Papiri

Nell'era telematica, la carta stampata assomiglia ad un'anticaglia. Per chi preferisce la vivacità delle strade alla contemplazione nei musei, qui si possono trovare volantini, manifesti, adesivi, giornali e tomi, già impaginati, pronti per essere saccheggiati, scaricati, riprodotti e diffusi.

Contro Tap

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Autorganizziamoci contro Tap

Venerdì 19 maggio ore 21
presso l'area del cantiere Tap
 
Proiezione di 
"La Messa delle cinque"
film-documentario su una lotta antinucleare in Francia

In carcere si tortura

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In carcere si tortura

Ancora una volta il mostro assassino mostra il suo vero volto alla vittima e ai suoi familiari.
Lo Stato, nella sua missione principale di cane da guardia della proprietà privata, decide di prendersi in custodia coatta un ragazzo di 27 anni e, dopo averlo tenuto sotto la sua “tutela” per 4 anni, ne restituisce il corpo privo di vita ai parenti; senza tralasciare tutta la serie di traversie fisiche, morali e burocratiche che in casi come questo riserva loro.
Nell’ottobre del 2015 i familiari vengono a sapere che il loro congiunto, detenuto nel carcere di Borgo San Nicola a Lecce, non si trova più lì.
Dopo richieste insistenti riescono a farsi dire che era stato trasferito in infermeria e da lì a quella del carcere di Taranto per abuso di psicofarmaci. Trovando il tutto molto strano, i parenti riescono a sapere che da Taranto Antonio (questo il suo nome) era stato trasferito niente meno che ad Asti. Poco dopo il giovane viene di nuovo trasferito all’ospedale di Taranto, dove i familiari riescono finalmente a vederlo.
Lo stato in cui lo trovano è disumano: irrigidimento degli arti e atrofie muscolari, in dialisi per intensa disidratazione, lividi evidenti sul corpo, commozioni cerebrale e intercostale, impossibilità a parlare. Il primario conferma che è arrivato in ospedale in stato comatoso, con polmonite così avanzata che era ormai divenuta una setticemia diffusa ormai anche nel sangue; operato d’urgenza ai reni per la forte disidratazione.
Al carcere di Lecce danno la colpa ad alcuni detenuti che si sarebbero accaniti su di lui, ma tutto ciò non trova conferma in nessun incartamento dell’istituto. Antonio muore l’8 dicembre in ospedale, senza riuscire a dire molto, nelle condizioni in cui era, su cosa sia realmente accaduto, anche se ha fatto intendere ad un pestaggio da parte delle guardie. Un giudice di Taranto ha già chiesto l’archiviazione del caso. Un altro detenuto, compaesano di Antonio, aveva iniziato a fare delle domande un po’ scomode su quanto accaduto al suo compagno, ma è stato subito trasferito a Reggio Calabria. Questi i fatti, in breve.
Ciò che ci preme è che il caso di Antonio non venga taciuto e nascosto e che ancora una volta una morte di Stato passi per mero incidente. Siamo consapevoli che il carcere non ha affatto  la funzione di rieducare ma semmai quella di vendicarsi di chi è uscito fuori dai ranghi e di fungere da monito per chi non si adeguerà alle regole sociali.
Il carcere è il luogo della disumanizzazione, della spersonalizzazione, della violenza istituzionale, della privazione degli affetti.
Il carcere è un abominio e la vicenda di Antonio Fiordiso, come quella di tanti altri detenuti o di persone ammazzate mentre erano nella custodia di qualche forza di polizia ne sono la conferma. Vogliamo sapere chi sono i responsabili della morte di Antonio, vogliamo che nel ricordo Antonio riacquisti la sua dignità vilipesa.
 
[Aprile 2016]

Stramonio 2

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Stramonio 2

Naturalmente refrattari a vendere l'anima alla società e alle sue leggi, siamo come schiavi annoiati, in balìa di una quotidianità di rassegnazione e asservimento.
Nauseati all'idea di rinunciare a vivere, scriviamo Stramonio. Chissà che questo non possa condurci ad incrociare il passo di altri individui desiderosi di rivoltarsi a questa asfissiante realtà.
Lungi dall'intento di voler guardare il mondo attraverso le sporche lenti della morale, al di là del giusto e dell'ingiusto, intendiamo cogliere il senso di ciò che abbraccia l'eresia e rifiuta ogni consuetudine, di movimento o meno.
Vedere in frantumi l'ordine sociale davanti ai propri occhi potrebbe voler dire scomparire. Ne siamo consapevoli, memori della bellezza che da ciò potrebbe scaturire.
 
