza vie di fuga.

In un simile contesto le lotte che possono scoppiare non corrono il rischio di uscire dal ring del pugilato ventrista. Come potranno fare da pretesto ad altro, quando non ci sarà niente altro nella mente e nel cuore degli esseri umani? Come potranno fare da trampolino di lancio, quando non ci saranno più ali con cui spiccare il volo né stelle a fare da guida? Come potrà diffondersi il gusto per la libertà senza ostacoli, se gli anarchici per primi si vergognano delle proprie idee, vi rinunciano, le rinnegano, le mortificano pur di farsi accettare da una massa servile e alienata come mai prima d’ora, pur di stare al passo, «connessi in tempo reale», con la società tecnologica? Come ci si potrà tuffare nell’ignoto quando tutti vorranno unicamente essere radicati nella realtà? Più ci si radica, più si diventa stabili. E, per non dare l’impressione di essere immobili, non resta che agitarsi nel vento — come banderuole.

Sottraiamoci a questo ricatto, fra tutti il più odioso. Per descrivere il momento storico che stiamo attraversando, si potrebbe riprendere l’immagine coniata nel periodo più buio del 900: mezzanotte nel secolo. Ma quella era un’epoca in cui la notte universale era talmente nera da sembrare una promessa d’aurora. Oggi, di fronte a questo orrore senza volto, a questo totalitarismo senza dittatori, non è facile resistere alla tentazione più insidiosa e più segreta; quella della rinuncia, dell’abbandono davanti all’insensatezza del tutto. Ma se la disperazione e il pessimismo ci impediscono di farci illusioni, non hanno distrutto né le idee né la speranza. Anzi, è proprio l’incertezza dei tempi a nutrire e alimentare la determinazione. In qualsiasi contingenza, quale che sia la situazione in cui ci troviamo, anche la più drammatica, troviamo la forza per dire ad alta voce: non vogliamo la sopravvivenza, piuttosto la vita! Vaffanculo le briciole di pane che ci vorreste vedere elemosinare! Noi vogliamo le torte, vogliamo le rose. E le vogliamo adesso!

Fuori lo Stato dai nostri sogni! Fuori la sopravvivenza dalla vita!

 

 

«La rivoluzione è il movimento tra due condizioni. 

Non si immagini in proposito un rullo che gira lentamente, 

ma un vulcano che erutta, una bomba che esplode o anche 

una suora che si spoglia... Lasciateci essere caotici!»

 

Come si diceva, ci troviamo in una situazione che non ha precedenti. Navighiamo senza bussola in un mare in tempesta, con le stelle coperte dalle nuvole. Il totalitarismo tecnodemocratico ha annientato ogni utopia che avrebbe potuto minacciarlo, prosciugandone la fonte. Ma al tempo stesso il suo impero sta crollando come le mura di Pompei, che hanno resistito a secoli di storia ma non a pochi decenni di virtualità reale. Il mercato planetario iperfuturista non ha mantenuto le sue promesse di paradiso, i suoi corridoi si stanno anzi rivelando un inferno, ma tutti ne vogliono essere clienti. Qua e là, fra scaffali desolatamente vuoti o traboccanti di merci avariate, cominciano a registrarsi sussulti di rabbia. La stessa classe dirigente è ormai costretta ad ammettere che la situazione potrebbe esplodere da un momento all’altro, ma che non esistono alternative. Lasciando perdere sia il pessimismo catastrofista secondo cui tutto sta per scomparire, sia l’ottimismo ebete secondo cui s’è visto di peggio, resta aperto un interrogativo: cosa possiamo fare?

