Brecce

L’azione degli anarchici nella rivoluzione russa

Kasimir Teslar
 
Il giorno 17 dello scorso ottobre, nel salone della Camera del Lavoro di Torino, tenni una conferenza sul tema: «Gli anarchici e la rivoluzione russa», a cui oltre agli anarchici e a un numeroso pubblico, intervennero una trentina di comunisti autoritari. Il contegno di questi ultimi fu il solito: essi diedero sfogo al loro autoritarismo e con un indescrivibile accanimento fecero opera di sabotaggio, sì da scavare ancor più incolmabile abisso che ci separa. Essi ci convinsero una volta di più che tra noi e loro, all’infuori d’una guerra a morte non vi può essere nulla di comune. Infatti quei futuri cekisti, oltre alla prova del loro settarismo, ci diedero anche quella dell’incoerenza e della malafede.
Il contraddittorio del comunista Nicolò fu privo di senso comune e pieno di falsità e riboccante di calunnie, contro gli anarchici. Ai fatti da me narrati, Nicolò rispose con una sciocca tirata di goffi epiteti, ma non oppose un solo fatto e non disse nemmeno una parola della Rivoluzione Russa. In fondo in fondo egli non fece che una stupida apologia dei governanti dittatoriali di Mosca.
Nel n. 289 l’Ordine Nuovo con la faccia tosta che lo distingue così bene, pubblicò, circa il contraddittorio anarchico-comunista sulla Russia, tante menzogne quante righe vi erano nell’articoletto. Esso ribatteva sul «solito discorso libertario» contro la Russia dei Soviet e dei suoi dirigenti e finiva col protestare contro la «diffamazione in danno del primo stato proletario».
Siccome all’oratore comunista autoritario Nicolò i fatti da me esposti sembravano insufficienti e i miei argomenti non l’avevano convinto, li voglio ora ripetere e vedremo chi sono i diffamatori e i controrivoluzionari, se noi o loro.
Eccovi quattro verità sul così detto primo Stato proletario e sulla parte che presero i bolscevichi e gli anarchici nella Rivoluzione Russa.
 
