Papiri

Nell'era telematica, la carta stampata assomiglia ad un'anticaglia. Per chi preferisce la vivacità delle strade alla contemplazione nei musei, qui si possono trovare volantini, manifesti, adesivi, giornali e tomi, già impaginati, pronti per essere saccheggiati, scaricati, riprodotti e diffusi.

Stramonio

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Stramonio

aperiodico anarchico di critica radicale

 
Abbiamo deciso di diffondere queste pagine caustiche per esprimere quello che pensiamo senza filtri né remore. In un mondo in cui la miseria prodotta dal totalitarismo tecnologico plasma sempre più la realtà in tutte le sue sfaccettature, diamo vita a qualcosa di tangibile, che possa avere un riscontro nella realtà, armando menti e mani di chi non si rassegna alla schiavitù e all'alienazione che vorrebbero farci passare per vita.
Tenace, velenoso, solitario, lo Stramonio è una pianta che cresce libera sulle rovine, sulla terra cruda, maceriosa, povera. Diffusa dagli zingari come pianta medicinale, può provocare sogni dolci e piacevoli ma, se utilizzato incautamente, la morte.
Da sempre utilizzato nei riti sabbatici, è l'erba del demonio e delle streghe, strumento per vedere oltre la realtà. 
Vogliamo immaginare un “luogo altro” in cui dominio e autorità non possano trovare posto, dove la nocività del potere, feconda di devastazione e annientamento del vivente, sia ridotta in rovine.
La volontà di demolire quest'ordine continua ad agitare gli spiriti inquieti che decidono di ribellarsi qui e ora, senza aspettare che le masse si sveglino dal proprio torpore. Mille sono i modi per ostacolare il meccanismo della civilizzazione. Sta a ognuno trovare il proprio, indirizzando la rabbia contro la società e i suoi sostenitori dove più nuoce.
 
Anarchici

Aria!

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Aria! (dossier)

 

Questo è un dossier sulla lotta contro la costruzione d’una maxi-prigione a Bruxelles, lotta cominciata alla fine del 2012 e tuttora in corso.
Una lotta specifica, contro una struttura concreta del dominio. Se non ci si vuole limitare a intervenire qui e là, cercando di rintuzzare i mille orrori che quotidianamente ci impone questa società, allora si può sempre prendere in considerazione la possibilità di scegliere uno dei suoi progetti più significativi e decidere di iniziare una lotta autonoma contro di esso. Per non disperdersi in troppi rivoli, per non fare da truppa a battaglie altrui.
Una lotta contro la repressione dello Stato, ma al tempo stesso contro una concezione della vita stessa e dello spazio urbano che la deve contenere. Messi in fila sotto gli occhi delle telecamere, chi nei raggi di un carcere e chi nelle corsie di un supermercato, detenuti e “liberi” cittadini condividono giorni e notti non troppo dissimili: sorvegliati nei percorsi, controllati negli spostamenti, registrati nei contatti, catalogati nelle richieste, sfruttati sul lavoro, alienati nei desideri, sedati dalla televisione.
Una lotta contro un obiettivo facilmente identificabile da tutte le «classi pericolose», ancora ben presenti nei quartieri della capitale belga, ma che è potenzialmente riconoscibile da (quasi) tutti. Perché con l’incremento delle misure securitarie, con l’inasprimento legislativo, la possibilità di finire dietro le mura di quella prigione rischia di conoscere ben poche eccezioni. E più una minaccia è indiscriminata, più l’interesse per la sua neutralizzazione può diventare generalizzato.
Una lotta capace di unire la chiarezza delle parole espresse in più maniere alla molteplicità dei fatti diurni o notturni, individuali o collettivi. Ricchezza che non conosce proprietari, a cui si può contribuire e da cui si può attingere liberamente. Senza giuramenti di fedeltà, senza tessere di partito. Perché lo scopo è di diffondere un metodo che è al tempo stesso una prospettiva, non di vedere esaudita una rivendicazione umanitaria. 
Una lotta lanciata da chi non nasconde la propria ostilità permanente nei confronti di ogni forma di potere, ma ripresa anche da altri. Considerato come l’orizzonte istituzionale stia colonizzando l’intero immaginario umano, l’anarchismo oggi non rischia di godere di grande popolarità. Ma gli anarchici impegnati in questa lotta, da un lato non si trincerano nell’autoreferenzialità, ma vanno alla ricerca dei loro possibili complici; dall’altro non elemosinano consensi a chicchessia, conoscendo bene l’abisso che separa il desiderio di sovvertire questo mondo dal bisogno di riformarlo.
Mai confondere il crimine chiamato libertà con l’affare chiamato politica. Il primo ha bisogno di teste calde che si trovano solo in basso. Il secondo ha bisogno di buoni tutori che stanno solo in alto. E forse è proprio questa consapevolezza il migliore suggerimento che ci sta dando questa lotta ancora in corso.
 