Scordiamoci la Grecia. Là una popolazione battagliera ed orgogliosa è stata capace di scendere in strada accanto a un movimento anarchico battagliero ed orgoglioso. Non ci sembra davvero il caso di fare paragoni e analogie. Scordiamoci anche la Francia. I suoi movimenti sociali, le sue periferie facilmente infiammabili, sono del tutto sconosciuti a questa latitudine. I suoi operai sequestrano dirigenti e minacciano di far saltare in aria le fabbriche, i nostri sequestrano se stessi e minacciano di suicidarsi. Notate qualche differenza? Eppure, sulla spinta degli eventi, le cose si stanno muovendo. I fuochi hanno appena illuminato il centro di Roma, sfuggendo per qualche istante al controllo dei soliti pompieri. E quindi...

Quindi bisogna superare il sentimento di paralizzante impotenza che ci porta, se non alla rassegnazione, alla guerra privata contro lo Stato o al rimprovero pubblico dello Stato. A ben pensarci lottarmatismo e cittadinismo, benché antitetici, si alimentano a vicenda. La chiusura identitaria del primo fomenta l’apertura al compromesso del secondo, e viceversa. Non c’è nulla da aspettarsi da coloro che ne sono soddisfatti, né retromarce né cambi di direzione. Molto meglio lasciarli al loro destino. Che continuino pure a rincorrere entrambi le luci della ribalta, la prima pagina o l’applauso assembleare che dovrebbero sancirne la magnificenza. Occorre uscirne, ad ogni costo, prima che l’abitudine ci tarpi le ali senza speranza

Per noi «l’approvazione del pubblico è da fuggire più di ogni altra cosa. Bisogna assolutamente impedire al pubblico d’entrare se si vuol evitare la confusione. Aggiungo che bisogna tenerlo esasperato alla porta con un sistema di sfide e di provocazioni... Nessuna concessione al mondo, nessuna grazia». Nessuna concessione al mondo significa sviluppare le tensioni contro tutti i tentativi di integrazione sociale. Significa riscoprire il seducente sapore dell’incompatibilità fra libertà e servitù, fra anarchia e Stato (e contro-Stato). Significa andare alla ricerca dei desideranti che vogliono mordere il piacere e lasciar perdere i bisognosi che piangono sofferenza. Contrariamente a quanto recita la canzone, libertà non è affatto partecipazione. In una società come la nostra, la cui uniformità è tale che perfino molti liberali si avventurano a definire totalitaria, libertà è diserzione. Se non è possibile pensare liberamente all’ombra di una cappella, come si può agire liberamente all’ombra di un municipio? Disertare la politica, qualsiasi forma di politica, per riafferrare il tempo, la forza e l’intelligenza.

Per rallentare questo mondo, bisogna sottrargli l’energia. Per fermarlo, bisogna provocare cortocircuiti. Tutto ciò si chiama diserzione e sabotaggio. Ma, affinché a nessuno venga in mente di aggiustarlo, bisogna anche evocare fin da subito un mondo che sia davvero altro. Per questo occorre ricominciare. 

Ricominciare a sognare, interrompendo i flussi del realismo. Ricominciare ad agire, interrompendo i flussi del potere.

 

 

«È ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile.

Coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che appariva loro 

come possibile, non hanno mai avanzato di un solo passo»

 

L’utopia, il sogno, l’impossibile, il meraviglioso, l’ignoto... sono solo alcuni dei termini con cui è stata definita la tensione umana verso l’assolutamente altro. Tensione singolare, ovviamente, che se non si limita ad ispirare conati estetici viene accompagnata dalla derisione dei segretari di partito e dei sagrestani di parrocchia («un posto per i sogni, ma i sogni al loro posto» diceva un poeta morto in campo di concentramento). Perché, in carica o aspiranti tali, costoro non amano che si mettano a soqquadro le secolari consuetudini che garantiscono la miseria dei molti e il potere dei pochi. 

