Brulotti

Quanto è lunga una scorciatoia?

Richard Greeman
 
Pubblichiamo un estratto della Lettera aperta agli amici internazionali degli zapatisti, scritta in seguito alla partecipazione dell’autore al secondo “Incontro intercontinentale contro il neoliberalismo e per l’umanità”, che si è tenuto in Spagna nell’agosto 1997. R. Greeman, traduttore in inglese dei romanzi di Victor Serge, è attivo dagli anni 50 nei movimenti rivoluzionari internazionali.
 
 
Neoliberismo versus capitalismo, questione di terminologia
Durante l’incontro, ho sentito molte idee interessanti a proposito di economie e resistenze alternative così come di esperienze di resistenza alla globalizzazione economica e alla trasformazione della vita in valore mercantile. Tuttavia, ho scorto anche molta confusione a proposito di questioni fondamentali come: chi rappresenta precisamente «l’umanità»? Pensiamo di essere semplicemente contro il neoliberismo e contro il capitalismo stesso? Alla fine, sono ripartito preoccupato che l’uso dell’espressione neoliberismo, in quanto scorciatoia ideologica per indicare il sistema contro il quale lottiamo, possa rivelarsi contemporaneamente impreciso e potenzialmente pericoloso. Forse il migliore contributo che potrei dare al «nuovo spazio di discussione» aperto dagli zapatisti è quello di tentare di superare la barriera delle generazioni e cercare di spiegare i miei timori.
Innanzitutto, trovo che l’uso del termine neoliberismo al posto di capitalismo manca di precisione. Nello stretto senso del termine, l’espressione neoliberismo si riferisce a una teoria economica o a una politica basata su questa teoria. Per esempio, le teorie del libero scambio della scuola degli economisti di Chicago e la politica di privatizzazione della Thatcher e dei suoi discepoli all’estero sono tutte e due indicate correttamente con il termine neoliberale. Quanto al vocabolo capitalismo, indica tutto un sistema economico e politico. Il sistema capitalista del salariato, di produzione mercantile, di sfruttamento e alienazione, data almeno cinque secoli e si è fondato fin dall’inizio sullo sfruttamento globale (1492). Questo sistema capitalista ha adottato diverse teorie e forme politiche in differenti epoche e luoghi. Queste vanno dal mercantilismo alla libertà di commercio, dal protezionismo all’imperialismo del trust e dei monopoli, dal capitalismo sociale al capitalismo di Stato (con varianti diverse come il capitalismo dei trust feudali giapponesi, il “comunismo” staliniano, il fascismo nazista) ed ora il neoliberismo… Tutto ciò senza modificare la stessa essenza del capitalismo, vale a dire l’auto-espansione del capitale attraverso la sottrazione del tempo di lavoro non pagato.
Inoltre penso che sostituire l’espressione neoliberismo al termine capitalismo induca in errore in quanto sembra implicare che dovremmo tentare di forzare i poteri in carica ad adottare un’altra teoria (la neokeynesiana?) o un’altra politica economica (il capitalismo dello Stato-provvidenza?) nella speranza che, grazie a queste politiche economiche, l’oppressione dell’umanità e la distruzione della natura vengano soppresse o almeno diminuite in maniera significativa. Se questo tentativo fosse coronato da successo, ciò costituirebbe una vera scorciatoia, poiché eliminerebbe la necessità di pensare la terribile prospettiva di vivere il crollo del sistema capitalistico mondiale e la sua estirpazione ad opera delle forze di una nuova umanità, con le sollevazioni e le sofferenze che questa prospettiva sottende.
 
Illusioni pericolose sui pescecani vegetariani
Ma io credo che questa speranza sia una illusione. Essa tende anche a concentrare le energie sulla lotta contro le manifestazioni del capitalismo (degrado, delocalizzazioni, concentrazioni, ristrutturazioni, dogmatismo libero scambista, globalizzazione) dimenticando del tutto di attaccare la natura stessa del sistema del salariato e della merce (la società mercantile) dove il profitto deriva dal furto ad opera del capitale del lavoro e delle terre non pagate.
Inoltre, nella misura in cui il neoliberismo è sinonimo di libero scambio globale e di mondializzazione, essere contro il neoliberismo tende a suggerire che l’umanità si troverebbe meglio nell’ambito di una forma qualunque di capitalismo nazionale. Una simile visione costituisce un invito agli attivisti locali di ogni Stato ad unirsi ai ranghi dei protezionisti fra le classi possidenti «patriottiche» che sono così contrarie al libero scambio e alla penetrazione del capitale internazionale. Secondo questa logica, questi sfruttatori locali — siano essi proprietari terrieri, capi d’impresa, dirigenti di imprese di Stato — devono essere considerati dalla parte dell’umanità, a forza di essere «contro il neoliberismo».
A parte il fatto di ignorare il conflitto fondamentale tra ricchi e poveri, questa versione protezionistica dell’alleanza patriottica dell’opposizione al neoliberismo conduce logicamente alla guerra internazionale. Poiché ogni economia capitalista nazionale entra in competizione con tutte le altre, i ricchi in ogni paese mobiliteranno inevitabilmente i poveri come carne da cannone nelle guerre fratricide contro altre nazioni capitaliste. Per esempio, durante gli anni trenta i nazionalsocialisti di Hitler utilizzarono questo tipo di propaganda per indirizzare il popolo (Volk) tedesco contro il capitalismo ebreo internazionale e l’Impero britannico, mentre i militaristi giapponesi imponevano l’unità nazionale contro la penetrazione in Asia del capitale bianco europeo. Simili illusioni sono pericolose. Il denaro non ha razza, né colore, né nazionalità. Il capitalismo era già globale fin dai suoi inizi lungo le rotte commerciali internazionali della fine del Medio Evo, e la Borsa non si è mai distinta per il suo patriottismo.
Inoltre, il capitalismo non è riformabile. Battersi per portare il capitalismo a cambiare natura è realista quanto cercare di convincere di convertire un pescecane alla dieta vegetariana — e all’incirca altrettanto rischioso. Per sua natura, il capitalismo non è più in grado di abbandonare l’implacabile sfruttamento degli esseri umani quanto è nella natura del pescecane di rinunciare al sangue e alla carne. Proprio come il pescecane vegetariano morirebbe di fame, l’impresa o la nazione capitalista che si astenesse dal pagare ai suoi lavoratori il minimo di salario e di sostenere il massimo di lavoro sarebbe eliminata dalla concorrenza di pescecani più feroci sul mercato mondiale. Mi rendo conto di quanto sia spaventoso accettare il fatto che la sola via di uscita per l’umanità sia di sradicare totalmente il sistema capitalista. Prendere la scorciatoia di dichiararsi contro il neoliberismo è più facile, più alla moda. Ma è corretto invitare le persone a unirsi a noi e a tuffarsi nel mare delle lotte sociali senza affiggere l’avvertimento: «Pericolo! Acque infestate da pescecani!»? È l’avvertimento che il governo riformista socializzante di Arbenz ha scordato di dare al popolo guatemalteco nel 1954. Arbenz lo disarmò, la Cia entrò in azione e il risultato fu decenni di terrore di destra. La squadra di Allende adottò la medesima scorciatoia nel Cile dal 1970 al 1973 con gli stessi disastrosi risultati. Impareranno mai?
 