In primo luogo devo rilevare la confusione che molti ancora fanno tra la rivoluzione e il bolscevismo. Il bolscevismo, cioè marxismo o comunismo autoritario, è la vera controrivoluzione. Il bolscevismo ha strozzato ed ha assassinato la Rivoluzione Russa, che fu davvero liquidata dal partito comunista autoritario russo. In Russia non c’è più la rivoluzione; là vige un ordine nuovo, del quale il compito è l’assoluta liquidazione del movimento rivoluzionario e di tutte le conquiste della classe lavoratrice.
Il così detto «Primo Stato Proletario» si può benissimo chiamare «proletario» perché esso basa esclusivamente la sua politica sullo sfruttamento del proletariato.
Lo Stato imperialista dei comunisti autoritari è l’unico Stato al mondo che non è obbligato di ricorrere alle pantomime parlamentari e alle commedie delle dimissioni dei gabinetti. È lo Stato che dispone di un governo talmente forte che tanto il sig. Poincaré che il signor Lloyd George lo possono invidiare; è l’unico stato che ha saputo fondare tutta la sua sporca e forcaiola politica sulla diretta oppressione e sfruttamento delle masse lavoratrici, che è riuscito così bene a ingannare e sottomettere il proletariato. È l’unico stato che sia riuscito a vietare e annullare lo sciopero, ad immobilizzare le masse, a prenderle nel pugno, a trasformarle in una specie di fantocci, coi quali si fa quello che si vuole. È l’unico stato che ha saputo trasformare le Unioni Sindacali in strumenti e istituti d’oppressione, in istituti statali di lotta contro lo sciopero, in istituti di centralizzazione con pieni poteri di castigare gli operai, in organi esecutivi della volontà del governo; cioè del nuovo padrone, che si fece socio con tutti gli ex-padroni, insieme con i quali oggi rivendica sulle masse la presa di possesso delle fabbriche, delle miniere, delle officine e delle terre. Il governo bolscevico è il primo governo che sia riuscito a camuffarsi da governo proletario; e non occorre diffamarlo in ciò, perché il modo che questo governo impiegò per arrivare al potere, parla chiaro da se stesso.
I comunisti autoritari vogliono dei fatti? Non sono stati sufficienti quelli che ho narrato nella conferenza?
Eccone altri!
Procediamo per ordine cronologico:
Il partito bolscevico e tutti gli altri partiti che si mascherarono di socialismo, sono colpevoli del fallimento della rivoluzione del 1905. Tutti quei partiti si contentavano della sola distruzione dello zarismo; essi volevano l’instaurazione della democrazia costituzionale, o anche della monarchia costituzionale, perciò combattevano con tutti i mezzi e con tutte le forze la rivoluzione sociale, che già nel 1905 si manifestava. Le masse non si contentavano delle riforme; esse volevano la piena e assoluta espropriazione della borghesia.
Il fallimento della rivoluzione nel 1905 aprì gli occhi al partito bolscevico, sicché nel 1917 si decise a cambiare il suo nome e si chiamò comunista, perché nelle masse l’idea della comune era perfettamente penetrata. Il partito bolscevico russo comprese che soltanto ingannando le masse rivoluzionarie si può afferrare il potere, e quindi sempre per mezzo dell’inganno consolidarlo, fingendo di volere la rivoluzione sociale.
La rivoluzione del 1917 sorprese tutti i partiti. Studiate le rivoluzioni del partito bolscevico e degli altri, e noterete la loro indecisione e impreparazione! Leggete i discorsi di Trotzki e di Lenin riguardo alla Costituente e ai Soviet e rileverete che Lenin era nemico di quest’ultimi. Però in pratica vi si adattarono vedendo che le fabbriche e le officine, le miniere e le terre erano state espropriate e che il Comitato della fabbrica non era un Comitato per ridere e che i Soviet erano un pericolo per il futuro stato che sognavano i bolscevichi, e che loro non avevano la maggioranza nella Costituente che avevano propugnato e ciò anche dopo l’ottobre e dopo che i ministeri erano nelle mani dei bolscevichi. Ad ogni passo noterete la loro titubanza fra la scelta della Costituente e quella dei Soviet. I bolscevichi accettarono la forma dei Soviet, soltanto perché si convinsero che i Soviet potevano essere trasformati in organi di accentramento e di sabotaggio della rivoluzione. Fatta questa scoperta essi invasero i Soviet e i Comitati delle fabbriche e li trasformarono in tante sezioni esecutive del loro partito.
L’avanzata di Korniloff contro la città di Pietrogrado fu spezzata non dai bolscevichi, ma dalle masse operaie, insorte contro il governo d Kerensky. Lo zar non fu arrestato dai bolscevichi, ma fu arrestato dall’anarchico Hudiakoff. Il governo della Coalizione fu arrestato dalla massa insorta, dagli operai di Pietrogrado e dai marinai di Kronstadt. I bolscevichi facevano parte della Costituente e non furono loro a scioglierla, ma un corpo d’insorti anarchici a capo dei quali si trovava l’anarchico Gelezniak, un marinaio, e cioè contro la volontà del partito bolscevico. La rivoluzione procedeva a gonfie vele e il partito bolscevico restava sempre in coda e faceva degli sforzi per trattenere le masse; ma queste s’infischiavano dei partiti, dei programmi e delle risoluzioni, e dissolvevano il vecchio regime senza badare a nulla.
In Italia la rivoluzione nel 1920, secondo l’espressione di A. Borghi, correva dietro a tutti i partiti; ma questi fingevano di non essere preparati e pronti all’azione. Essi non volevano la rivoluzione e la strangolarono nei primi giorni della sua comparsa. In Russia la rivoluzione non attendeva, non sperava e non badava ai partiti: le masse coll’azione diretta risolvevano ogni cosa, e quando i partiti si trovarono in faccia ai fatti compiuti, ebbero la spudoratezza di «sanzionarli». Ogni atto delle masse colpiva lo stato nelle sue radici, benché i bolscevichi di ciò fossero contrariati, come, per esempio, della presa di possesso delle fabbriche e delle ferrovie, dell’espropriazione delle case e delle terre. Essi fingevano di volere la piena espropriazione; ma in fondo cercavano come meglio si poteva strangolare il movimento delle masse, liquidare la rivoluzione e infine come meglio servirsi di essa per arrivare e per consolidarsi il potere e alla direzione del movimento, per sottometterlo ai voleri del partito.
Appena ciò fu possibile, incominciarono a castrare la rivoluzione. La scissione del partito socialista rivoluzionario, fece nascere in loro il pensiero e la speranza d’imporre la loro egemonia a tutti gli altri partiti. Il nemico più potente, grazie alla scissione avvenuta, si è indebolito, e così il partito bolscevico si salvò dalla collaborazione col partito socialista rivoluzionario.
Leggi gli scritti di Lenin, pubblicati dopo l’ottobre, e vedrai la sua sfacciataggine. I bolscevichi diventarono più bakuninisti degli anarchici stessi, ma soltanto a parole.
I primi a mettere la mano sulle case borghesi furono gli anarchici, i primi a espropriare le tipografie dei giornali borghesi, ancora durante il governo di Krenski, furono gli anarchici. I bolscevichi solo con timidità li imitarono. Essi sfruttavano ogni atto degli anarchici e tutte le energie spiegate dalle organizzazioni anarchiche. Durante la rivoluzione, l’anarchico come forza distruttrice veniva impiegato e sfruttato dai bolscevichi; ma come forza riorganizzatrice e di ricostruzione veniva scartato, assorbito, eliminato o fucilato.
Per colpire la rivoluzione i bolscevichi propugnarono e organizzarono «il potere locale». Sempre per colpire la rivoluzione riuscirono a dividere il villaggio in due campi nemici, a mezzo dei «comitati di povertà». Sempre per strangolare la rivoluzione crearono un esercito, che chiamarono «rosso». Senza l’esercito lo Stato era un mito: soltanto un esercito regolare poteva assicurare l’esistenza dello stato e del governo bolscevico. La consolidazione del potere e dello stato significava la fine della rivoluzione e per finirla colla rivoluzione occorreva un regolare e un forte esercito. Per consolidare lo stato, per formare l’esercito, per imporre la legge del partito comunista autoritario occorreva a qualunque costo concludere la pace coll’imperialismo tedesco, che minacciava di spazzare via il nascente potere dei commissari rossi. Per assassinare la rivoluzione, per affamarla, il partito comunista autoritario cedette, vigliaccamente vendette ai tedeschi il granaio della rivoluzione: l’Ucraina. Oltre di ciò il partito comunista ha ceduto all’Intesa e ha lasciato alla mercé del capitalismo privato la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, benché in tutti questi paesi trionfasse la rivoluzione.
Non è vero che il blocco poteva strangolare la rivoluzione. Non è vero che l’esercito tedesco poteva vincerla. Vedi l’esempio dell’Ucraina. Sono delle sfacciate menzogne dei comunisti autoritari. Certo che il blocco era causa di molte sofferenze, ma in virtù del blocco la rivoluzione era assicurata contro l’esportazione del grano all’estero, che potevano intraprendere gli speculatori ed i controrivoluzionari. Il grano allora restò in Russia e questo fu un bene; ma i bolscevichi, come del resto tutti gli altri controrivoluzionari, che tendevano verso l’affamamento della rivoluzione, fecero tutto il loro possibile per distruggere quanto più potevano; come del resto, fece il partito comunista in Ucraina, in Siberia, sul Volga.
A misura che l’esercito tedesco fosse avanzato nella Russia, e a misura che si fosse disseminato nell’immenso territorio, doveva perdere fatalmente tutte le sue forze e tutta la sua efficienza, e così sarebbe finito d’essere un pericolo e per forza delle cose sarebbe stato disarmato e distrutto dai numerosi corpi di insorti, che in Ucraina avevano annientato gli eserciti austro-tedeschi prima e poi quelli di Denikin, di Kaledin, di Gregorieff, di Pletiura e di Wrangel. Questi eserciti non furono debellati dall’esercito rosso, che era male organizzato e occupato in altre faccende; ma furono schiacciati dalle bande di contadini e di operai insorti, che i bolscevichi definirono spudoratamente col nome di «banditi anarchici».
Il governo comunista non ignorava queste verità, ma esso fingeva di non dare nessuna importanza alle forze armate degli insorti, perché s’infischiava altamente della rivoluzione e la voleva a tutti i costi spegnere così come voleva spegnere qualunque spontanea iniziativa ed azione autonoma delle masse. Altrimenti il partito comunista non avrebbe potuto mai imporre la sua volontà alle folle rivoluzionarie. Soltanto con siffatti metodi reazionari esso poteva fiaccarle e sottometterle.
Per assassinare la rivoluzione in Ucraina, il partito comunista autoritario russo si è servito delle baionette dei soldati al comando dei generali tedeschi ed austriaci.
L’esercito rosso aveva un’altra missione, cioè quella di sottomettere il popolo russo e tutti gli altri popoli, come il Caucaso e l’Ucraina. Il suo compito era la liquidazione dell’insurrezione e della rivoluzione. L’esercito rosso era necessario per proteggere la Ceka, il governo, la burocrazia e il formalismo; era necessario per sottomettere i contadini, per esigere le imposte, per riprendere ai lavoratori le fabbriche, le officine, le case, le ferrovie, le miniere e le terre al fine di statalizzarle; era necessario per le requisizioni, per le fucilazioni dei contadini, per gli incendi dei villaggi ribelli, per imporre la legge, per fare rispettare i decreti di Sua Maestà Lenin e di Sua Eccellenza Trotzki, per difendere la Banca dello Stato, per impedire la distruzione delle prigioni, per obbligare l’Intesa a riconoscere il nuovo governo russo, per difendere e far trionfare l’imperialismo rosso dello stato marxista, come nel Caucaso, nell’Ucraina, nella Finlandia e in tante altre regioni sottomesse dagli zar e dai Khan di Mosca e che l’imperialismo rosso dei bolscevichi, col pretesto dell’internazionalismo (!), non intendeva e non intende liberare. Per tutto ciò era necessario un esercito regolare e in special modo per combattere la potente invasione dell’anarchismo e per impedire il trionfo della Rivoluzione sociale.
Coll’apparizione dello Stato per eccellenza, incomincia la lotta dell’individuo contro lo stato, la lotta dei contadini per il libero ed autonomo villaggio, la lotta degli operai contro il nuovo padrone e sfruttatore, la lotta dei lavoratori del braccio e del pensiero contro la più tremenda forma di schiavitù.
Per ora ha vinto lo Stato, ma la sua vittoria fu ottenuta al prezzo di sangue di due milioni di operai e di contadini, che furono fucilati, e al prezzo dell’assassinio della rivoluzione e di infamie inaudite.
 