Come altri prima di noi, pensiamo che la fede e l’assoggettamento al mondo reale siano il fondamento di ogni servitù. Abituati fin dalla nascita a vivere all’interno della galera quotidiana, siamo certi che nulla possa esistere oltre le sue mura. La nostra sola esperienza di vita coincide coi suoi ritmi e le sue regole. I nostri sensi sono modellati su suoni, colori, odori, sapori, densità che vi si trovano all’interno. Nati in schiavitù, siamo pronti a giurare che la catena che ci tiene legati sia un fatto del tutto naturale e inevitabile. 

È per questo motivo che le nostre lamentele non vanno al di là delle forme della nostra prigionia, che reclamano ri-forme. Nessuno mette in discussione la sostanza, perché ciò sarebbe considerato assurdo e inconcepibile come criticare il sorgere del sole. Ciò che è Stato, è anche ciò che è e che sarà.

Sono rari i prigionieri persuasi che, dietro quelle mura, ci sia ben altro. Distese di campi profumati? Magari. Fiumi in cui tuffarsi e nuotare? Forse. Giungle rigogliose quanto pericolose? Può darsi. Questo altro non lo si è mai vissuto in prima persona, solo immaginato, per cui non è possibile fare previsioni che non siano anche illusorie. Eppure c’è, ne siamo convinti. Basterebbe abbattere il muro che ci separa. Si tratta di una tentazione dinamitarda che non trova molto consenso in una massa di detenuti cui è stato insegnato fin dall’infanzia che «non si lascia il certo per l’incerto». Quando la si confida ai compagni di sventura, si viene presi per pazzi. Il timore di rappresaglie e la paura dell’ignoto inducono tutti ad accontentarsi di riverniciare le pareti della propria cella. Ed è qui che il realismo mostra la sua natura poliziesca, nell’occupare tutto lo spazio della pensabilità. 

È un circolo vizioso da cui non si esce. Per evadere abbiamo bisogno della complicità degli altri prigionieri, i quali però non ne vogliono sapere. Se manifestiamo apertamente i nostri propositi, rimbalziamo contro il muro di gomma dell’incomprensione. Allora per guadagnare la loro fiducia abbassiamo i toni, ci limitiamo a sussurrare di tanto in tanto le nostre vere aspirazioni, e nel frattempo per farci accettare partecipiamo alle loro rivendicazioni pratiche, concrete, immediate, che sono ore d’aria più lunghe, celle più spaziose, cibo più nutriente... E più ci immergiamo nei loro interessi, più questi assorbono il nostro tempo e la nostra attenzione, più trascuriamo i nostri desideri più profondi. Fino a dimenticarli.

Si chiama riproduzione sociale. L’attività quotidiana degli esseri umani riproduce se stessa e l’ambiente circostante. Uno schiavo che si comporta da schiavo perpetua la schiavitù. Un prigioniero che si comporta da prigioniero perpetua la galera. La famiglia, la scuola, il lavoro, tutto ciò che facciamo quotidianamente riproduce il sistema sociale. Partecipare alla realtà riproduce la realtà. Per riuscire ad andare oltre, occorre spezzare questo sortilegio. Bisogna uscire da questo cerchio magico, a costo di rimanere soli. Ecco perché non si può rinunciare al sogno. Ecco perché diventa fondamentale riscoprire il «sognatore definitivo» che è in noi, unico baluardo contro il trionfo del cittadino-consumatore definitivo.

Sì, la mediocrità del nostro universo dipende anche dal nostro potere di enunciazione. Anziché arricchire il linguaggio dell’anarchia, prima lo abbiamo ridotto e poi abbandonato del tutto in favore di pochi slogan antirazzisti, antifascisti, antichissacché. Un accanito sostenitore delle assemblee popolari diceva che se si vuole arrivare alla gente bisogna usare un linguaggio che le sia familiare, comprensibile. Non ha senso e non è conveniente parlare di rivolta o di sovversione con le massaie e gli impiegati, non si verrebbe capiti. Meglio puntare su una «nuova politica dal basso», un «altrocomune» o roba simile. Seguendo questa logica impeccabile, si è finiti col barattare il linguaggio del desiderio con la grammatica del bisogno. Il risultato è stata una invasione di «false democrazie», di «derive autoritarie», di «metropoli negate», di «diritti in pericolo»... tutte cose che titillano le opinioni conformiste altrui nella misura in cui reprimono il proprio pensiero ribelle.