Tragedia storica dell’antifascismo
Se sembro esagerare l’importanza dell’argomento, è perché ho vissuto abbastanza a lungo per essere il testimone del destino tragico di due generazioni di estremisti le cui lotte fallirono in modo disastroso perché indietreggiarono davanti all’anticapitalismo e trovarono più facile e più alla moda prendere delle scorciatoie ideologiche e definirsi «contro» qualcosa di più immediato e di più tangibile. Mi riferisco agli antifascisti della generazione dei miei genitori e agli antimperialisti della mia.
Gli antifascisti non riuscirono a fermare il fascismo in Spagna o altrove in Europa nel 1936-1939. Rifiutarono di opporsi al fascismo in quanto forma estrema di capitalismo in crisi. Al suo posto, presero una scorciatoia: il Fronte popolare contro il fascismo. Questa alleanza procapitalista composta da comunisti stalinisti, socialdemocratici, partiti capitalisti liberaldemocratici, sindacati e organizzazioni culturali era larga, potente e impressionante. Ma, dopo che i magnifici canti popolari erano stati cantati, i comunisti firmarono un patto con Hitler (avendo preventivamente soppresso la rivoluzione anticapitalista degli operai e contadini spagnoli) mentre i socialisti europei e i liberaldemocratici (Léon Blum, etc) vendevano la Repubblica borghese spagnola e cedevano davanti a Hitler a Monaco. Ci sono voluti venti milioni di morti durante la seconda guerra mondiale per fermare Hitler nel 1945 ed ora il fascismo si rialza. Che scorciatoia meravigliosa!
 
La paradossale sorte dell’antimperialismo
Allo stesso modo gli antimperialisti degli anni sessanta non riuscirono a fermare l’imperialismo. Poiché, invece di opporvisi in quanto aspetto del sistema capitalista, presero tutte le scorciatoie immaginabili, che andarono dal sostegno ai candidati capitalisti favorevoli alla pace (come il senatore nordamericano McCarthy) a battere il tamburo per i dittatori dei regimi del capitalismo di Stato come Ho Chi Minh, Enver Hoxha, Mao Tse-tung, Kim Il Sung, il colonnello Gheddafi (tutti antimperialisti bona fide). Nel periodo delle campagne movimentate, delle marce e delle brigate rosse, nessuno aveva il tempo di ascoltare quelli che, minoritari fra noi, avevano compreso che “l’imperialismo” non era un complotto di capi di governo ma l’essenza stessa del capitalismo (e questo dal 1492), quelli che s’accorsero che il sedicente “comunismo” non era altro che capitalismo di Stato totalitario e burocratico, e che “la liberazione nazionale” poteva significare battersi e morire per rimpiazzare un oppressore straniero con un oppressore nazionale.
Trent’anni dopo, le “lunghe marce” antimperialiste della mia generazione hanno raggiunto le loro destinazioni e i nostri movimenti sotterranei sono tornati in superficie davanti ad uno spettacolo edificante. Noi guardiamo i leader antimperialisti del Vietnam “liberato” e della Cina “comunista” invitare senza la minima vergogna i capitalisti stranieri a venire a sfruttare i loro lavoratori. E sfruttarli a tariffe che sfidano ogni concorrenza che le condizioni di lavoro messe in atto da questi Stati “rivoluzionari” a partito unico avevano reso possibile (fabbriche-prigioni, etc). Questa nuova alleanza contro i lavoratori è stata riassunta dal serissimo commento dell’editorialista del New York Times a proposito dell’annessione di Hong Kong: «Lunga vita all’eredità di Mao e a Merrill Lynch». Certo, era più facile spiegare l’antimperialismo che l’anticapitalismo. Che scorciatoia meravigliosa! 
La questione oggi è la seguente: l’uso dell’espressione neoliberismo come sostituto all’espressione capitalismo può portare ad una nuova pericolosa scorciatoia?
 
[Diavolo in corpo, n. 1, dicembre 1999]