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I nostri compagni d’occidente non si rendono esattamente conto dell’azione degli anarchici russi durante la rivoluzione e ignorano perfino i nomi degli anarchici che eroicamente sono caduti nei combattimenti contro le guardie bianche e quelle rosse.
Gli anarchici russi hanno veramente meritato dalla rivoluzione; essi si sacrificarono con un’abnegazione senza pari; furono e sono tuttora dei veri idealisti, che per la salvezza della rivoluzione non hanno esitato di ricorrere alla violenza e di occupare i più difficili posti di combattimento.
Il più importante problema durante la rivoluzione fu la difesa armata. Questo intuirono i compagni russi e in massa andarono al fronte, formarono dei corpi di volontari
di insorti, e fecero la guerra partigiana, la guerra di retrovie, che fu una delle migliori tattiche.
Nessun esercito, anche meglio organizzato, può resistere contro gli insorti che in un batter d’occhio sfasciano le retrovie al nemico e lo obbligano a battere in ritirata. Una volta che un esercito ripiega e fugge in panico, esso non è più un esercito, ma una banda di disgraziati demoralizzati, dei quali si ha facilmente ragione.
La maggior parte degli anarchici russi ha difeso la rivoluzione e le sue conquiste, a cavallo, con la mitragliatrice, colla carabina e con la sciabola sguainata in pugno, e certo non ha commesso un errore. Essi si arruolarono nelle guardie rosse a scopo di propaganda e la facevano combattendo insieme coi lavoratori insorti. Essi costituirono corpi di guardie nere, di squadroni di cavalleria anarchica e giunsero anche a condurre poderosi eserciti di decine di migliaia di volontari. Più tardi entrarono nell’esercito rosso sempre con lo scopo della propaganda anarchica, perché compresero che l’esercito rosso era stato formato esclusivamente allo scopo di proteggere il potere e di soffocare la rivoluzione.
In virtù dell’azione vigorosa dei nostri compagni, nell’esercito bolscevico, reggimenti interi passarono dalla parte dell’insurrezione contro la reazione rossa. I comunisti autoritari vedevano e vedono tuttora negli anarchici il più grave pericolo per il potere; perciò con tutte le forze e con tutti i mezzi li hanno combattuti e li combattono ancora. Nel 1920, dopo una legalizzazione delle organizzazioni anarchiche, che durò soltanto due mesi, gli effetti della propaganda anarchica fra le truppe fu così efficace che le simpatie erano dalla parte degli anarchici. Il governo dovette sopprimerle, altrimenti non poteva più contare sulle sue divisioni regolari. E così, vediamo che Lenin ordina con un segreto telegramma il censimento degli anarchici in Ucraina; con un’altro ordina di preparare delle accuse per delitti comuni contro gli anarchici, e con un terzo comanda di arrestarli tutti quanti. Abbiamo assistito a dei veri e propri progrom contro gli anarchici nel 1920 in Ucraina. Il pericolo anarchico diventava temibilissimo e lo Stato ha ricorso a tutti i mezzi, anche i più vili, per schiacciare l’anarchismo, che minacciava di rovesciarlo.
Il merito degli anarchici russi ed ucraini sta appunto nella lotta senza quartiere contro il governo e lo stato comunista.
È vero, non tutti gli anarchici erano all’altezza del loro compito, e il numero dei migliori era troppo limitato per vincere la reazione e la controrivoluzione, se si deve tenere conto dell’immensità della Russia.
Gli anarchici russi ed ucraini, oltre quel titanico lavoro svolto fra le masse insorte, in qualità di organizzatori e di tecnici, svolgevano un lavoro intellettuale che non è da disprezzare. Essi redigevano i giornali ed i manifestini degli eserciti d’insorti; essi prendevano parte attiva a tutti i congressi degli operai e dei contadini, contro i quali il partito comunista mandava il bando e la scomunica.
Il movimento insurrezionale tanto nella Siberia che nell’Ucraina era diretto dagli anarchici. L’influenza di questi nelle insurrezioni di Kronstadt fu grandissima. In fine l’elemento più attivo sempre e ovunque era quello anarchico, quando la bufera controrivoluzionaria, colpì le organizzazioni anarchiche (progrom bolscevico contro gli anarchici a Mosca nel 1918), essi cercarono di coordinare l’azione rivoluzionaria, di unirsi tutti senza badare alle divergenze di vedute (Conf. di Nabat).
Alcuni atti commessi degli anarchici russi durante la rivoluzione dimostrano che essi comprendevano quello che si doveva fare; per esempio: l’arresto dello Tzar, lo scioglimento della costituente, l’attentato nella via di Leontieff, la penetrazione nei corpi d’insorti, la proclamazione della guerra contro lo Stato comunista autoritario, la lotta contro la dittatura ecc.
Passiamo ai fatti e ai nomi.
 