Un secolo fa c’era chi proclamava con fierezza: «i nostri libri, o borghesi, vi risulteranno incomprensibili». Non si trattava di qualche analfabeta che doveva giustificare la propria ignoranza. Era la violenza poetica sputata in faccia alla mediocrità del mondo borghese. Un mondo che va colpito nelle sue istituzioni politiche, nei suoi interessi economici, nelle sue strutture sociali, ma anche nei suoi presupposti logici e linguistici. Portare il disordine nei suoi palazzi, nei suoi mercati, nelle sue strade, ma anche nei suoi discorsi. Riscopriamo questa fierezza. Manteniamo vivo quello che la canea giornalistica chiama «autismo degli insorti», l’estraneità e la refrattarietà alla ragione di Stato. Lasciamo il realismo a chi ci vuole speculare sopra. Basta con le rivendicazioni ponderate e piene di buon senso, con la Borsa che finanzia il sapere, con i percorsi alternativi all’alta velocità, con la raccolta differenziata dei rifiuti, con i permessi di soggiorno per tutti (proposte cugine delle merci senza logo o del reddito minimo garantito). Basta con tutti i riparatori e gli aggiustatori di un mondo che merita solo di scomparire. Riabilitiamo l’irrealtà dei nostri desideri, il loro movimento tumultuoso che non conosce argini, la loro capacità di trafiggere la carne e far scorrere il sangue. Attraversiamo la realtà per scoprire non quello che si può fare, ma quello che non si può fare. Sognando ad occhi aperti, il mondo e i suoi modelli vacillano, nessuna giustificazione li sostiene più. Una volta in preda a questa ebbrezza, nulla riuscirà a trattenerci dal rovesciarlo. 

Ci rendiamo conto che questa incitazione al sogno, in un periodo talmente tetro da far venire in mente i peggiori momenti della storia, può apparire fuori posto. Se l’abisso si sta ripopolando della fauna più immonda, se la guerra di tutti contro tutti è una ipotesi sempre meno lontana, che senso ha perdersi nelle utopie? Per rispondere a questa domanda, siamo costretti a capovolgerla. Non è proprio perché si è smesso di sognare che si è finiti dritti nel vortice aspirante di questa realtà di cui siamo ostaggio? Non è proprio la mancanza di utopia a costringere i conflitti sociali ad assumere i tratti del cittadinismo o della guerra civile? Non è solo offrendo una prospettiva che si può (forse) impedire alla rabbia di sprecare i suoi colpi tirati alla cieca?

 

 

«Parva favilla gran fiamma accende»

 

Lo ammettiamo. Ogni qualvolta sentiamo dar di voce contro chi resta alla finestra invece di gettarsi nella mischia popolare, non possiamo fare a meno di sorridere. In parte perché non capiamo come si possa restringere tutto lo spazio a disposizione in due soli ambiti: la piazza di chi lotta collettivamente — uno accanto all’altro, uno sotto gli occhi dell’altro, certificato reciproco di condotta rivoluzionaria — o la finestra dove sta appollaiato chi non fa un cazzo singolarmente. Che scarsa fantasia. 

È proprio vero — come si diceva quando si voleva arrivare ai ferri corti coi falsi critici dell’esistente, e non discuterci assieme: «se si pensa che quando i disoccupati parlano di diritto al lavoro si deve fare altrettanto (con i debiti distinguo a proposito di salariato e “attività socialmente utile”) allora l’unico luogo dell’azione appare la piazza affollata di manifestanti».

