Papiri

Nell'era telematica, la carta stampata assomiglia ad un'anticaglia. Per chi preferisce la vivacità delle strade alla contemplazione nei musei, qui si possono trovare volantini, manifesti, adesivi, giornali e tomi, già impaginati, pronti per essere saccheggiati, scaricati, riprodotti e diffusi.

Chi era Calabresi?

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Chi era Calabresi?

Il 17 maggio di quarant’anni fa, alle 9.15 a.m., due proiettili posero la parola fine alla vita del commissario Calabresi, il “commissario Finestra”, addestrato dalla CIA.
Eppure, a distanza di tanti anni, il suo cadavere continua ad emanare un tanfo sgradevole, e si tenta di riscrivere un finale. Questo tentativo passa anche attraverso un film, immondo e servile quanto il suo regista, passato di recente nelle sale cinematografiche. Un film che vorrebbe riscrivere la storia degli ultimi quarant’anni, rispolverando la teoria che dietro le bombe stragiste e la strategia della tensione ci fossero gli anarchici.
Un film che vuole presentarci un commissario Calabresi buono, amico degli anarchici che inquisiva e, soprattutto, estraneo all’omicidio di Giuseppe Pinelli, scaraventato fuori dal quarto piano della Questura di Milano il 15 dicembre 1969, dopo tre giorni di interrogatorio.

Tairsìa 2

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Tairsìa 2

 

Nella calma di una tranquilla giornata, un vento si leva improvviso, forte, ed inizia a turbinare, a sconvolgere la calma che fino a quel momento era stata. Questa è, nel dialetto leccese, la Tairsìa. Un vento che può cessare dopo poco tempo, smettere all'improvviso così come si era presentato, oppure può perdurare e, accompagnato da altri fenomeni, tramutarsi in tempesta.

Negli ultimi tempi, tra la calma della pacificazione sociale, sprazzi di Tairsìa hanno fatto la loro comparsa in varie parti del pianeta. Un vento che potrebbe essere contrastato o, al contrario, alimentare le fiamme e riattizzare focolai che sembravano spenti. I governi, l'economia, i loro scherani e i falsi critici di questo macabro esistente, stanno cercando di disporre adeguate contromisure affinché questo vento non faccia crollare tutto il sistema già vacillante. Agli amanti della libertà non resta che fare l'opposto: alimentare il vento, fino a che una Tairsìa sociale spazzi via tutto, aprendo la strada e cercando sentieri che conducano ad un mondo altro.
Questo foglio cerca di andare in questa direzione.

"Crisi"

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Un'idea contro la "crisi"

Altra "crisi"

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Un'altra idea contro la "crisi"

Tairsìa

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Tairsìa

Nella calma di una tranquilla giornata, un vento si leva improvviso, forte, ed inizia a turbinare, a sconvolgere la calma che fino a quel momento era stata. Questa è, nel dialetto leccese, la Tairsìa. Un vento che può cessare dopo poco tempo, smettere all'improvviso così come si era presentato, oppure può perdurare e, accompagnato da altri fenomeni, tramutarsi in tempesta.

Negli ultimi tempi, tra la calma della pacificazione sociale, sprazzi di Tairsìa hanno fatto la loro comparsa in varie parti del pianeta. Dal nord Africa in fiamme al Cile, dal Medio oriente alla Grecia, questo vento si sta spingendo fino al cuore delle metropoli occidentali e di tutto il mondo industrializzato. Un vento che potrebbe essere contrastato o, al contrario, alimentare le fiamme e riattizzare focolai che sembravano spenti. I governi, l'economia, i loro scherani e i falsi critici di questo macabro esistente, stanno cercando di disporre adeguate contromisure affinché questo vento non faccia crollare tutto il sistema già vacillante. Agli amanti della libertà non resta che fare l'opposto: alimentare il vento, fino a che una Tairsìa sociale spazzi via tutto, aprendo la strada e cercando sentieri che conducano ad un mondo altro.
Questo foglio cerca di andare in questa direzione.
 