L’anarchico Hudiakoff, era un vecchio compagno dal 1892, ferroviere; egli arrestò lo Tzar Nicola e impedì a Kerenski e ai monarchici di farlo evadere, circondandolo di un corpo di guardia rivoluzionaria ch’egli stesso comandava. Il compagno Hudiacoff era delegato al Comitato dell’esercito.
 
L’anarchico Gelezniak, era un marinaio; fu imprigionato durante il regno di Kerenski, evase dalla prigione e organizzò un corpo rivoluzionario di marinai e di soldati. Dopo l’ottobre, essendo di servizio al Palazzo di Tauride, nel quale risiedeva la Costituente, egli decise di scioglierla. Nello scioglimento della Costituente i bolscevichi non presero alcuna parte, perché essi erano membri della Costituente, nella quale speravano di ottenere la maggioranza con i soliti intrighi elettorali.
In seguito il compagno Gelezniak col corpo d’insorti che comandava si recò in Ucraina ove combatté contro le guardie bianche. Nella città di Nicolaieff egli formò un treno corazzato col quale attaccava le truppe di Denikin. Quel treno è diventato un «treno fantasma», una leggenda, tante prodezze ha compiuto, seminando il terrore e facendo una strage nelle file delle guardie bianche. Il compagno Gelezniak col suo treno corazzato piombava sul nemico sempre all’improvviso. Il suo nome bastava per seminare un indescrivibile panico nell’esercito di Denikin.
Il generale Denikin mise una taglia di 400.000 rubli in oro sulla testa dell’anarchico Gelezniak, mentre nello stesso tempo il governo comunista lanciava la sua scomunica dichiarandolo pure fuori legge.
Il Gelezniak fu ucciso sul treno fantasma durante un accanito combattimento colle truppe di Denikin.
I bolscevichi, da veri ipocriti, gli fecero i funerali d’onore e lo calunniarono dichiarando che lui aveva combattuto per lo stato bolscevico e per la dittatura del proletariato.
 
L’anarchico Graceff. Il compagno Graceff era soldato nel reggimento di Dwina, il quale durante il regno di Kerenski si rifiutò di andare al fronte e perciò fu interamente imprigionato.
Questo reggimento si dichiarò anarchico e inalberò la bandiera nera. Graceff e Fedota, anarchici, furono eletti comandanti.
Il reggimento di Dwina a Mosca nell’ottobre del 1917 prese parte preponderante nel combattimento contro i Juncheri, e, grazie quasi esclusivamente ai Dwintzi, la vittoria fu completa. La vittoria splendida, l’eroismo e il coraggio spiegato dal reggimento anarchico diede ombra al partito comunista che tentò di allontanarlo dalla capitale. Il Comitato così detto rivoluzionario dei soldati, operai e contadini, nel quale spadroneggiavano i bolscevichi, con tutti i modi cercava di sbarazzarsi degli anarchici, che in molti quartieri della città avevano la preponderanza e venivano eletti comandanti dei battaglioni e delle coorti che difendevano le fabbriche e le officine.
Il compagno Graceff e gli anarchici di Mosca, vedevano nel «Comitato rivoluzionario» un pericolo per la rivoluzione, ma non si risolvevano a liquidarlo. Le titubanze degli anarchici si prolungarono per due settimane; intanto il Comitato comunista si circondava di truppe fedeli al governo di Lenin, e di giorno in giorno diventava più prepotente, più accentratore e sabotatore della rivoluzione.
Si doveva senza alcuno scrupolo far saltare in aria a colpi di cannone quel Comitato controrivoluzionario; ma Graceff era indeciso. La sua indecisione fu un imperdonabile errore; egli doveva liquidare non solo il Comitato, ma anche la sezione del partito comunista, che a parole era più anarchico degli anarchici, ma in pratica manifestava in tutto e ovunque le sue tendenze autoritarie, settarie e controrivoluzionarie.
Il Graceff insieme col compagno Fedota distribuirono le armi ai lavoratori e armarono le fabbriche. Ogni fabbrica ebbe quattro mitragliatrici per la sua difesa e ogni cittadino-lavoratore aveva la carabina. Con ciò Graceff sperava salvare la situazione. Invece occorreva l’azione immediata e energica, cioè far fare ai comunisti autoritari la fine degli Juncheri.
Mosca era armata, le masse operaie erano pronte all’azione; ma il duce Graceff non si decideva a denunziare alle masse il nuovo nemico della libertà e a rivolgere le bocche dei cannoni contro il partito comunista e contro il Comitato cosiddetto rivoluzionario.
Nella città Novgorod Inferiore occorreva un urgente intervento, e il compagno Graceff accettò la missione; ma appena giunse in quella città fu vigliaccamente assassinato da una creatura dei comunisti del Comitato rivoluzionario di Mosca.
L’indomani il reggimento degli anarchici veniva a tradimento disarmato e sciolto.
La controrivoluzione rossa trionfava a Mosca.
 