[tradotto da qui]

Rompiamo le righe

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Manifesto internazionale: Rompiamo le righe

Tutti in riga. Così ci vogliono, dal primo all'ultimo respiro. In riga nelle aule scolastiche, alle casse dei supermercati, sul posto di lavoro, incolonnati nel traffico, negli uffici della burocrazia, nei seggi elettorali... fino ad arrivare all'ultima riga, quella dei loculi nei cimiteri. Una intera esistenza trascinata così — muscoli scattanti solo negli inchini, cuori desideranti solo merci — nella sicurezza di una galera.
Perché è ad una galera che ormai assomigliano le nostre città, dove ogni spazio viene riprogrammato per essere sorvegliato, controllato, pattugliato. Gli abitanti sono come detenuti scortati dallo sfruttamento capitalista ed ammanettati dagli obblighi sociali, sempre sotto l’occhio di una telecamera, ad ogni passo, tutti con la stessa voglia di evadere da consumare davanti agli onnipresenti schermi. 
La nostra è una società carceraria che promette benessere ma mantiene solo massacri, come dimostrano i sogni naufragati di chi tenta di entrarvi e i corpi bombardati di chi si ribella alle sue porte. A neutralizzare chi si prende la libertà di non elemosinare e di aprirsi da sé la propria strada ci pensano i vari legislatori, magistrati, gendarmi, giornalisti.
Se a Bruxelles è in costruzione una nuova maxi-prigione, ad Atene viene imposto un regime di reclusione speciale ai prigionieri più riottosi; se a Parigi viene posta la prima pietra al nuovo Palazzo di Giustizia, a Zurigo e a Monaco sono in programma altri mostruosi Centri di Giustizia e Polizia. Se i poteri si accordano al di là delle frontiere per applicare strategie controinsurrezionali, i laboratori di ricerca e l'industria della sicurezza accelerano per fabbricare la pace sociale. E dappertutto, dalla Spagna alla Grecia passando per l'Italia, la repressione si abbatte su chi si è macchiato del crimine più intollerabile: farla finita con l'obbedienza e spronare gli altri a fare altrettanto. 
Ma le grandi opere della repressione non incontrano solo il plauso, il silenzio o la lamentela. Talvolta si scontrano anche con una ostilità risoluta e ardita, come sta capitando al più grande carcere belga in via di costruzione. Il suo cantiere deve ancora essere aperto che già la sua storia è costellata di azioni dirette contro tutti coloro che ne sono coinvolti, istituzioni pubbliche o aziende private. Dalla vernice ai sassi, dai martelli alle fiamme, dai danneggiamenti ai sabotaggi, è un universo d'attacco che straccia ogni codice penale, ogni calcolo politico, ogni accomodamento con lo Stato. E questa sete di libertà può diventare contagiosa. Ovunque.
 
L'essere umano non è nato per stare in riga, a capo chino, in attesa del permesso di vivere.
Sollevare la testa, armare il braccio e sfidare il potere: è qui che inizia la vita, nel far saltare tutte le righe.
 