Ma la ragione principale che ci spinge a sorridere è un’altra. I riferimenti alle finestre ci fanno pensare all’Albergo Stella Blu di Praga. È uno degli aneddoti più noti dell’insurrezione del 1848. Il congresso panslavo, pieno di brava gente arrabbiata col governo ma convinta sostenitrice delle buone maniere democratiche, è appena terminato proprio il giorno della Pentecoste. Una messa solenne è celebrata all’aperto e sulla via del ritorno nasce qualche battibecco con le truppe austriache. La tensione sale, soprattutto di fronte all’albergo che ospita molti delegati al congresso. Soldati e comuni cittadini si fronteggiano, si insultano, ma nulla più. Nessuno osa. Finché dalla finestra dello Stella Blu parte una fucilata contro i militari i quali, per reazione, aprono il fuoco sulla folla. Questa s’infuria, reagisce, si scatena: è l’inizio dell’insurrezione. La leggenda vuole che a quella finestra ci fosse Bakunin. Mito o realtà, questa storiella ci è sempre sembrata significativa. Quando l’aria si riempie di polvere nera non occorre un grande movimento organizzato che decida in assemblea plenaria dove puntare i suoi mille lanciafiamme professionali sotto l’occhio esperto di chi ha studiato alta strategia all’ombra della Sorbona. Basta un fiammifero, il sasso di un monello come a Genova nel 1746 o il video di un passante come a Los Angeles nel 1992. Ecco perché non tutto è ancora perduto. 

Il sole dell’avvenire si è spento soffocato dai fumi della società industriale, ma il clima sulla terra sta diventando incandescente. Agli annunciatori della lieta novella sotto forma di teoria rivoluzionaria da impartire alle masse, sono rimasti solo i ricordi dei tempi andati. Svanito il soggetto rivoluzionario e annichilita la coscienza di classe, non resta loro che scuotere il capo davanti alle rivolte moderne, lamentandone l’incomprensibilità. Queste esplosioni di rabbia corrono pochi rischi di assomigliare alle rivoluzioni sociali più note, quelle che si battevano per un nobile ideale di «libertà e giustizia» — è più probabile che lambiscano i torbidi della guerra civile. 

Lo scatenamento delle cattive passioni, ipotesi cara agli anarchici che precedettero la nascita vera e propria del cosiddetto movimento anarchico organizzato, rischia di essere la sola arma in mano anche agli anarchici contemporanei, perlomeno a quelli che si ritrovano a vivere in una società che non vuole più ascoltare ragioni, nemmeno quelle rivoluzionarie. La storia non andrà verso l’anarchia, ma pare proprio che vada verso il caos.

Andare in campagna a prepararsi per il post-collasso, quando chi si sarà organizzato materialmente avrà più speranze di sopravvivere, o rimanere in città ad abbrutirsi concedendosi alla politica del male minore? È il grande dilemma di tutti gli amici del popolo. Non ci appartiene. A differenza di chi ama il passo cadenzato della marcia, siamo sempre stati allergici alla lana da tosa. La tirannia del numero non impressionava certi anarchici nell’800, in piena epoca populista, non può certo impressionarci oggi. «Se si sa scegliere il momento opportuno, o se si possiede l’arte di provocare gli avvenimenti, per fare una rivoluzione è sufficiente un piccolo gruppo di uomini sicuri e decisi a tutto, che con qualche azione decisiva, irreparabile, rendano impossibile il ritiro delle forze trascinate», diceva un insorto del 1848. No, decisamente ciò non basta affatto per “fare” la rivoluzione. Ma potrebbe costituire un buon inizio.

 

 

«Con la naturalezza delle stagioni che si rinnovano, ogni mattino i bambini scivolano fra i loro sogni.

La realtà che li attende, sanno ancora piegarla come un fazzoletto.

Allora, dove sono gli adolescenti abbastanza selvaggi da rifiutare d’istinto

il sinistro avvenire che viene loro preparato?