L’anarchico Nichitin. Il compagno Nichitin fu eletto dai lavoratori di Mosca, nel quartiere di Presniensk, comandante delle coorte d’insorti di questo quartiere. Fu ucciso in un combattimento contro gli Juncheri (agrari bianchi).
Molti compagni anarchici caddero nella lotta contro gli Juncheri a Mosca. Essi riposano nella tomba comune della piazza Rossa, insieme con tutti gli insorti e i rivoluzionari caduti durante la rivoluzione a Mosca.
 
L’anarchico Cerniac. Il compagno Cerniac, operaio barbiere ed ebreo polacco, membro dello Federazione Internazionale anarchica di New York, ritornò in Russia nel 1918. Prese parte importante nel movimento rivoluzionario del bacino di Donetz, regione mineraria nell’Ucraina. Durante l’offensiva delle guardie bianche contro la regione di Donetz, egli fu eletto comandante delle forze insorte operaie di questa regione. Si distinse tanto nella guerra partigiana quanto alla frontiera. Egli colla divisione nera teneva un fronte di circa 150 km. di lunghezza. Quel corpo detto «dei diavoli neri» (così denominato dai bianchi) era il terrore delle guardie bianche. Era uno dei corpi di volontari che si distinse più degli altri per il suo contegno umano e dignitoso, sicché può dirsi che l’etica prese il posto del regolamento disciplinare. I partigiani libertari «cerniacovtzi» arrivarono al punto di avere formulato il proponimento di non bestemmiare più. Questa divisione non praticava la fucilazione in nessun caso; ebbe grande influenza sulle popolazioni nella regione del fronte di Tzarutzin; non operava requisizioni; era popolarissima e amata da tutti i reggimenti delle guardie rosse, che ambivano far parte della divisione anarchica. Venivano accettati soltanto dei compagni provati ovvero dei simpatizzanti di moralità nota. Per ogni componente di quella divisione si rendeva garante l’organizzazione anarchica o il sindacato che inviava il volontario alla divisione di Cerniac. Le relazioni fra quei veri e distinti rivoluzionari erano ideali. Il vettovagliamento dei combattenti era superiore a qualsiasi altro reggimento e divisione. Il compagno Cerniac organizzò il lazzaretto da campo e la cucina in modo esemplare. Nelle trincee veniva distribuito anche il caffé e latte caldo ogni mattina e dopo pranzo. Le popolazioni rifornivano di ogni cosa e di loro spontanea volontà quei reggimenti neri.
Makhno fece la scuola in uno dei corpi partigiani di Cerniac.
Pure Cerniac fece ombra ai bolscevichi e fu liquidato in un modo assai terribile e strano, e così pure la divisione anarchica.
Il Cerniac fu richiamato a Mosca, e lungo la via fu tratto in arresto a disposizione, cioè in via amministrativa. Non vi fu alcun errore, perché il mandato di cattura fu spiccato al suo nome e indicava anche il grado di comandante. Le proteste di Cerniac non valsero a nulla. Egli fu liberato soltanto quando al fronte fu liquidata la sua divisione. Ciò avvenne in modo semplice, ma terribile.
Gli ufficiali dello stato maggiore bolscevico si misero d’accordo con quelli del generale Denikin, e subito fu dato l’ordine di offensiva su tutta la linea. Avanzarono soltanto gli anarchici che furono circondati da forze dieci volte superiori a quelle che speravano d’incontrare. Quel concentramento fu premeditato e il tradimento dello stato maggiore bolscevico non si può mettere in dubbio. I volontari non si arresero e fino all’ultimo caddero combattendo.
Quella divisione aveva un carattere internazionale perché di essa facevano parte molti rivoluzionari ed anarchici prigionieri di guerra: vi erano ungheresi, cecoslovacchi, polacchi, lettoni, estoni, finlandesi, lituani, serbi ed ebrei.
Dopo quel tremendo eccidio Cerniac fu liberato. Egli, pur sapendo la sua famiglia dispersa in Russia e affamata, si recò nella città di Charcoff dove cospirava contro Denikin; poscia andò a far parte dell’esercito machnovista, dove fu comandante di un reggimento di cavalleria. Dopo il bando di Trotzki (n. 1824) che dichiarava gli anarchici ed i machnovisti fuori legge, egli si ritirò in Crimea a fare il barbiere e là assistette nel 1920 alla fucilazione ordinata da Trotzki contro i nostri compagni Caretnikoff e Gaorilenko, che dirigevano l’offensiva contro Wrangel.
Il compagno Cerniac organizzò pure un treno sul tipo di quello che aveva organizzato il Gelezniac e fu comandante della città di Kiev.
Egli riforniva le organizzazioni anarchiche della Russia Centrale non solo di viveri, ma anche della carta per i giornali.
Disgustato dell’agire del partito comunista, contro il quale egli non ha mai voluto combattere e vedendo che la Rivoluzione era fallita, si recò a Mosca per preparare il suo ritorno in America: ma fu arrestato nel 1921 e tenuto alla prigione di Butirchi quale bandito e spia polacca. A più riprese fece lo sciopero della fame e finalmente nel 1922 fu liberato condizionalmente a Mosca.
I comunisti autoritari benché non ignoravano la sua attività rivoluzionaria, l’abnegazione e tutte le sue sofferenze, non ebbero la vergogna di proporgli di entrare al loro servizio. E siccome Cerniac si rifiutava lo tenevano in carcere con la speranza di fargli perdere la pazienza e farlo mettere a loro disposizione, tanto più che la sua famiglia soffriva la fame a Mosca. Ma Cerniac stoicamente preferiva soffrire tutti gli oltraggi, e per aiutare la sua famiglia mandava ad essa dalla prigione i1 pane nero di cui lui stesso si privava.
 