 
[Il manifesto cartaceo si può richiedere a finimondo@riseup.net
Altre versioni: breakranks.noblogs.org]

Lettera agli studenti in collera

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Lettera agli studenti in collera

 

alcuni amici di Huguet 
 
Le tigri della rabbia sono più sagge dei cavalli dell'istruzione 
William Blake 
 
Cari studenti, 
un nuovo anno scolastico si apre davanti a voi, e con esso una nuova stagione di reclusione per le vostre giovani esistenze. Con la benedizione delle autorità che quotidianamente opprimono i vostri desideri (famiglia, insegnanti, società), verrete costretti a passare varie ore giornaliere entro le quattro mura di una “fabbrica” di disciplina e cieca obbedienza.  
Vivendo nell'illusione che la scuola possa essere l'anticamera  del vostro futuro benessere (da “costruire”, vi dicono,  nel mondo del lavoro o nella carriera universitaria), essa non è altro che il luogo in cui ci si abitua alla noia e alla ripetitività dei gesti. L'unico futuro che vi si prospetta davanti, sarà quello in cui ad entrare in scena sarà solo una vita di alienazione e morte lenta. Lo Stato, che attraverso l'obbligo scolastico pretende di assoggettare le vostre coscienze, contribuisce ad educarvi secondo l'etica di questo mondo ormai marcio, decadente ed in putrefazione. Nessun miglioramento o riforma può essere apportato ad un'istituzione che, al pari delle altre, è per sua natura votata a fare di voi dei sudditi proni e obbedienti. Da queste infami mura non uscirete che rassegnati o ribelli. Spetta solo a voi decidere se accontentarvi di continuare a sopravvivere azzuffandovi per i miseri avanzi che vi concedono o svegliarvi da questo torpore. Non c'è cattedra e registro che non possano bruciare ed edificio che non possa crollare sotto i colpi della rabbia che esonda dai suoi argini. 
Le ragioni per farla finita con tutto l'esistente, di cui la scuola non è che una delle molteplici facce, è in ogni aspetto della vita quotidiana. Le rituali tristi mobilitazioni autunnali non fanno altro che incanalare entro binari prestabiliti il desiderio di rivalsa di tutti coloro che non si accontentano di raschiare il fondo della ciotola dei potenti. Andiamo dunque, individualmente o in gruppo, a demolire questo misero presente! 
Contro chi, vestendo gli abiti della protesta, getta acqua su ogni focolaio di rivolta. 
Contro l'istituzione scolastica ed ogni l'autorità! 
Per la rivolta, per la libertà! 
 
 
[volantino distribuito a Padova il 10/10/14]

stramonio uno

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stramonio uno

Il cammino del deserto esistenziale avanza inarrestabile, divorando corpi e menti.
Il culto della morte trova il proprio apogeo nelle moderne appendici tecnologiche di cui la società si dota, mentre suicidi e atti di autolesionismo paiono l'unica risposta al vuoto vorticoso che ci pervade.
La miseria quotidiana ci conduce a vivere ossessivamente giornate uguali a sé stesse, rinchiusi nelle nostre case, occupate o meno, apparentemente risolti nell'approvvigionamento quotidiano di cibo e compagnia.
Potremmo rivoltarci drasticamente contro tutto, ma ne abbiamo la volontà e la forza?
Siamo disposti a perdere quel briciolo di comodità e libertà in cambio dell'insicurezza del vivere? Qualcuno anni fa ha detto che rassegnarsi è uguale a morire e che la rivolta è vita. Noi abbiamo già scelto da che parte stare, anche se è faticoso, duro e sconfortante. Sappiamo che vogliamo vivere. Vivere e godere. E incendiare i lacci che ci strangolano.
Forse non a tutti la conquista dei piaceri materiali, pur ottenuti attraverso pratiche a-legali, basta per sentirsi appagati.
Non fintanto che intorno al nostro perimetro liberato continuano a perpetrarsi i medesimi meccanismi soverchianti e opprimenti. Finché il mondo rimane tale, finché ci accontentiamo di abdicare alla vita.
 
[Stramonio, n. 1, giugno 2015]

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