A tutti i valsusini

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A tutti i valsusini

Letto sui muri della Val Susa nell'ottobre 2008

Panem et Circenses

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Panem et Circenses

 

Già lo sapevano gli antichi romani, e lo sapeva il poeta latino Giovenale. I governanti hanno a propria disposizione un modo sicuro per garantirsi l’obbedienza, quello di elargire ai propri sudditi il minimo indispensabile per sopravvivere e concedere loro svaghi sfiziosi. Oggi che la fame non a tutti fa sentire i suoi morsi più acuti, chiunque intenda detenere a lungo il potere è costretto soprattutto a riempire gli occhi, ad assicurarsi il consenso popolare mediante l’organizzazione di “eventi” ludici collettivi che distolgano l’attenzione generale da quanto accade quotidianamente, in modo da lasciare ogni decisone al solo ceto politico, trasformando gli individui attivi in pubblico passivo. Le antiche corse di cavalli al Circo Massimo hanno lasciato posto agli spettacoli moderni.

Osserviamo cosa avviene a livello nazionale, con un capo del governo che è al tempo stesso il principale imprenditore del mondo dello spettacolo. Le turbolenze dell’economia stanno gettando sul lastrico centinaia di migliaia di persone? Niente paura, ci possiamo sempre appassionare al campionato di calcio più bello del mondo! Viviamo in un paese in guerra con un dittatore sanguinario a cui fino a ieri si baciava la mano? Non importa, basta non perdere l’ultima puntata del nuovo reality show! Stanno per costruire nuove centrali atomiche che ci irradieranno ancor più? Pazienza, incantiamoci davanti alle prodezze di bicipiti e culi palestrati. I rapporti umani vanno immiserendosi sempre più, travolti dalla meschinità della competizione, dell’invidia e del sospetto? Allora, mettiamoci tutti davanti a uno schermo, quale che sia! [...]
 

Credere, obbedire, lavorare

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Credere, obbedire, lavorare

Bisogna credere alle parole della propaganda, ai giornali e alle televisioni che riportano i proclami del ministro, il comunicato dell'amministratore delegato, le dichiarazioni del funzionario. 

 
Bisogna obbedire agli ordini delle autorità, che siano ringhiati dal governo come dall'imprenditore, dal vescovo come dal questore. 
 
Bisogna (cercare di) lavorare, ovvero consumare i propri giorni nella fatica di trovare denaro per tirare avanti. Senza perdere tempo con pensieri singolari, con libertà prese senza chiedere permesso, con feste ormai fuori moda. 
 
Non c'è null'altro che si possa e si debba fare al di fuori del «credere obbedire e lavorare»; il resto è proibito dalla legge. Quella stessa legge che pretende di stabilire quanto bere, dove mangiare, cosa dire, chi amare, come morire ma — soprattutto — come dobbiamo vivere. Chi non si rassegna ad un'esistenza di genuflessioni non può che essere considerato "socialmente pericoloso", qualcuno da perseguire e reprimere, al di là del suo agire. Ormai bastano le intenzioni. Avere idee proprie, osare esprimerle e cercare di metterle in pratica, è più che sufficiente per finire nel mirino di chi concepisce e gradisce solo gli applausi e gli scodinzolamenti.
Per questi ed altri motivi si stanno moltiplicando in Italia le inchieste per "associazione a delinquere", con o senza "finalità eversive", volte a dare una lezione preventiva a tutti coloro che non ne vogliono sapere di mettere la testa a partito (democratico o checchessia). 
 
Ieri (all'inizio di aprile) era toccato ad alcuni anarchici di Bologna finire in galera, accusati di protestare troppo vivacemente contro il militarismo che disciplina e bombarda o il razzismo che costruisce campi di concentramento. Oggi (in prossimità della Festa della Polizia, annuale occasione di retate con cui drappeggiarsi) è la volta di decine di studenti universitari di Firenze — troppo irrispettosi nei confronti delle riforme scolastiche volute dal governo o più in generale delle sue politiche — di subire le attenzioni della magistratura. Alcuni di loro sono finiti agli arresti domiciliari, altri hanno l'obbligo di firma. In totale ci sono un'ottantina di indagati dalla Procura di Firenze, perché colpevoli di rifiutare di restare proni davanti all'autorità. 
Domani a chi toccherà?
Potrebbe toccare anche a qualcuno di voi. A qualcuno non più ottenebrato da campionati di calcio e reality show, ossessionato da ruoli sociali su cui arrampicarsi e tradizioni familiari da rispettare, assuefatto a ripugnanti politici di governo e patetici politici d'opposizione. A chi non intenderà più trascorrere l'esistenza respirando aria inquinata, mangiando cibo sofisticato, consumando rapporti artificiali, trepidando per i conti da pagare. A chi non sopporterà più l'indifferenza di fronte a guerre e centrali nucleari, a lager e sfruttamento, ad inceneritori e cantieri dell'alta velocità. E che per tutto questo — per assaporare infine una vita degna d'essere vissuta —  inizierà a urlare a squarciagola, a bloccare strade, a sporcare muri, a sabotare gli strumenti con cui il potere ci costringe tutti a credere, obbedire e lavorare.
 