 
Gli anarchici Mokrusof, Brawa, Davìtzenka, Bialas, Taranovski, Troiano, Zìncenka, Cinbenko, Sereda (fucilato dai bolscevichi) e Korolenko formarono dei corpi d’insorti e combatterono contro ogni forma di controrivoluzione e contro tutte le guardie bianche o rosse, che minacciavano la rivoluzione sociale. Essi si confederarono con gl’insorti guidati da Nestor Makhno e per tre o quattro anni combatterono sotto la bandiera nera.
 
L’anarchico Popof Vittorio, marinaio, ex-socialista dissidente, organizzò un corpo d insorti e dai primi giorni della rivoluzione lottò contro le guardie bianche nel territorio della Lettonia, dell’Estonia e della Finlandia. Dopo il trattato di Brest Litowosk prese parte all’uccisione di Mirbach, e, dichiarato fuori legge e ricercato dai comunisti, si rifugiò in Ucraina, dove mise su una squadra di volontari e finì coll’entrare nell’esercito confederale degli anarchici machnovisti. Lì si dichiarò anarchico, venne eletto capo dello stato maggiore e poi segretario del Comitato rivoluzionario dell’esercito machnovista. Nel 1920 fu delegato a Karkow, ove andò a trattare coi bolscevichi insieme coi compagni Budanof, Korolenko, Baron, Archinoff, Wollin e Kogan, e ove fu concluso quel famoso accordo contro Wrangel. Dopo la distruzione dell’esercito di Wrangel, Popof insieme con tutti gli altri fu tratto in arresto, trasferito a Mosca, dove per alcuni mesi fu relegato nelle prigioni di Butirki e infine fucilato nel 1921.
La sua compagna, che non è anarchica, ma simpatizzante, finora è nelle prigioni di Mosca.
Ecco come i comunisti ricompensano i servizi resi da quell’oscuro marinaio alla causa della libertà! Ma il partito comunista, che firmò il trattato di pace cogl’imperi centrali, doveva dimostrare che l’uccisione di un ambasciatore tedesco non si lascia impunito. Il compagno Andreieff, che uccise Mirbach, andò pure a rifugiarsi da Makhno. Egli è morto a Gulai Pole di tubercolosi. Sulla sua tomba i machnovisti scrissero: «Tu colpisti Mirbach; noi la finiremo con tutti i rimanenti boia».
 