Dove sono i giovani abbastanza appassionati da disertare

le smorte carriere che si vuole far loro passare per vita? 

E gli individui abbastanza determinati per opporsi al sistema di cretinizzazione

da cui l’epoca trae la sua forza consensuale?»

 

Pensando a quanto sta accadendo in tutta Europa, è facile intuire che il prossimo futuro sarà ricco di lotte, scontri e disordini. Le loro motivazioni, come i loro obiettivi, saranno verosimilmente del tutto insipidi. Ciò costituisce in sé un buon motivo per ignorarli? A nostro avviso, ciò spiega semmai la ragione per cui non sia il caso di rivendicare la natura di queste lotte, ma solo la loro potenzialità. Non ci interessano i loro successi quanto i loro eccessi. 

Facciamo un esempio. A Terzigno, in provincia di Napoli, sono in corso mobilitazioni contro una nuova discarica di rifiuti. Il governo non solo ha riaperto quella vecchia, già al limite della sua capienza, ma ha deciso di allargarla costruendone una nuova vicino. Ciò ha provocato l’ira degli abitanti, stanchi di vivere in una zona trasformata in immondezzaio.

Che fare davanti a una simile situazione? Snobbarla perché tanto quegli abitanti vogliono solo aria, terra e acqua pulita, mica l’anarchia? Si tratterebbe di una scelta sì legittima, ma che avrebbe come conseguenza logica la rinuncia a priori ad ogni intervento nelle lotte sociali giacché queste saranno sempre parziali e limitate. Invece noi pensiamo che sia possibile intervenire, senza venire meno alle nostre idee e ai nostri scopi. A Terzigno, per rimanere nell’esempio, c’è chi ha organizzato sul posto incontri e assemblee allo scopo di istituire “dal basso” la raccolta differenziata. Questo mondo basato sul consumo di merci produce tonnellate di rifiuti, tanto da non riuscire più a smaltirle, e dobbiamo essere noi a risolvere il guaio causato dal suo funzionamento? Dovremmo impegnarci a tapparne le falle, a far diventare nostri quelli che sono i suoi problemi? No, grazie. C’è poi chi ha partecipato ai presidi e ai blocchi stradali. Tutta un’altra storia, naturalmente. Anche perché laggiù le “tradizioni locali”, ben diverse da quelle valsusine, ci hanno messo solo ventiquattr’ore prima di arrivare alla guerriglia urbana con le forze dell’ordine, bersagliate anche con bottiglie incendiarie.

Ma poi è successo anche altro. Qualcuno non si è limitato ad attendere sul posto, in mezzo alla folla e sotto gli occhi degli sbirri, l’arrivo dei camion carichi di spazzatura per poterli bloccare. Se li è andati a cercare e li ha messi fuori uso. Ciò significa bloccare non il travaso finale, ma la raccolta iniziale. Ancora più spazzatura per le strade, ancora più aria fetida, ancora più disperazione e rabbia. Letteralmente, benzina sul fuoco. Non risolvere la situazione, ma farla precipitare. Ovviamente i media hanno attribuito alla criminalità organizzata la responsabilità di questi atti, e potrebbe anche essere vero. E allora? A noi sembra un grazioso suggerimento sui molti modi con cui è possibile intervenire in simili contesti. Va da sé che — al di là della singola possibilità materiale di essere presenti o di poter contribuire a distanza, di amare la compagnia o di preferire la solitudine — le forme di lotta possono intrecciarsi, alimentarsi a vicenda e non escludersi, nel gesto come nella parola. Ma lasciando immutata la sostanza: ci battiamo contro questo mondo perché odiamo l’autorità, non perché siamo delusi dalla democrazia