 

Dieci pugnalate alla politica

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Dieci pugnalate alla politica

 

 

La politica è l’arte del ricupero. Il modo più efficace per scoraggiare ogni ribellione, ogni desiderio di cambiamento reale, è presentare un uomo di Stato come sovversivo, oppure — meglio ancora — trasformare un sovversivo in un uomo di Stato. Non tutti gli uomini di Stato sono pagati dal governo. Ci sono funzionari che non si trovano in parlamento e nemmeno nelle stanze adiacenti; anzi, frequentano i centri sociali e conoscono discretamente le principali tesi rivoluzionarie. Discettano sulle potenzialità liberatorie della tecnologia, teorizzano di sfere pubbliche non statali e di oltrepassamento del soggetto. La realtà — lo sanno bene — è sempre più complessa di qualsiasi azione. Così, se auspicano una teoria totale è solo per poterla, nella vita quotidiana, dimenticare totalmente. Il potere ha bisogno di loro perché — come loro stessi ci insegnano — quando nessuno lo critica il potere si critica da sé.

Non esistono catastrofi naturali

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Non esistono catastrofi naturali

Migliaia e migliaia di morti e dispersi, milioni di sfollati. Fino ad ora. Intere città spazzate via. Come se a colpire il Giappone non fosse stato un terremoto, ma bombe nucleari. Come se a devastare le case non fosse stato uno tsunami, ma una guerra. 

In effetti, così è stato. Solo che i nemici che colpiscono così duramente non sono la terra o il mare. Questi non sono affatto strumenti della vendetta di una natura che siamo abituati a considerare ostile. 

La guerra in corso ormai da secoli non è quella tra umanità e ambiente naturale, come molti vorrebbero farci credere per assicurarsi la nostra disciplina. Il nostro nemico siamo noi stessi.

Noi siamo la guerra. L’umanità è la guerra. 

La natura è solo il suo principale campo di battaglia. Noi abbiamo causato le alluvioni, trasformando il clima atmosferico con la nostra attività industriale. Noi abbiamo rotto gli argini dei fiumi, cementificando il loro letto e disboscando le rive. Noi abbiamo fatto crollare i ponti, erigendoli con materiali di scarto scelti per vincere gli appalti. Noi abbiamo spazzato via interi borghi, edificando case in zone a rischio. Noi abbiamo contaminato il pianeta, costruendo centrali atomiche. Noi abbiamo allevato gli sciacalli, mirando al profitto in ogni circostanza...

Guerra

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Guerra

 

Sì, l’Italia è un paese in guerra. In guerra contro il regime del dittatore libico, cui fino a ieri il governo italiano ha fatto il baciamano per garantirsi il petrolio. In guerra contro profughi e immigrati, che anziché rassegnarsi a crepare in casa propria si ostinano a sbarcare sulle nostre coste portandosi dietro il fastidioso olezzo della loro miseria. Ma in guerra anche contro la propria stessa popolazione che, giorno dopo giorno, si ritrova sempre più priva di mezzi di sostentamento, di speranze, di dignità, di sogni. 

Donne e uomini prima sfruttati e poi licenziati, sommersi dalla disperazione come dalla spazzatura, avvelenati dall’obbedienza come dalle radiazioni, intossicati dalla televisione come dagli alimenti sofisticati, minacciati da frane, alluvioni, terremoti che si susseguono al ritmo degli appalti e delle grandi opere. 
Uomini e donne che di colpo stanno scoprendo che è la loro intera esistenza ad essere precaria, la loro salute, la loro libertà, la loro stessa sopravvivenza. E che per questo non vengono più considerati dallo Stato sudditi fedeli cui elargire qualche briciola di pane, ma potenziali nemici, da controllare o da combattere.
 

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