Karetnik e Gavrilenko
Questi due compagni furono fucilati a Melitopoli nel novembre del 1920.
Karetnik era un contadino nullatenente del villaggio di Gulai Pole. Nel 1918 prese parte attiva all’insurrezione dei contadini a Priosow contro gli austro-tedeschi; e dall’estate del 1918 fino all’inverno del 1920 combatté sempre. Appena furono liquidati gli austro-tedeschi i contadini dovettero combattere le truppe di Petlura e di Skoropadski; poi le guardie bianche di Denikin, di Gregorieff e infine quelle del generale Wrangel. Karetnik si distinse fra i suoi compagni, fu eletto comandante e si unì all’esercito machnovista, come quasi tutti i partigiani dell’Ucraina, che combattevano sotto la bandiera nera. Egli fu ferito cinque volte. Nell’autunno del 1920 prese il comando dell’esercito machnovista, che operava contro Wrangel, perché Makhno giaceva a Gulai Pole gravemente ferito al piede.
L’ eroismo spiegato dai machnovisti nella battaglia di Umin colpì a morte l’esercito di Denikin, e Karetnik prese parte a quella famosa battaglia. Il coraggio dei machnovisti spiegato sotto la fortezza inespugnabile di Perekop, diede il colpo di grazia all’esercito di Wrangel. Umin e Perekop sono due tappe della lotta gigantesca dei machnovisti, che gettano fulgida luce su quel movimento, sul valore degli insorti e sulla guerra partigiana.
Karetnik, insieme col suo comandante di stato maggiore Gavrilenko, e coi comandanti Taranowski, Marcenka, Scius, Deremendzi ed altri decise di attraversare le paludi che circondano Perekop e di entrare nella Crimea, aggirando Perekop. I primi freddi, che gelarono le paludi, permettevano tale operazione. Per evitare il pericolo di fare affondare nella terra molle tutto l’esercito, Karetnik condusse i suoi compagni machnovisti attraverso Siwatz, penetrando dal fianco sinistro dietro Perekop. I primi colpi di cannone, tirati dai machnovisti dalla Crimea contro Perekop, seminarono il panico e obbligarono l’esercito di Wrangel alla ritirata che non si fermò più. I machnovisti cacciarono dinnanzi a loro tutto un esercito sbandato e atterrito fino a Sinferopli, ed occuparono molte altre città. L’esercito rosso andava dietro al corpo dei machnovisti, e dove entrava, trovava già la bandiera nera vittoriosamente spiegata al vento.
L’atto coraggioso dei machnovisti nella presa di Perekop salvò l’esercito rosso da inutili sofferenze e sacrifici, che questo avrebbe patito, se avesse assediato Perekop regolarmente.
L’assedio poteva durare tutto l’inverno, e poteva anche accadere che il tifo desse la vittoria a Wrangel. Infine i machnovisti un’altra volta salvarono la rivoluzione e schiacciarono uno dei più potenti suoi nemici.
Il generalissimo dell’esercito rosso, passato il pericolo, ordinò il disarmo dei machnovisti, che negarono di consegnare le armi. Karetnik e Gavrilenko vennero allora arrestati e, senza spiegazioni, fucilati.
L’esercito machnovista, che era diviso in tanti gruppi, i quali occupavano diverse città e posizioni della Crimea, ripresero subito la via di Perekop combattendo contro l’esercito rosso e benché ogni corpo d’insorti avesse da combattere con delle divisioni intere, essi riescono a ripassare Perekop. La metà dell’esercito fu decimato dai rossi, ma i machnovisti non si arresero e vittoriosamente sortirono dalla Crimea.
Ognuno può rendersi conto di quanto passava negli animi di questi eroici animi. Ognuno può comprendere che ne pensassero i contadini e gli operai mobilizzati nell’esercito regolare, i quali tutti sapevano che servizio avevano reso i machnovisti alla rivoluzione e all’esercito rosso. Ma ciò interessava poco ai dirigenti del partito comunista, i quali avevano stabilito il piano del tradimento e speravano distruggere nello stesso tempo l’esercito di Wrangel e quello rivoluzionario degli operai e dei contadini. Mentre si fucilavano i machnovisti, che sconfissero l’esercito di Wrangel in Crimea, si arrestava la delegazione machnovista a Kharkow, si arrestavano tutti gli anarchici dell’Ucraina e si assediava il Gulai Pole con ventimila soldati con l’intenzione di liquidare il resto dell’esercito machnovista. Ma anche qui l’esercito rosso patì una disfatta. A Gulai Pole come in Crimea i machnovisti vincevano e riprendevano la guerra contro lo stato comunista, che sperava a mezzo del tradimento vincere uno dei più grandi movimenti rivoluzionari dei contadini e degli operai durante la Rivoluzione.
Di questo movimento Karetnik e Gavrilenko, che erano due dei più noti e distinti campioni, furono fucilati perché avevano vinto, perché avevano dimostrato che sapevano anche sacrificare i loro principi per la causa comune; perché avevano combattuto insieme col mortale avversario comunista contro un più mortale nemico: Wrangel.
I machnovisti diedero prova della abnegazione, della loro intuizione rivoluzionaria e della loro fede anarchica. Essi non esitarono unirsi ai comunisti contro Wrangel, benché conoscessero i comunisti capaci di ogni tradimento.
La storia giudicherà l’azione dei machnovisti e dei comunisti, e vedremo chi di loro due merita il biasimo e la condanna morale.
Gavrilenko era anarchico; un semplice operaio, che, come Karetnik, prese parte al movimento fin da principio. Combatté contro tutti gli eserciti di guardie bianche e si distinse a Umin; eppure per tutto l’anno 1920 fu relegato nelle prigioni bolscevichi a Kharkow, e venne liberato soltanto dopo l’accordo dell’ottobre. Egli direttamente dalle prigioni si recò al fronte. A tradimento arrestato a Sinferopoli, alcuni giorni dopo veniva fucilato insieme col suo compagno Karetnik. Gavrilenko era un genio della guerra partigiana.
 
L’anarchico Lepetzenko Alessandro, contadino, organizzò a diverse riprese dei corpi d’insorti che guidava ancora prima dell’apparizione di Makhno nel campo della guerra civile. Arrestato nell’anno 1920, perché si rifiutò di entrare al servizio del partito comunista, fu da questo fucilato. Lepetzenko, durante il regno degli Czar era relegato in Siberia come anarchico. Nel 1919 entrò nell’esercito confederale dei partigiani machnovisti e fu eletto comandante.
 
L’anarchico Scius, giovane di rara bellezza, nella primavera del 1918 dirigeva il movimento insurrezionale contro gli austro-tedeschi. Ancora prima della comparsa di Makhno egli guidava un corpo d’insorti, che si formò nelle selve di Dibrisk. Anche lui fu eletto comandante. In seguito entrò nell’esercito confederale machnovista e nel 1920 prese parte alla guerra contro Wrangel. Riuscì dopo a sfuggire all’accerchiamento delle divisioni rosse e fino all’anno 1922 combatté contro la controrivoluzione dello stato comunista.
 
L’anarchico Vasilewski, contadino di Gulai Pole, aiutante di Makhno fu un guerrigliero, che dal 1918 combatté contro tutti gli invasori e nemici della rivoluzione. Guidò diversi corpi d’insorti e fu ucciso dai bolscevichi nel 1920.
 
Vi furono però molti, altri compagni che si distinsero nella lotta contro le guardie bianche. Io intanto mi accontento per ora d’indicare i più noti, e voglio finire questa rassegna col dire due parole su Nestor Makhno, per passare dopo alla guerra partigiana e all’insurrezione dei contadini e degli operai della Siberia.
 