I sommovimenti tellurici di cui si odono le prime scosse potrebbero rimuovere molti degli ostacoli che limitano i movimenti. Tuttavia, essendo facile prevedere che gli effetti della loro demolizione saranno limitati, spetta anche a noi allargarli. Quando le strade della città iniziano a movimentarsi, i segugi perdono sia la vista che l’olfatto. Quando le strade della città rimangono vuote, è ora di battere le campagne. I quartieri generali del potere sono irraggiungibili, ma le retrovie sono talmente ampie e diversificate da essere incontrollabili. È una banalità detta così tante volte che si finisce col dimenticarla. Così come ci siamo scordati di abbandonare i modelli per studiare le nostre possibilità. È uno studio indispensabile, se non vogliamo ritrovarci all’improvviso con un’ora di libertà a disposizione, senza sapere che farne. 

«Dire ciò che il nemico non si aspetta ed essere dove non ci attende. Questa è la nuova poesia». Il resto è vecchia propaganda.

 

 «La vita non vale la pena di essere vissuta, ma io valgo la pena di vivere»

 

Come al solito, si scrive per prendere appuntamento. Ma con chi? Non occupando alcuna posizione rispettabile nello scenario desolato che si ha l’impudenza di chiamare “movimento”, abbiamo tutte le carte in regola per non essere ascoltati e ancor meno capiti. Questo testo è quindi il classico messaggio nella bottiglia lanciata nell’oceano. Sommerso dai marosi, in mezzo a detriti di ogni genere, sarà quasi un miracolo se verrà notato. Da ben pochi sarà letto. Ancor meno saranno coloro che lo condivideranno. A questi ultimi, e solo a loro, dedichiamo un aneddoto. L’ultimo, per finire.

Una volta un vecchio anarchico spagnolo si recò in visita negli Stati Uniti, la roccaforte del capitalismo, dove tenne una conferenza in un’università. Davanti a un pubblico di giovani che si apprestavano a diventare manager e liberi professionisti, raccontò quanto avveniva nel 1936 — le barricate e la lotta contro il fascismo, le collettività e gli esperimenti di una vita diversa, i pugni chiusi dall’odio e i baci gonfi d’amore, tutta la gioia e i dolori di una rivoluzione contro lo Stato. Poi cominciò il dibattito, uno studente si alzò e gli chiese: «Tutto quello che ci ha appena raccontato mi ha colpito molto, è stato davvero bello ed emozionante. Ma non crede che oggi, a mezzo secolo di distanza, dopo le trasformazioni avvenute, l’anarchia sia solo un suo ricordo giovanile, impossibile da realizzare e quindi inutile?». Il vecchio anarchico rimase in silenzio a riflettere. E poi disse: «Sì, capisco cosa vuoi dire. Lo capisco bene. Ma adesso ho io una domanda da farti: esiste forse qualcosa di meglio per cui vivere?».

Compagni, voi che tali siete perché mangiate il nostro stesso pane e disprezzate la grande marmellata contemporanea, un mondo intero con il suo peso materiale sta premendo per spazzarci via. Tutto lascia intendere che abbiamo i giorni contati. E in questo momento, quando ogni cosa ha perso significato per cui sembra non essere rimasto più nulla da dire, è proprio ora che da questa melma chiamata realtà ci viene chiesto di rinunciare ai sogni, di mettere la testa a posto, di prendere partito. Perché quello che abbiamo vissuto, dall’assalto al cielo nei giorni di guerra allo sputo sull’offerta nei giorni di pace, è solo un ricordo giovanile, impossibile da realizzare e quindi inutile. E capiamo cosa si vuol dire. Lo capiamo bene.

Ma adesso, abbiamo noi una domanda da fare...

 

 

«In faccia ai castrati 

che ne inorridiscono, 

ai farisei che l’abiurano,

ai pasciuti che v’imprecano, 

ai tartufi che se ne rodono,

ai poltroni che la tradiscono, 

ai manigoldi che la perseguitano,

ora e sempre Viva l’Anarchia»

 

["Ma chi ha detto che non c'è", l'oro del tempo, gennaio 2011]