Noi vogliamo esser liberi
far trionfare i nostri desideri
per questo viviamo.
 
Né la forza della “ragione”, né quella delle armi riusciranno mai a ridurre questa tensione.
 
 
[novembre 2015]

Stramonio

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Stramonio

aperiodico anarchico di critica radicale

 
Abbiamo deciso di diffondere queste pagine caustiche per esprimere quello che pensiamo senza filtri né remore. In un mondo in cui la miseria prodotta dal totalitarismo tecnologico plasma sempre più la realtà in tutte le sue sfaccettature, diamo vita a qualcosa di tangibile, che possa avere un riscontro nella realtà, armando menti e mani di chi non si rassegna alla schiavitù e all'alienazione che vorrebbero farci passare per vita.
Tenace, velenoso, solitario, lo Stramonio è una pianta che cresce libera sulle rovine, sulla terra cruda, maceriosa, povera. Diffusa dagli zingari come pianta medicinale, può provocare sogni dolci e piacevoli ma, se utilizzato incautamente, la morte.
Da sempre utilizzato nei riti sabbatici, è l'erba del demonio e delle streghe, strumento per vedere oltre la realtà. 
Vogliamo immaginare un “luogo altro” in cui dominio e autorità non possano trovare posto, dove la nocività del potere, feconda di devastazione e annientamento del vivente, sia ridotta in rovine.
La volontà di demolire quest'ordine continua ad agitare gli spiriti inquieti che decidono di ribellarsi qui e ora, senza aspettare che le masse si sveglino dal proprio torpore. Mille sono i modi per ostacolare il meccanismo della civilizzazione. Sta a ognuno trovare il proprio, indirizzando la rabbia contro la società e i suoi sostenitori dove più nuoce.
 
Anarchici

Aria!

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Aria! (dossier)

 

Questo è un dossier sulla lotta contro la costruzione d’una maxi-prigione a Bruxelles, lotta cominciata alla fine del 2012 e tuttora in corso.
Una lotta specifica, contro una struttura concreta del dominio. Se non ci si vuole limitare a intervenire qui e là, cercando di rintuzzare i mille orrori che quotidianamente ci impone questa società, allora si può sempre prendere in considerazione la possibilità di scegliere uno dei suoi progetti più significativi e decidere di iniziare una lotta autonoma contro di esso. Per non disperdersi in troppi rivoli, per non fare da truppa a battaglie altrui.
Una lotta contro la repressione dello Stato, ma al tempo stesso contro una concezione della vita stessa e dello spazio urbano che la deve contenere. Messi in fila sotto gli occhi delle telecamere, chi nei raggi di un carcere e chi nelle corsie di un supermercato, detenuti e “liberi” cittadini condividono giorni e notti non troppo dissimili: sorvegliati nei percorsi, controllati negli spostamenti, registrati nei contatti, catalogati nelle richieste, sfruttati sul lavoro, alienati nei desideri, sedati dalla televisione.
Una lotta contro un obiettivo facilmente identificabile da tutte le «classi pericolose», ancora ben presenti nei quartieri della capitale belga, ma che è potenzialmente riconoscibile da (quasi) tutti. Perché con l’incremento delle misure securitarie, con l’inasprimento legislativo, la possibilità di finire dietro le mura di quella prigione rischia di conoscere ben poche eccezioni. E più una minaccia è indiscriminata, più l’interesse per la sua neutralizzazione può diventare generalizzato.
Una lotta capace di unire la chiarezza delle parole espresse in più maniere alla molteplicità dei fatti diurni o notturni, individuali o collettivi. Ricchezza che non conosce proprietari, a cui si può contribuire e da cui si può attingere liberamente. Senza giuramenti di fedeltà, senza tessere di partito. Perché lo scopo è di diffondere un metodo che è al tempo stesso una prospettiva, non di vedere esaudita una rivendicazione umanitaria. 
Una lotta lanciata da chi non nasconde la propria ostilità permanente nei confronti di ogni forma di potere, ma ripresa anche da altri. Considerato come l’orizzonte istituzionale stia colonizzando l’intero immaginario umano, l’anarchismo oggi non rischia di godere di grande popolarità. Ma gli anarchici impegnati in questa lotta, da un lato non si trincerano nell’autoreferenzialità, ma vanno alla ricerca dei loro possibili complici; dall’altro non elemosinano consensi a chicchessia, conoscendo bene l’abisso che separa il desiderio di sovvertire questo mondo dal bisogno di riformarlo.
Mai confondere il crimine chiamato libertà con l’affare chiamato politica. Il primo ha bisogno di teste calde che si trovano solo in basso. Il secondo ha bisogno di buoni tutori che stanno solo in alto. E forse è proprio questa consapevolezza il migliore suggerimento che ci sta dando questa lotta ancora in corso.
 