Makhno e Garibaldi
L’opera di Macho è già abbastanza nota a tutti i nostri compagni, e non è perciò il caso di ripetere cose già dette e risapute. Voglio soltanto rettificare l’errore nel quale sono caduti quasi tutti coloro che scrissero di lui. Makhno non fu mai maestro di scuola. È figlio di un contadino nullatenente, il quale negli ultimi anni della sua vita era carrettiere. Aveva questi quattro figli, di cui Nestor era l’ultimo, nato nell’anno della morte di suo padre. I fratelli di Makhno, tutti contadini poveri, furono tutti e tre fucilati, uno dagli austriaci, uno dalle guardie bianche e il terzo dai comunisti. La madre di Makhno vive ancora: è una vecchierella di 80 anni, che viveva col vendere pane sul mercato di Gulai Po le. Il piccolo Nestor ha fatto tutti mestieri: fu pecoraio, garzone in una fattoria, carrettiere, ecc. Giovane diciassettenne prese parte alla rivoluzione del 1905 e per atti terroristici fu condannato all’impiccagione. Ma siccome era minorenne la pena gli fu commutata nell’ergastolo. Mentre era in prigione nella Butirki di Mosca, s’incontrò con degli anarchici, i quali lo aiutarono negli studi. Makhno studiava in prigione. Egli è un autodidatta, e accettò le idee anarchiche durante la sua prigionia, che si prolungò per 12 anni. Appena fu liberato, nel marzo del 1917 prese parte al movimento anarchico, entrò nel corpo di volontari anarchici che formò l’anarchico Cerniak, e poi passò nella schiera degli insorti della Mavusia Nikiferowa. Nel 1918 ritornò a Gulai Pole, e già sappiamo quello che successe dopo.
Ovunque passavano i corpi machnovisti, distruggevano le prigioni. In Ucraina le facevano saltare in aria dopo avere liberato i prigionieri. Dove non è passato l’esercito machnovista, le prigioni sono conservate, e su di esse sventola la bandiera rossa del partito comunista.
I compagni anarchici che presero parte al movimento machnovista raccolgono e scrivono le documentazioni tanto del movimento insurrezionale dell’esercito machnovista quanto del martirologio dei contadini e degli operai durante la rivoluzione e la guerra civile.
Le masse, che fecero l’esperienza delle delizie della dittatura del partito comunista, per forza di cose vengono spinte verso l’anarchismo La dittatura del proletariato affretta l’evoluzione mentale delle masse, e queste non vedono altra via d’uscita che nell’anarchia. Makhno e tutti i compagni dei quali ho parlato non fecero altro che il loro dovere di anarchici mettendosi alla testa del grandioso movimento delle masse rivoluzionarie. Essi non sbagliarono. I loro servigi furono inestimabili, e dirò anche non abbastanza compresi da molti compagni anarchici e rivoluzionari.
Se gli anarchici russi fossero dei settari come i comunisti autoritari, avrebbero infamato e screditato i principi anarchici, come i comunisti screditarono e infamarono il marxismo.
Il merito degli anarchici e dei machnovisti anarchici consiste in ciò: che loro sapevano conformarsi alle necessità del momento, dell’ambiente e delle nuove condizioni che sorgevano ad ogni passo.
Purtroppo gli anarchici non ignoravano che lavoravano per i cosacchi russi, ma che dovevano fare? Ritirarsi dalla lotta? No, questo essi non fecero. Essi compressero in sé l’odio contro gli autoritari e cessarono di combatterli, praticamente, quando la grande causa della libertà e della rivoluzione fu in pericolo. Così vediamo che gli anarchici machnovisti combattono insieme con i comunisti contro Denikin, contro Kolciak e contro Wrangel, pur sapendo che appena fossero stati distrutti gli eserciti di quei generali e appena fosse passato il pericolo, i comunisti, senza nessuno scrupolo, avrebbero cercato di eliminare il pericolo antistatale, libertario, anarchico. E già avete potuto notare che i comunisti non rifuggono da nessun tradimento, da nessuna infamia, da nessun delitto per combattere un movimento per davvero rivoluzionario.
Consentitemi intanto di fare un paragone fra Garibaldi e Makhno, fra i garibaldini e gli anarchici machnovisti.
I garibaldini combattevano per la repubblica pur sapendo che lavoravano per la dinastia dei Savoia, che era là pronta a raccogliere i benefici delle vittorie garibaldine. La stessa cosa è avvenuta nell’Ucraina e nella Siberia. La differenza è questa: in Italia le conquiste dei garibaldini hanno messo alla prova una dinastia; in Russia le conquiste degli anarchici hanno permesso ad uno stato sedicente comunista di mostrare tutte le sue infamie e i suoi orrori.
Quando Garibaldi vinse il nemico, restò lui come nemico della monarchia, e perciò questa cercò con tutti i mezzi di liquidarlo, e sopprimere il pericolo delle camicie rosse. La monarchia non risolvette di dichiarare una guerra aperta contro Garibaldi, sol perché Garibaldi non dichiarò una guerra aperta alla dinastia dei Savoia. Makhno invece, dopo la liquidazione del nemico comune, attaccò la dinastia di Carlo Marx nelle persone dei Kan rossi di Mosca. I comunisti tollerarono Makhno e cantarono i suoi elogi (vedi i giornali comunisti di Mosca) finché questi era necessario, forte e utile; ma appena passato il pericolo bianco, essi attaccarono i vincitori. Essi vollero distruggere Makhno e il movimento machnovista, perché Makhno non ritornò alla sua Caprera, ma continuò la rivoluzione.
Garibaldi al suo tempo era un eroe e resterà sempre tale. La memoria di lui resterà in eterno viva nella storia. Egli sarà sempre Garibaldi, e tutte le rivoluzioni rispetteranno i suoi monumenti, che oggi la dinastia tollera, benché essi siano condanna per questa.
I Garibaldini diventarono superflui, restarono come un’anticaglia, e non furono fucilati soltanto perché rimisero la sciabola nel fodero e in buona parte passarono ai dominatori.
I machnovisti sono stati fucilati perché hanno continuato la lotta, perché hanno voluto compiere la rivoluzione sociale.
Trionfano per ora le forche ed i cannoni degli assassini rossi; ma il vero trionfo, il trionfo morale, è dalla parte degli anarchici machnovisti e dalla parte dei fucilati. Ciò dimostra che la futura vittoria appartiene alla rivoluzione e non allo stato che ha ereditato gli orrori di Ivan il terribile.
Così possiamo dire che Makhno è un Garibaldi Ucraino; ma un Garibaldi sociale, anarchico e rivoluzionario fino alle estreme conseguenze.
Michele Bakunin in tutta la sua vita sognò sempre un Garibaldi anarchico. Ebbene, Makhno e il suo movimento machnovista sono l’effettuazione del sogno di Bakunin.
 
 
[Il Vespro Anarchico, 1923]