[tradotto da qui]

Rompiamo le righe

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Manifesto internazionale: Rompiamo le righe

Tutti in riga. Così ci vogliono, dal primo all'ultimo respiro. In riga nelle aule scolastiche, alle casse dei supermercati, sul posto di lavoro, incolonnati nel traffico, negli uffici della burocrazia, nei seggi elettorali... fino ad arrivare all'ultima riga, quella dei loculi nei cimiteri. Una intera esistenza trascinata così — muscoli scattanti solo negli inchini, cuori desideranti solo merci — nella sicurezza di una galera.
Perché è ad una galera che ormai assomigliano le nostre città, dove ogni spazio viene riprogrammato per essere sorvegliato, controllato, pattugliato. Gli abitanti sono come detenuti scortati dallo sfruttamento capitalista ed ammanettati dagli obblighi sociali, sempre sotto l’occhio di una telecamera, ad ogni passo, tutti con la stessa voglia di evadere da consumare davanti agli onnipresenti schermi. 
La nostra è una società carceraria che promette benessere ma mantiene solo massacri, come dimostrano i sogni naufragati di chi tenta di entrarvi e i corpi bombardati di chi si ribella alle sue porte. A neutralizzare chi si prende la libertà di non elemosinare e di aprirsi da sé la propria strada ci pensano i vari legislatori, magistrati, gendarmi, giornalisti.
Se a Bruxelles è in costruzione una nuova maxi-prigione, ad Atene viene imposto un regime di reclusione speciale ai prigionieri più riottosi; se a Parigi viene posta la prima pietra al nuovo Palazzo di Giustizia, a Zurigo e a Monaco sono in programma altri mostruosi Centri di Giustizia e Polizia. Se i poteri si accordano al di là delle frontiere per applicare strategie controinsurrezionali, i laboratori di ricerca e l'industria della sicurezza accelerano per fabbricare la pace sociale. E dappertutto, dalla Spagna alla Grecia passando per l'Italia, la repressione si abbatte su chi si è macchiato del crimine più intollerabile: farla finita con l'obbedienza e spronare gli altri a fare altrettanto. 
Ma le grandi opere della repressione non incontrano solo il plauso, il silenzio o la lamentela. Talvolta si scontrano anche con una ostilità risoluta e ardita, come sta capitando al più grande carcere belga in via di costruzione. Il suo cantiere deve ancora essere aperto che già la sua storia è costellata di azioni dirette contro tutti coloro che ne sono coinvolti, istituzioni pubbliche o aziende private. Dalla vernice ai sassi, dai martelli alle fiamme, dai danneggiamenti ai sabotaggi, è un universo d'attacco che straccia ogni codice penale, ogni calcolo politico, ogni accomodamento con lo Stato. E questa sete di libertà può diventare contagiosa. Ovunque.
 
L'essere umano non è nato per stare in riga, a capo chino, in attesa del permesso di vivere.
Sollevare la testa, armare il braccio e sfidare il potere: è qui che inizia la vita, nel far saltare tutte le righe.
 
 
[Il manifesto cartaceo si può richiedere a finimondo@riseup.net
Altre versioni: breakranks.noblogs.org]

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